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Chi si sente messo in discussione dalla Resurrezione come coloro che sperimentano la morte? Guardandosi attorno, si domandano dove sia questa risurrezione annunciata. Dove sia la loro risurrezione, di fronte alla certezza di morire ogni giorno, nel corpo e nello spirito, e al non vedere altro che questo. Panorami di guerra, di conflitti armati, di lotta interiore. Allora avvertiamo la verità di queste parole: «Gli anni della vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma sono quasi tutti fatica, dolore. Passano presto e noi scompariamo» (Salmo 90). L’angoscia, l’angoscia d’esserci e basta, cammina con l’uomo. Giunti dallo scorso secolo con sogni di progresso e fame di serenità abbiamo raccolto sconcertanti esiti da tante promettenti premesse. Nella preistoria il primo incontro tra tribù era lo scontro. Millenni dopo anche il villaggio globale è sorto dalle guerre mondiali. Come doglie del nuovo mondo si canta: «Salvami, salvati/ salvaci, salviamoci!». È legittimo temere questo futuro aggressivo, quasi fosse regolato dal caso:
Così Ingeborg Bachmann nell’«Invocazione all’Orsa Maggiore» (1956) che vide l’ingresso delle truppe hitleriane in Austria ma soprattutto visse l’ennesima ricostruzione di un’Europa più che mai desolata. Costruire con fatica, distruggere in un lampo, riedificare nuovamente: «qualunque cosa accada, il devastato mondo/ ripiomba nel crepuscolo» (Mio uccello). Penso al processo di pace in Medio Oriente. Parole e fatti sono in tensione costante tra sfiduciata promessa e indecisa finzione, invocando una parola definitiva.
«O mia parola, salvami!» conclude la Bachmann (Dialogo ed epilogo), anelando alla parola purificata da diffidenza ed allusioni. È questo ciclo mai concluso che consuma le vite ed esaspera gli ideali più saldi. Servirà rialzarti anche stavolta? e andare incontro al nuovo giorno? senza lasciarti sopraffare dalla disillusione? Esistere, resistere: un altro grido diffuso. L'annuncio pasquale, forse, ha qualcosa da dirci. Qualcosa che superi le iniezioni analgesiche ed i rinvii alienanti. Perché se non possiamo amare questa, di vita, se già ci pesa, che importerebbe averne un’altra? È questa vita che reclama minuto per minuto di essere colmata, placata, guarita. Che reclama una fine, sì, perché così non può andare avanti, ma una conclusione diversa dalle fini insoddisfacenti che già conosciamo. Pasqua nei conflitti, dunque. Giuseppe Ungaretti, soldato già durante il primo scontro mondiale, visse tutta la tragedia degli anni 1943-44 con la sua personale sensibilità. Ne nacque la breve raccolta «Roma occupata», tra cui spicca il componimento tripartito «Mio fiume anche tu», intenso anche se di non facile lettura.
Nel 1916 Ungaretti aveva scritto un’altra poesia, «I fiumi», nella quale comprendeva se stesso attraverso i fiumi incontrati nel suo pellegrinaggio: dall’Egitto, alla Francia, all’Italia. Con il Tevere «fatale» di Roma in guerra Ungaretti aggiunge un nuovo tassello della sua identità matura. Il Tevere diventa simbolo del dolore che avanza nella «notte» e colpisce gli innocenti, simboleggiati nel «gemito d’agnelli [...] singhiozzi infiniti, a lungo rantoli». Ciò che reca più sofferenza del male stesso è «di male l’attesa senza requie [...] l’attesa di male imprevedibile». L’angoscia rende il gemito «smarrito», rende insicuro ogni rifugio e trasforma le case in «tane incerte». Nel riconoscere questa situazione come “suo fiume”, Ungaretti ammette che il dolore è parte inseparabile della sua persona. Ma a cosa porta tutto questo? Solo a imparare «quanto un uomo può patire», coscienza di solitudine che porta alla ribellione: «Perché la Tua bontà/ s’è tanto allontanata?». Non basta riappropriarsi psicologicamente del dolore per dargli un senso. Non basta prendere atto dell’evidenza che ci fa impotenti. Non basta, se il dolore continua a generare solo altro dolore.
Solo ora, dopo quarantasei versi senza un punto fermo, possiamo prendere fiato approdando al verso principale: «Vedo ora chiaro nella notte triste». Cosa vede il poeta nella notte della sofferenza? Comprende che eventi infernali come le deportazioni e le fosse comuni avvengono quando l’uomo si sottrae «alla purezza della Tua passione». Il dolore insegna ad Ungaretti che esistono due modi di vivere la sofferenza. E riconosce il male quando l’uomo soffre da solo, separando il suo dolore da quello di Dio. Dio soffre? una passione, una sofferenza pura? Cosa mai avrà di diverso dal nostro il dolore di Cristo, uomo anche lui?
Una strofa non consolatoria, ma pienamente pasquale. Mostra un altro modo di vivere la sofferenza. Quale? È l’invocazione a Colui che raccoglie ogni dolore non per affliggerci coi ricatti della colpa, ma per condurci nella «sede appassionata/ dell’amore non vano». Guardando questo cuore ognuno di noi può ritrovare ciò che è, ma che la sofferenza gli ha fatto dimenticare. Possiamo trovarci in circostanze che stravolgono tutte le nostre certezze, ma nell’«amore non vano» di Cristo è fissato il senso della nostra esistenza. Tu sei fatto per amare. Nonostante tutto. Se anche «mani spudorate/ dalle fattezze umane lacera l’uomo/ l’immagine divina», Gesù offre se stesso «perennemente per riedificare/ umanamente l’uomo». «Ecco, Ti chiamo, Santo». Chiamare è parola che salva. L’invocazione apre il guscio del dolore perché vuole guardare oltre la propria situazione presente, dirige lo sguardo altrove, solleva gli occhi incatenati a sé stessi. Ma nel chiamare sincero mi riconosco preceduto da uno che soffriva per me, e con me, prima ancora che io lo chiamassi. Sento che Qualcuno mi sta gratuitamente accanto e capisce ciò che provo, perché ci è già passato. Che ci è passato perché io, oggi, non ci dovessi passare da solo. Così avviene Pasqua, il Passaggio dentro il conflitto, perché «d’un pianto solo mio non piago più». Non cessa il pianto, ma cessa l’angoscia del male imprevedibile. Cessa la paura di soffrire da soli. Cessa il dubbio che amare sia un vano sprecarsi. Allora può cessare anche il pianto e rinascere la fiducia, come nelle parole del salmista che porta l'inquietudine al cospetto di Dio[1]. Anche il re Davide, come Ungaretti, era soldato e poeta: «Davanti a te sfogo la mia angoscia!» (Salmo 142). Il dolore viene redento. Assume un senso, pure non esplicito, nell’uscita dalla solitudine. «O mia parola, salvami!». “Mia” parola, sì, che io dico, ma in cui scopro d’essere aspettato. Cercavo, ma riconosco che quanto cerco mi era già offerto. Precedeva la mia attesa, e devo solo aprirmi mani e cuore per accoglierlo. Assisto al compimento dell’invocazione: sapersi amati ed accolti, assolutamente, già qui, oggi. «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla [...] Se dovessi camminare per valle oscura non ho nulla da temere, perché tu sei con me» (Salmo 23). Dove, meglio della Pasqua, udiamo questa buona notizia? Attendevo ed ero, invece, atteso. Qualcun altro pazientava, spazientiva con l’orecchio teso verso noi. Paolo Pegoraro [1] Quasi un quarto dei Salmi ripete questa invocazione: 5; 6; 7; 13; 17; 22; 25; 26; 28; 31; 35; 36; 38; 39; 42; 43; 51; 54-57; 59; 61; 63; 64; 69-71; 86; 88; 102; 109; 120; 130; 140-143. Senza aggiungere le domande di aiuto collettive: 12; 44; 58; 60; 74; 79; 80; 83; 85; 90; 94; 108; 123; 137; 106; 126. Chi ha fatto l’esperienza di leggerli nel momento della prova conosce la forza sanante di queste parole.
PER APPROFONDIRE: Ingeborg
Bachmann: Giuseppe
Ungaretti: Come
ricercare i poeti nel Web? |
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