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N. 12 dicembre 2006
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Problemi attuali di mariologia di GIUSEPPE DAMINELLI Un linguaggio
necessario per la
mariologia Nell’esegesi mariana degli ultimi anni c’è
il riconoscimento positivo del "linguaggio mitologico" nella
narrazione sacra, necessario per la teologia come per la mariologia. La Sacra Scrittura con i suoi circa tremila anni di storia è senza dubbio un documento unico, un patrimonio dell’umanità di rara bellezza e di inestimabile valore, qualcosa di speciale e straordinario. È una mole senza pari di informazioni religiose, storiche, "scientifiche", etniche… Anche Maria di Nazareth entra in questo spazio privilegiato da protagonista, ma è chiaro da subito che Lei non è la protagonista, e tanto meno l’unica. Ci sono centinaia di personaggi, di epoche prima e dopo di Lei, a partire dal XIV sec. a.C. fino a giungere al 100 d.C. Senza dimenticare tutta la storia e gli eventi posteriori, fino ai nostri giorni. La "realtà biblica" e la Vergine Maria Oggi, a distanza di duemila anni dagli avvenimenti che hanno coinvolto Maria, se vogliamo cogliere "la realtà biblica" nella sua freschezza e attualità, bisogna innanzitutto rispettare uno dei criteri irrinunciabili dell’esegesi contemporanea: prendere il testo così come è giunto a noi, così com’è. Non solo Autori del calibro di Laurentin e Schillebeeck insistono che la piena realtà delle narrazioni sacre è colta quando si prende tutto il testo biblico nella sua interezza: vivisezionarlo, smembrarlo vuol dire distruggerlo. Inoltre, la stessa ricerca delle fonti - tanto importante per la comprensione dei testi sacri - va presa con cautela.
Naturalmente, la realtà non significa di per sé sola storicità: Eva e la madre Sion possono essere anche idealizzazioni, mentre Is 7 e Os 1-2 possono benissimo essere testi storici. Si nota, però, una certa concretezza nel vocabolario che è estranea alla concezione filosofica greco-occidentale: così la tenerezza è indissolubilmente legata alle "viscere materne", la grazia agli occhi, la forza al braccio. È in questa concretezza che si rivela Dio, senza mai identificarsi con persone o realtà esclusive. Nel rivelarsi Dio "osserva certe leggi": si rivela parzialmente e ripetutamente (nel padre, nella madre, nella donna, nel guerriero). Nessun testo esclude l'altro. Tuttavia, ci sono delle punte estreme: il Sinai e il Golgota. In questo itinerario della fede, per quanto concerne l’Antico Testamento, si nota un’evoluzione, un’apertura al futuro riscontrabile pure in Genesi-Osea-Isaia [cfr. Westermann, Fredmann, ecc.]. Nel Nuovo Testamento, invece, appare un senso di ritorno al passato. Così nel Magnificat, mentre Maria spinge lo sguardo in avanti, i poveri si rispecchiano nella sua immagine; mentre Cana è rivolta al Golgota, Giovanni ritorna al Golgota dove scopre Maria madre. Opportuna distinzione tra mistero e mito Nonostante l’energica esclusione del mito dalla Bibbia, sia nella concezione verginale di Maria come nella madre che geme del libro dell’Apocalisse, al capitolo 12 [Bergmeier afferma che la donna vestita di Sole non è tratta da Iside, ma dalla figura della figlia di Sion], non si può non tenere conto che la donna che schiaccia la testa al serpente è una figura già presente in Ugarit; la Vergine-Madre di Isaia è preceduta dalla Vergine Anat che genera, e prima dell'Apocalisse vi è Iside rappresentata con il mondo sotto i suoi piedi e il sole che la trasfigura in un mito celeste. Per questo, non si può rigettare a priori quanto alcuni studiosi in questi ultimi anni hanno scritto: che non solo noi oggi viviamo di miti, ma che il mito è un linguaggio necessario anche per la teologia e l’esegesi, e a maggior ragione per la mariologia.
"Nulladimeno, conviene che distinguiamo tra mistero e mito. Il mito è un linguaggio, mentre il mistero è la realtà profonda della fede. Il mito è un’ermeneutica della storia. Perciò i misteri di Maria si esprimono più adeguatamente per mezzo di simboli e miti, che per mezzo della razionalità teologica. La realtà di Maria è tanto feconda e tanto fondamentale che attrae a sé quasi tutti i miti luminosi della nostra archeologia interiore" (L. Boff). Prima di scivolare nella difficile discussione a favore o contro il mito nella Bibbia, bisogna aver chiaro alcune distinzioni. Il mito utilizzato nella filosofia e nel razionalismo è ben diverso e distinto da quello cosiddetto cristiano, che è basato sulla realtà storico-rivelata. La distinzione è fondamentale: vi è un mito che entra nella storia e c’è una storia che diviene mito. È necessario impostare bene il problema, distinguendo tra miti antichi e fede biblica. Con la distinzione "mito dall’alto e mito dal basso", si mostra come è inutile dire che fuori della Bibbia si vive di mito, mentre l’uomo biblico e post-biblico vive di storia e di fede: mito, storia, fede, non sono termini esclusivisti. Tuttavia, quando si giunge a parlare dell’adombramento di Maria, l’autore nota che Luca si scosta dal vocabolario della sessualità per immergersi invece in quello dell’ineffabilità (e storicità) dello Spirito Santo. Sarebbe poi tutto un mondo letterario da studiare, se le nozze di Cana e la donna sul Golgota si riallacciassero non solo alla madre Sion, ma tenessero anche in considerazione che a Efeso c’era Cibele-Artemide, e le fontane che versano vino sono ben conosciute in Asia Minore. Questo sia detto supponendo un genere storico nelle due scene giovannee, che garantisce la presenza della rivelazione del Verbo che, espressa in Maria, viene poi riscoperta sotto le fattispecie dei miti insiti nella cultura mediterranea.
Il fondamento storico dei "montaggi teologici" In alcuni Autori si può notare con curiosità che, mentre da una parte si sforzano per escludere il mito, poi fanno di tutto per dire che Maria non ha fatto nessun voto di verginità. Obbligati però, per fede, ad ammettere la verginità, allora escogitano lo stratagemma di "montaggi teologici" realizzati da Luca; di un chiaro influsso del testo di Matteo sulla verginità lucana ante partum, ecc. Anche chi ammetta che c’è un voto di verginità in Lc 1, 34 lo attribuisce a una teologizzazione di Luca basata sulla realtà storica per cui Maria è sempre stata vergine. Oppure si attribuisce la domanda all’Angelo Gabriele ["com’è possibile, non conosco uomo…"] al desiderio di sapere chi sarà il padre (Stock). Se non si avesse una grande stima di questi esegeti cattolici, si potrebbe dire che qui si sta prendendo in giro la Bibbia. Il testo del v. 34 c’è; e non può essere preso che come una conferma della condizione verginale di Maria. Infatti: 1] Letterariamente, tutto sta bene nel testo [saluto, turbamento di Maria, chiarimento dell’Angelo: "sarai madre"; dal divenire madre si passa all’obiezione: "non conosco uomo"; dall'azione dello Spirito si giunge al sì fiducioso]. 2] Storicamente, nessuna nascita miracolosa dell’Antico Testamento spiega l’obiezione del "non-conosco" [Anna in particolare è stata "conosciuta" prima di avere Samuele, cfr. 1Sam 1, 19]: l’interrogazione è storicamente ingenua se questa "promessa sposa" di Giuseppe vuol sapere chi è o sarà il padre; invece è chiara se la giovane ha una difficoltà reale davanti a Dio, poiché sarebbe paradossale e grave che il Giuseppe raccontato dall’evangelista Matteo ne sapesse di più di Maria circa la sua verginità. In conclusione, è vero che lo "storico" Luca costruisce teologicamente il suo Vangelo, ma si può parlare di "montaggi teologici" solo a patto che siano fatti fondati veramente sulla storia. Giuseppe Daminelli |
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