Madre di Dio

 

N. 11 novembre 2006

In vista del 75° di fondazione della rivista "Madre di Dio"

Presentati al Tempio come la Vergine Maria

Amici lettori

Significato trinitario del pianto della Vergine
  
Stefano De Fiores

Riflessione mariana al femminile
  
Giuseppe Daminelli

Il "luogo biblico" della mariologia
    
Bruno Simonetto

La Presentazione di Maria al Tempio
    
George Gharib

Caterina Labourè, la santa della "Medaglia miracolosa"
    
Bianca Maria Veneziani

Storia dell’"Angelus" - 21
    
Simone Moreno

Fatti e persone
    
a cura di Piero Roma

"…Come una madre consola un figlio"
  
Alberto Rum

La famiglia di Maria
    Simone Moreno

 I "Focolari" di Chiara
    
Maria Di Lorenzo

In Libreria

Il Magnificat di Don Alberione - 21
  
Bruno Simonetto

Santuari mariani d'Europa

 

Madre di Dio n. 11 novembre 2006 - Copertina

 Con Maria nel nuovo millennio

 
di STEFANO DE FIORES

Significato trinitario del pianto della Vergine
   

Le lacrime di Maria rivelano il pathos di Dio Padre, nel cui cuore compassionevole ormeggiano misteriosamente la sofferenza di Cristo e i "gemiti inenarrabili" dello Spirito.
  

Si pone il pianto di Maria in relazione con il Dio trinitario, poiché tutti gli interventi benefici della storia chiamano in causa l’Autore della planimetria divina della salvezza che si realizza attraverso i secoli.

È merito di Rosaria Ricciardo avere intrapreso lo studio della lacrimazione siracusana della Vergine in prospettiva trinitaria, dove emerge il problema del dolore di Dio. Cosciente della delicatezza di questa operazione teologica, l’Autrice procede trincerandosi alle spalle di un riconosciuto maestro della teologia del XX secolo: Hans Urs von Balthasar, che a differenza dell’evangelico Jürgen Moltmann, non si lascia intrappolare nella logica hegeliana, ma vede nella compassione divina di fronte al dolore del mondo non una qualità appartenente alla sua essenza, ma un frutto della libertà e dell’amore di Dio.

A supporto filosofico di questa impostazione, lo stesso von Balthasar si richiama al filosofo tomista Jacques Maritain, il quale aiuta a superare la concezione filosofica ispirata ad Aristotele ed agli stoici (apàtheia), secondo cui Dio è immutabile ed impassibile, quindi incapace di qualsiasi mutamento e sofferenza, scorgendo nel dolore non solo "un segno della nostra miseria (e dunque non attribuibile a Dio)", ma pure "una nobiltà in noi incomparabilmente feconda e preziosa".

La Trinità e la storia della Salvezza in una composizione giubilare del 2000, sul tema: "Christus heri, hodie et semper".
La Trinità e la storia della Salvezza in una composizione giubilare del 2000,
sul tema: "Christus heri, hodie et semper
".

Soprattutto è la Bibbia a prendere le distanze dalla "concezione di Dio come di un essere distaccato e non emotivo", che "è totalmente estranea alla mentalità biblica", come afferma Abraham Heschel (+1972), una delle figure più rappresentative dell’ebraismo contemporaneo. Egli ci riconduce al Dio biblico pieno di pathos, che prende sul serio l’uomo e vibra d’amore, di tenerezza e di gelosia per il popolo con il quale ha stabilito una relazione viva d’Alleanza (cfr. Es 34, 6-7; Sal 86, 15).

Giustamente Rosaria Ricciardo si pone al seguito di un biblista e pastore del calibro del Card. Carlo Maria Martini per concludere che in questa descrizione "non si tratta di un antropomorfismo", bensì dell’applicazione della dottrina sull’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio; perciò "sarebbe troppo poco parlare di sofferenza di Dio, perché equivarrebbe ad attribuirgli qualche imperfezione", ma si tratta di attribuirgli "semplicemente più sensibilità": Dio […] non se ne sta come uno spettatore disinteressato o un giudice freddo e lontano, ma "soffre" per noi e con noi, per le nostre solitudini incapaci di amare, perché Lui ci ama. La "sofferenza" divina non è incompatibile con le perfezioni divine: è la sofferenza dell’amore che si fa carico, la "com-passione" attiva e libera, frutto di gratuità senza limiti.

La capacità dell’Amore di Dio

Indubbiamente, anche oggi viene sostenuta da parecchi Autori la concezione scolastica e tomista dell’immutabilità di Dio, che esclude in lui ogni cambiamento e proietta ogni mutazione nella creatura, e quindi non si è d’accordo che si parli di dolore in Dio. Ma questa stessa teologia deve ammettere non solo che il Verbo Incarnato "unus de Trinitate passus est", come affermano i Padri della Chiesa, ma pure che il Padre è "pieno di compassione" e "grande nell’amore" (Sal 145, 8-9), "misericordioso e pietoso" (Es 34, 6).

La posizione di Giovanni Paolo II si situa in questa linea di fedeltà alla Bibbia, escludendo da Dio quel dolore che implica imperfezione, ma non certamente una compassione partecipante: "La concezione di Dio, come essere necessariamente perfettissimo, esclude certamente da Dio ogni dolore, derivante da carenze o ferite […]. Ma più spesso il Libro sacro ci parla di un Padre, che prova compassione per l’uomo, quasi condividendo il suo dolore" [Dominum et vivificantem, 39].

Pietro di Cristoforo Vannucci, detto "Il Perugino", Deposizione dalla Croce [part.] - Firenze, Galleria dell'Accademia.
Pietro di Cristoforo Vannucci, detto "Il Perugino", Deposizione dalla Croce [part.] – Firenze, Galleria dell’Accademia.

Rosaria Ricciardo può concludere che "in Dio vi è una capacità di sofferenza che non comporta imperfezione ma che nasce dall’amore, si tratta di un soffrire "attivo", il soffrire, appunto, dell’amore".

Stabilita la teologia del dolore, o meglio della compassione misericordiosa e amorosa di Dio, l’Autrice si preoccupa di fondare la possibilità da parte di Maria, nella sua vita e nel suo pianto a Siracusa, di rivelare il pathos del Dio trinitario per l’umanità.

La dottrina che le permette di compiere questo processo è quella presentata da Bruno Forte nel suo libro: Maria, la donna icona del Mistero - Saggio di mariologia simbolico-narrativa [EP, Cinisello Balsamo 1989], in cui si sostiene che Maria dal momento dell’Annunciazione, per la sua strettissima relazione con il mistero trinitario, diviene - in quanto Vergine, Madre e Sposa - l’icona della Trinità.

La Madre di Gesù è particolarmente adatta a esprimere il dolore del Padre, poiché ella ha generato nel tempo senza concorso di un padre quello stesso Figlio che il Padre ha generato nell’eternità senza il concorso di una madre. Senza dubbio, chi si avvicina di più alla sofferenza del Padre celeste è la Madre terrena che piange lo stesso Figlio sottoposto alla croce e al sepolcro.

Non solo qualche Cattolico, ma perfino un teologo evangelico come Moltmann scorge nella Pietà l’icona della compassione del Padre: spesso l’elemento femminile del dolore di Dio è stato raffigurato nell’immagine della Pietà, della Madre affranta con il Figlio morto in grembo.

Ma il dolore di Maria non è forse il riflesso umano e l’inizio della partecipazione cristiana alla pena che il Padre divino prova per la morte del Figlio?

La sofferenza di maria e le sue lacrime rivelano il pathos del Padre, nel cui cuore compassionevole ormeggiano misteriosamente la sofferenza di Cristo e della Chiesa, la passione di Cristo, l’abisso di dolore fisico, morale e spirituale da lui sofferto e offerto al Padre per la salvezza degli uomini, e i "gemiti inenarrabili dello Spirito" (Rm 8, 26) che fanno tutt’uno con i gemiti della creazione (cfr. Rm 8, 22-23), fino a che la figliolanza divina si manifesterà in essa.

Madre di Dio della Passione - Icona del sec. XIX [coll. privata, Italia].
Madre di Dio della Passione – Icona del sec. XIX [coll. privata, Italia].

La forza delle lacrime

Mentre tante lacrimazioni vere o presunte di Maria sono passate nel dimenticatoio, quella di Siracusa è viva nel ricordo della Chiesa locale e in vari spazi del mondo attuale.

L’Arcivescovo Giuseppe Costanzo, recensendo le principali tappe della storia del Santuario a cominciare dal 29 Agosto 1953, data della prima lacrimazione, fino alla Dedicazione della Chiesa da parte di Giovanni Paolo II [6 Novembre 1994], afferma: "Ecco, ‘tutte queste cose’ la Chiesa siracusana ‘serba, meditandole nel suo cuore’ (cfr. Lc 2, 19). È la memoria della fede, la memoria che ci fa custodire nel cuore un bene prezioso. […] La memoria ci fa aprire gli occhi sul passato e sul futuro. Sì, anche sul futuro. Perché dalla memoria germina la speranza. Ci apriamo alla speranza insita nella memoria delle lacrime di Maria, quando scopriamo la forza di quelle lacrime: la forza sul cuore di Gesù ["Alle tue sante lacrime Gesù nulla rifiuta"…] e la forza sul cuore dell’uomo, poiché le lacrime di Maria sono un forte invito alla conversione.

Accanto alle linee devozionale e celebrativa, molto intense in questo cinquantennio, si è tenuto vivo anche l’approfondimento teologico, che si è espresso in modo speciale nel Convegno del 1978 e negli incontri in preparazione al Colloquio internazionale di mariologia del 2003.

Si è appurato che le lacrime sono polisemiche, e quindi anche le lacrime mariane di Siracusa sono state via via interpretate sotto il profilo socio-pastorale, mariologico, cristologico, antropologico e trinitario. Esse sono apparse come l’ultima pressante parola del discorso di conversione avanzato dalle precedenti mariofanie e reso più urgente dalla tragica situazione del mondo.

Esse, inoltre, introducono alla comprensione della misteriosa vulnerabilità o sofferenza del Dio misericordioso e grande nell’amore di fronte ai mali del mondo.

Miracolosa immagine della "Madonna della Misericordia" di Rimini che, il 12 Maggio 1850, mosse prodigiosamente gli occhi umidi di pianto.
Miracolosa immagine della "Madonna della Misericordia" di Rimini che, il 12 Maggio 1850,
mosse prodigiosamente gli occhi umidi di pianto.

Le lacrime di Maria mostrano alla loro origine "il Dio del pathos, dell’interessamento", che lungi dal rimanere indifferente come "monitor freddo e distaccato" di fronte alle vicende umane e ai dolori dei suoi figli, invia la Madre del suo Figlio quale messaggera delle sue paterne preoccupazioni, della sua materna tenerezza e del suo immutabile amore. Estremo tentativo che Dio compie mediante la Madre di Cristo e Madre dei suoi discepoli, per provocare il mondo alla conversione e preparare la Chiesa ad affrontare in santità di vita i tempi finali.

Tutte queste prospettive vengono riprese e approfondite in questo nostro colloquio e assunte in una trattazione ex professo da parte di specialisti, che certamente apporteranno nuovi contributi per la comprensione del fenomeno siracusano. Il colloquio colmerà anche le lacune finora notate, riguardanti l’aspetto sociale e comunitario del pianto nella vita d’Israele e delle genti, e un approccio ecumenico da parte evangelica e ortodossa.

Rilievi conclusivi

Da parte nostra abbiamo cercato di puntualizzare e sviluppare il dato biblico della presenza di Maria presso la Croce di Gesù in quella scena di rivelazione della sua identità teologica di Madre del discepolo amato, che risulta fondamentale per ogni ulteriore presenza di lei nella storia della Chiesa. Al tempo stesso, inserendo il pianto storico di Maria nel contesto degli usi del suo popolo e dell’intervento qualificante di Gesù, esso appare paradossale in quanto congiunge in sé il dolore naturale di una madre con la sofferenza come spazio salvifico di collaborazione alla redenzione del mondo.

Contestualizzando infine la lacrimazione siracusana nel percorso delle mariofanie lungo i secoli, essa è apparsa nel suo carattere di spartiacque in quanto riprende il cammino iconico antico a preferenza delle Apparizioni, come espressione del pianto mariano.

Ignaz Günther, Pietà - Chiesa votiva a Weyarn (1794), Baviera.
Ignaz Günther, Pietà – Chiesa votiva a Weyarn (1794), Baviera.

In sintesi, il pianto siracusano trascende il semplice fatto di cronaca per apparire un cristallo trasparente, un frammento prezioso che ricongiunge all’universo storico-salvifico passando dal cuore glorificato e sensibile della Madre di Gesù. Le gocce del pianto di Maria, nella loro essenza relazionale, rimandano alla persona di lei, che si rivela in tutta la tenerezza materna per i suoi figli pellegrinanti, ma collegano anche con la storia dell’umanità e con il Dio dell’Alleanza.

In quelle gocce si condensa il pianto d’Israele, con tutta la sua carica di lamento nella schiavitù, nell’esilio, nella persecuzione e nello sterminio, e insieme il cordoglio di tutte le madri che piangono i loro figli uccisi dalla violenza o dal gioco delle contingenze della vita. Il segno della lacrimazione rimanda alla sua origine ultima, cui risale l’iniziativa della messaggera Maria: nella loro diafania simboleggiano il pianto misterioso delle Persone della Trinità, sommamente sensibili alle sorti dell’umanità e ai suoi traviamenti.

Se dimentichiamo o non ci lasciamo interpellare dai gemiti della Madre tradotti in pianto, non siamo figli di Maria ma rischiamo di apparire relitti umani senza cuore, o con cuore di sasso, insensibili alle più tenere e severe attenzioni del Dio che ama il mondo. Il nostro monitoraggio sulle lacrime siracusane non può contentarsi di guardarle meccanicamente, ma è chiamato a introiettarle nella coscienza, metabolizzarle e tradurle in cambiamento di vita.

Stefano De Fiores