Madre di Dio

 

N. 5 maggio 2006

"Madre di Dio" funzionale al Santuario "Regina degli Apostoli"

Maggio, mese della Madonna

Amici lettori

Il codice genetico spirituale dell’umanità
  
Stefano De Fiores

Maria, icona di comunicazione
  
Giuseppe Daminelli

Maria, "espressione della vicinanza di Dio"
    
Bruno Simonetto

"Madre di Dio delle Spighe"
    
George Gharib

L’innamorato di Siena
    
Bianca Maria Veneziani

Storia dell’"Angelus" - 16
  
 Simone Moreno

Fatti e persone
    
a cura di Piero Roma

Maria, specchio della Chiesa nel "servizio della carità"
  
Alberto Rum

Il "giallo" della vita della Madonna prima della sua Assunzione al Cielo
    Simone Moreno

 Un a Dio come l’Annunziata
    
Maria Di Lorenzo

In Libreria

Il Magnificat di Don Alberione - 16
  
Bruno Simonetto

Santuari mariani d'Europa

 

Madre di Dio n. 5 maggio 2006 - Copertina

 

 

 

 

 Problemi attuali di mariologia

 
di GIUSEPPE DAMINELLI

Maria, icona di comunicazione
   

L'immagine di Maria, così come dal Vangelo di Luca, è di colei che risponde in maniera particolare al bisogno della comunicazione religiosa e umana.
 

Maria viene raggiunta dall’annuncio dell’Angelo mentre si trova in un profondo silenzio contemplativo. Da lei escono poche ed essenziali parole che manifestano un proposito saldo di fedeltà, un profondo rispetto del mistero di Dio, uno stare come "serva" alla sua presenza.

In Maria, Vergine dell’Annunciazione, si manifesta la struttura trinitaria dell’autocomunicazione di Dio: dal Silenzio, attraverso la Parola, verso l’Incontro.

L’accoglienza della comunicazione di Dio indica la dimensione contemplativa che sta alla radice del comunicare.

Dimensione antropologica della comunicazione

Scrutando parola per parola la pagina evangelica della Visitazione di Maria ad Elisabetta, si rende chiaro quale figura del comunicare umano si manifesta nell’incontro di due donne e di due generazioni: un comunicare che si esprime anzitutto nel mistero della voce, comunicativa di gioia, vibrante e modulata, così da far trasalire chi l’ascolta: "Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio seno" [Lc 1, 44].

Attenzione reciproca e concretezza sono alla base della comunicazione dialogica tra Maria ed Elisabetta. È un incontro nel gesto e nella parola che esprime la sovrabbondanza del cuore, la gratitudine e la gratuità. Maria si sente capita a fondo, sente che il suo segreto, che non aveva osato dire a nessuno e che non sapeva come esprimere senza timore di essere tacciata di follia, è stato capito, accolto, stimato, apprezzato. La tenerezza di questo incontro è figura di un comunicare umano e riuscito.

Anche il testo del Magnificat fa parte del linguaggio e della strategia di comunicazione del "mistero" vissuto da Maria di Nazareth: è anzitutto una dossologia, un canto di lode: la lode è fondamento della prassi comunicativa. Non si comunica nella tristezza, con il muso lungo, ripiegati su di sé.

Il Magnificat [cfr. Lc 1, 30-51] percorre nel suo svolgersi le diverse forme della difficoltà o dell’incapacità a comunicare; e, viceversa, della comunicazione avvenuta tra le generazioni: "…i superbi nei pensieri del loro cuore" che non sanno comunicare sono dispersi, mentre le generazioni di coloro che temono Dio comunicano l’una con l’altra; nel cuore dell’uomo (cfr. Lc 1, 52); nell’ambito politico e sociale (cfr. Lc 1, 51-53); nel popolo della promessa (cfr. Lc 1, 34-53).

Beato Angelico, Visitazione di Maria ad Elisabetta - Pala di Cortona [part.] - Museo Diocesano
Beato Angelico, Visitazione di Maria ad Elisabetta – Pala di Cortona [part.] – Museo Diocesano

La speranza che può trasformare la storia

Ma più che la comunicazione in sé, è fondamentale il contenuto: e ciò che comunica l’esperienza di Maria è la speranza come virtù essenzialmente attiva. Un uomo che sa sperare è capace di trasformare il mondo. Non si cambiano le cose con la furia omicida della violenza, ma con la forza incrollabile di una speranza creativa che nasce dall’amore e si traduce in un impegno quotidiano, a partire da una fede autentica e matura.

Chi ama veramente, ha abbastanza fiducia nell’uomo da sperare in lui e da lui mutamenti sostanziali e profondi. Chi ama veramente sa confidare nel Dio "a cui nulla è impossibile", e sa attendere da lui l’infallibile efficacia del suo intervento salvatore.

In sintesi, è quello che Giovanni Paolo II ha proposto alla Chiesa in questi drammatici anni d’inizio millennio, segnati dalla paura e dalla difficoltà del futuro; è un "cammino di speranza incontro a Cristo con Maria".

La speranza è essenzialmente un cammino. I sapienti dicono che la speranza è la virtù tipica dell’uomo "viator", cioè degli uomini in cammino per le strade del mondo.

Sappiamo per esperienza quanto sia importante avere dei compagni, non sentirsi soli lungo la via. Per questo la speranza è essenzialmente comunitaria, implica due cose: che ci appoggiamo alla forza di qualcuno che ci sostiene e che ci apriamo generosamente alla debolezza di chi ha bisogno di noi.

Questo cammino di speranza - che per ogni uomo comincia con la nascita, e per il Cristiano ha la sua prima tappa fondamentale nel Battesimo - lo percorriamo innanzitutto con Gesù, l’amico ‘misterioso’ [cfr. Lc 24, 13-35] che si avvicina a noi lungo la strada per condividere i nostri sforzi, illuminare la nostra tristezza, dissipare i nostri dubbi e farci superare lo scoraggiamento.

Nella vita, soprattutto in determinati momenti, si ha bisogno di qualcuno che non solo ci inviti a essere forti, ad avere coraggio e a sperare, ma anche ci spieghi in che modo, e ci indichi il significato delle nostre croci.

Oggi più che mai, le nuove generazioni hanno bisogno di amici veri, che sappiano dimenticare la propria sofferenza per scoprire quella degli altri. C’è bisogno di gente semplice e sincera, che sappia porsi in silenzio al loro fianco, decisa a percorrere la stessa strada, con tutto ciò che essa comporta di ricerca e di incertezza, di imprevisto.

Oggi la Chiesa chiede di avere come compagna di viaggio Maria di Nazareth, madre di Gesù e madre nostra, la Vergine dell’Annunciazione e della Croce, della Pentecoste e della gloriosa Assunzione al Cielo. Alla luce del mistero di Maria - un grande mistero di speranza, perché da lei "è nato Gesù chiamato Cristo" (Mt 1, 16) - comprenderemo meglio i limiti della nostra povertà e impareremo a confidare in Colui al quale nulla è impossibile.

Maria di Nazareth, inoltre, è potente modello di speranza anche per la cultura contemporanea, spesso lacerata da forme di delirio di onnipotenza da un lato, o da frustrazioni d’impotenza dall’altro.

Bernardo Daddi, Madonna del Magnificat - Musei Vaticani, Roma.
Bernardo Daddi, Madonna del Magnificat – Musei Vaticani, Roma.

Il Signore "fortifichi in noi la speranza"

Elisabetta chiama beata la Vergine perché ha creduto, in quanto si sarebbero compiute le promesse annunciate dal Signore. Sarebbe diventata Madre del Salvatore per la forza dello Spirito Santo, e in ciò avrebbe trovato il compimento della sua Salvezza. Non le è stato sempre facile sentirsene sicura: quando la Scrittura parla di Maria e di suo Figlio si sente sempre un grande amore, ma anche una certa distanza.

La risposta del fanciullo dodicenne nel tempio [cfr. Lc 2, 49], le parole rivolte da Gesú alla Madre alle Nozze di Cana [cfr. Gv 2, 4] e quelle con le quali risponde a coloro che gli riferiscono che la Madre è alla porta a cercare di Lui [cfr. Mc 3, 33], quello che dice alla donna che proclama beata sua Madre [cfr. Lc 2, 28] e la sua ultima volontà con la quale la affida al discepolo [cfr. Gv 19, 26]: tutto questo lascia intendere qualche cosa che Lo allontana da Lei, e ogni volta si intravede la possibilità che Maria si senta disorientata dalla condotta di Dio.

Al contrario, la sua fiducia cresce sempre più, Ella si lascia guidare dal Signore; Maria ha vissuto fidando interamente nella potenza di Dio, che è capace di portare tutto a buon fine attraverso ogni oscurità e contraddizione.

La speranza è fiducia nella potenza di Dio: Egli ci ha promesso che diventeremo uomini nuovi e che la creazione diverrà "un nuovo cielo ed una nuova terra" [Ap 21, 1].

A ciò sembra contraddire l’apparenza delle cose di questo mondo, le circostanze della vita, le opinioni della gente che ci sta intorno, le quotidiane esperienze della nostra limitatezza e del nostro peccato, tutto.

La speranza è il perseverare della fede contro l’evidenza; nonostante tutte le contraddizioni la nuova vita è in noi e Dio la porterà a compimento per quante difficoltà le si oppongano, purché noi fidiamo in Lui.

Questo però è difficile, talvolta quasi impossibile. E perciò dobbiamo continuare a pregare affinché il Signore "fortifichi in noi la speranza".

Giuseppe Daminelli