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Editoriale

Una famiglia cosciente dei suoi diritti

di ANTONIO RIZZOLO
   

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2007 - Home Page La festa del Family day ha portato alla ribalta l’Italia vera, che per troppo tempo ha fatto fronte in silenzio alla mancanza di politiche di sostegno per la famiglia. E che ora, a dispetto di certi intellettuali, vuol far sentire la sua voce.
 

Erano più di un milione. Un milione e mezzo secondo gli organizzatori. Comunque tantissimi gli italiani scesi in piazza San Giovanni a Roma, il 12 maggio scorso, per il Family day. È stato un giorno di festa, tra canti, spettacoli e testimonianze. Una festa pacifica, colorata e gioiosa. Promossa dal Forum delle associazioni familiari e da una ventina di movimenti cattolici, la manifestazione ha visto la partecipazione non solo dei cattolici, ma anche di molti laici. Perché la famiglia, società naturale fondata sul matrimonio, garantita nei suoi diritti dall’articolo 29 della Costituzione, riguarda tutti. Non è una questione religiosa o ecclesiale, ma laica nel senso più genuino del termine, cioè del popolo, degli esseri umani.

Per la prima volta in una forma anche esteriore la famiglia ha fatto sentire forte la propria voce. E ce n’era bisogno. Perché da troppo tempo i diritti enunciati dalla Costituzione non sono realmente garantiti. Nonostante annunci e promesse le politiche familiari non sono state pienamente realizzate da nessun governo, fin dai tempi della Democrazia cristiana. Ancora oggi, in Italia, solo il 3% della spesa sociale è destinato alle politiche familiari, a fronte di una media europea che ha una percentuale almeno del doppio. È chiaro che, senza per questo essere "contro" qualcuno, dà un certo fastidio l’attenzione a realtà minoritarie come le coppie di fatto. La famiglia ha preso coscienza di essere portatrice di diritti, non solo di doveri, e ha chiesto con forza, ma con pacatezza, che questi diritti le siano finalmente riconosciuti.

È quello che esprimeva il manifesto Più famiglia, sottoscritto dagli aderenti al Family day: «La famiglia ha meritato e tuttora esige tutela giuridica pubblica, proprio in quanto cellula naturale della società e nucleo originario che custodisce le radici più profonde della nostra comune umanità e forma alla responsabilità sociale». A partire da questa base, la richiesta è duplice. Anzitutto, si chiede «al Parlamento di attivare – da subito – un progetto organico e incisivo di politiche sociali in favore della famiglia: per rispetto dei principi costituzionali, per prevenire e contrastare dinamiche di disgregazione sociale, per porre la convivenza civile sotto il segno del bene comune». In secondo luogo si auspica che «il legislatore non confonda le istanze delle persone conviventi con le esigenze specifiche della famiglia fondata sul matrimonio e dei suoi membri. Le esperienze di convivenza, che si collocano in un sistema di assoluta libertà già garantito dalla legislazione vigente, hanno un profilo essenzialmente privato e non necessitano di un riconoscimento pubblico che porterebbe inevitabilmente a istituzionalizzare diversi e inaccettabili modelli di famiglia, in aperto contrasto con il dettato costituzionale».

Quella che si è vista in piazza San Giovanni è un’Italia reale, che lavora, che deve fare i conti per arrivare alla fine del mese, che si impegna ancora a far crescere ed educare i figli, ad assistere gli anziani. L’Italia che ogni giorno ci presentano i giornali e i mezzi d’informazione, la televisione in particolare, non vi corrisponde. I media ci mostrano l’Italia con una visuale ristretta, parziale, ideologica. Viene da chiedersi se siano ancora obiettivi gli operatori dell’informazione, i giornalisti in particolare, o se lo siano mai stati.

Basta dare un’occhiata a come hanno trattato il Family day i principali quotidiani nazionali, quasi stizziti per il fatto che la parallela manifestazione per l’orgoglio laico non ha avuto il successo sperato, preoccupati di dar conto solo delle polemiche tra il centrodestra (che ha cercato scorrettamente di cavalcare l’evento per i propri scopi partitici) e il centrosinistra (più imbarazzato e confuso che mai, incapace di dare unità alle proprie diverse anime). Il fronte laicista, con i suoi intellettuali e commentatori, ha cercato di sminuire in tutti i modi la portata e il significato della manifestazione, arrabbiato perché qualcuno continua a credere nella famiglia nonostante gli attacchi che essa subisce da ogni parte. L’unica arma usata, a sproposito, è stata quella di ridurre il tutto a una strategia ecclesiale, a una Chiesa (confusa semplicemente, e artatamente, con il Vaticano e la gerarchia) ancora una volta accusata di ingerenza nella politica italiana. Non si sa se si tratti di cecità o di malafede.

A questo proposito vorrei concludere con le parole del cardinale Herranz, seguite alla lettera minatoria ricevuta da monsignor Bagnasco: certi intellettuali e certi partiti, «a furia di gridare all’ingerenza ecclesiastica, creano odio verso la Chiesa e istigano le frange estremiste. [...] Addolora e preoccupa vedere come i politici che sono l’espressione in Parlamento del laicismo non condannino apertamente questi gesti di vergognoso squadrismo. Solo oggi si è mosso qualcosa. Chi semina odio, arma la mano del fondamentalismo ideologico più violento. [...] Vogliono far scomparire, oltre all’idea di Dio, la dimensione religiosa della persona. Puntano a una fede confinata nella coscienza, senza riflessi nella vita familiare e sociale» (La Stampa, 30 aprile 2007).

Antonio Rizzolo

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