La nostra storia


 

Era il 31 dicembre del 1900. Il papa Leone XIII aveva chiesto che la notte che segnava il passaggio al XX secolo fosse vissuta in preghiera dinanzi all’Eucarestia per implorare le grazie e le benedizioni per il nuovo secolo; era una notte importante. Il giovane seminerista Giacomo Alberione aveva accolto l’invito del pontefice trascorrendo quattro ore in adorazione dinanzi a Gesù Eucarestia.

In quella notte cambiò la vita dell’Alberione: iniziò la storia della Famiglia Paolina, la grande famiglia religiosa che ha lo scopo di portare il Vangelo agli uomini di oggi con i mezzi più celeri ed efficaci.

Cinquantaquattro anni dopo Don Alberione scrisse la storia carismatica della sua fondazione intitolata “ABUNDANTES DIVITIAE GRATIAE SUAE” (La sovrabbondante ricchezza della sua grazia - Ef 2,7) dalla quale proponiamo i numeri dal 13 al 22 che ci descrivono l’inizio del processo fondazionale, segnato da una profonda fede e dall’abbandono alla volontà di Dio:

 “La notte che divise il secolo scorso dal corrente fu decisiva per la specifica missione e spirito particolare in cui sarebbe nato e vissuto il suo futuro Apostolato. Si fece l'adorazione solenne e continuata in Duomo (Alba), dopo la Messa solenne di mezzanotte, innanzi a Gesù esposto. I seminaristi di Filosofia e Teologia avevano libertà di fermarsi quanto credevano.

Vi era stato poco prima un congresso (il primo cui assisteva), aveva capito bene il discorso calmo ma profondo ed avvincente del Toniolo[1]. Aveva letto l'invito di Leone XIII a pregare per il secolo che incominciava. L'uno e l'altro parlavano delle necessità della Chiesa, dei nuovi mezzi del male, del dovere di opporre stampa a stampa, organizzazione ad organizzazione, della necessità di far penetrare il Vangelo nelle masse, delle questioni sociali...

Una particolare luce venne dall'Ostia santa, maggior comprensione dell'invito di Gesù "venite a me voi tutti”[2]; gli parve di comprendere il cuore del grande Papa, gli inviti della Chiesa, la missione vera del Sacerdote. Gli parve chiaro quanto diceva Toniolo sul dovere di essere gli Apostoli di oggi, adoperando i mezzi sfruttati dagli avversari. Si sentì profondamente obbligato a prepararsi a far qualcosa per il Signore e gli uomini del nuovo secolo con cui sarebbe vissuto.

Ebbe senso abbastanza chiaro della propria nullità, ed insieme sentì "vobiscum sum usque ad consummationem soeculi”[3] nell'Eucaristia, e che in Gesù-Ostia si poteva aver luce, alimento, conforto, vittoria sul male.

Vagando con la mente nel futuro gli pareva che nel nuovo secolo anime generose avrebbero sentito quanto egli sentiva; e che associate in organizzazione si sarebbe potuto realizzare ciò che Toniolo tanto ripeteva: "Unitevi; il nemico se ci trova soli ci vincerà uno per volta”.

Aveva già egli confidenze di compagni chierici; egli con loro, loro con lui, tutti attingendo dal Tabernacolo.

La preghiera durò quattro ore dopo la Messa solenne: che il secolo nascesse in Cristo-Eucaristia; che nuovi apostoli risanassero le leggi, la scuola, la letteratura, la stampa, i costumi; che la Chiesa avesse un nuovo slancio missionario; che fossero bene usati i nuovi mezzi di apostolato; che la società accogliesse i grandi insegnamenti delle encicliche di Leone XIII, interpretate ai chierici dal Canonico Chiesa, specialmente riguardanti le questioni sociali e la libertà della Chiesa[4].

L'Eucaristia, il Vangelo, il Papa, il nuovo secolo, i mezzi nuovi, la dottrina del Conte Paganuzzi[5] riguardante la Chiesa, la necessità di una nuova schiera di apostoli gli si fissarono così nella mente e nel cuore, che poi ne dominarono sempre i pensieri, la preghiera, il lavoro interiore, le aspirazioni. Si sentì obbligato a servire la Chiesa, gli uomini del nuovo secolo e operare con altri, in organizzazione.

Alle ore dieci del mattino doveva aver lasciato trapelare qualcosa del suo interno, perché un chierico (fu poi il Canonico Giordano) incontrandolo gliene fece le meraviglie. - Da allora questi pensieri ispirarono le letture, lo studio, la preghiera, tutta la formazione. L'idea, prima molto confusa, si chiariva e col passar degli anni divenne anche concreta.

Rimaneva in fondo il pensiero che è necessario sviluppare tutta la personalità umana per la propria salvezza e per un apostolato più fecondo: mente, cuore, volontà”.

 
Don Giacomo Alberione (1884-1971)

L’ansia dell’evangelizzazione ha spinto e spinge tutt’oggi i figli e le figlie di Don Alberione che esercitano il loro apostolato sull’esempio di San Paolo utilizzando i mezzi della comunicazione sociale. La forza per poter portare avanti la missione è garantita solo dall’Eucarestia fonte e culmine di tutta la vita cristiana.

Che tutti i membri della Famiglia Paolina continuino nel nuovo millennio l’opera di Don Alberione con lo stesso slancio, amore e santità per la diffusione del Regno di Dio.

Don Mimmo Aquino

Note

[1] Giuseppe Toniolo (1845-1918), sociologo ed economista cattolico. [2] Mt 11, 28. [3] Mt 28, 20. [4] Padre spirituale di Don Alberione. [5] Giovanni Battista Paganuzzi (1841-1923), presidente dell’Opera dei Congressi.

 

  
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