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Ci scrivono

ESPOSIZIONE EUCARISTICA
NELLA SOLENNITÀ DEL CORPUS DOMINI

    

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2007 - Home Page Nella mia parrocchia la domenica della festa del Corpus Domini è l’ultimo giorno dedicato all’annuale esposizione solenne del Santissimo. Al pomeriggio espongo Gesù sacramentato per l’adorazione, dopo due ore lo ripongo nel tabernacolo per concelebrare con i confratelli dello stesso luogo in segno di fraternità e di unione e anche per non privare i fedeli dell’opportunità di ascoltare la messa vespertina. Al termine procediamo tutti insieme in processione per le vie cittadine. Mi è stato detto che simile comportamento è poco liturgico e che dovrei eliminare l’adorazione prima della messa per non esporre due volte il Santissimo a distanza di poco tempo: una volta per l’adorazione e poi per la processione. Liturgicamente c’è qualcosa che non va?

lettera firmata

Risponde don Silvano Sirboni.
Le norme non prevedono l’esposizione dell’eucaristia nella solennità del Corpo e Sangue di Cristo. Per la verità neppure la proibiscono. Tuttavia non sempre ciò che è lecito è anche opportuno. La pastorale liturgica non si esaurisce nell’angusto ambito del permesso e del proibito. In tutte le premesse ai nuovi libri liturgici risuona sovente l’inciso «si opportunum videtur». I libri liturgici usciti dalla riforma del Vaticano II tengono sempre presente la varietà delle singole assemblee e delle diverse circostanze e per alcune scelte affidano la decisione ultima alla saggia e illuminata intelligenza del pastore. Per questo la corretta risposta al quesito proposto può venire soltanto da corrette domande.

Per un doveroso e fruttuoso culto eucaristico non sarebbe sufficiente limitarsi a ciò che le norme propongono come momenti qualificanti di questa solennità, cioè la messa, la processione e la benedizione eucaristica, opportunamente preceduta da un breve e intenso spazio di adorazione silenziosa da parte di tutta l’assemblea? Qualcuno potrebbe obiettare: «Ma se si prega di più che male c’è?». Ragionando in questo modo, dovremmo collocare in questo stesso giorno molte altre celebrazioni e pratiche di pietà.

Anche nella preghiera, come nell’amore fra le persone, non si tratta tanto di quantificare quanto piuttosto di qualificare. L’adorazione in questa giornata non è un "doppione", ma è un’altra cosa, un rito che merita un suo spazio proprio. Essa troverebbe un’opportuna collocazione in questo giorno soltanto se non vi fosse la possibilità di fare la processione (cf Culto Eucaristico 102). Se c’è la processione, e tenendo conto della tradizione locale, non sarebbe forse meglio riservare l’adorazione eucaristica prolungata nei tre giorni precedenti la solennità e nel giorno della festa concentrare la pietà dei fedeli sulla solenne messa pomeridiana (non una comune messa vespertina in vista del precetto!) seguita dalla processione e dalla benedizione eucaristica come propongono con saggezza le norme?
   

  QUEI NUOVI TESTI PER LA VIA CRUCIS

Da un po’ di tempo a oggi vedo che molti testi sulla Via Crucis si sono distaccati da quella che la pietà popolare ci ha tramandato nei secoli. Nella mia biblioteca conservo gelosamente numerosi testi raccolti nei miei 55 anni di sacerdozio. Tra le mani ho due stupende Via Crucis, tratte dagli scritti di Jacques Maritain e di don Primo Mazzolari. E io, penitenziere, tra una confessione e l’altra, ho gettato sulla carta una modesta Via Crucis, senza pietismi, mettendo in risalto il ruolo della donna. È piaciuta all’editore milanese "Il Seminatore" - via Ricordi, che l’ha pubblicata. Ho ricevuto un giudizio positivo da parte di tanti sacerdoti. Posso sbagliare, ma resto perplesso dalle moderne Via Crucis; sono meravigliose meditazioni sulle sofferenze del Martire del Golgota, basate unicamente sugli Evangeli. Tuttavia in queste riflessioni non trovo la stazione della deposizione di Gesù, che per me è fondamentale: Maria che abbraccia il corpo virgineo del suo Figlio. Questa stazione colpì profondamente Michelangelo, che ci ha lasciato tre "Pietà". Quella del Vaticano, visitata e pregata da migliaia di fedeli è stata fotografata da Robert Hupka, con 150 foto che riprendono diverse angolature e particolari. Nella Cattedrale di Lisbona si conserva una bellissima Pietà lignea.

Mi commuovo nel vedere nelle antiche chiese parrocchiali vecchie Via Crucis come quella del Barberis nel seminario di Salerno. E come posso dimenticare la Via dolorosa a Gerusalemme, fatta nel chiasso delle persone che vi passavano indifferenti. Quante Via Crucis ho fatto lungo i sentieri di montagna che conducono ai vari santuari mariani. Nella mia chiesetta ho voluto una stupenda Via Crucis in bronzo, realizzata da un giovane artista potentino (Marco Santoro). Cosa fare? Toglierle? Non è meglio la tradizionale Via Crucis, con le tre cadute, la Veronica, la deposizione, incise nel cuore delle nostre popolazioni? Si può eseguire il Sabato santo mattina una riflessione sulla Passione di Gesù con gli Evangeli, intercalata dallo Stabat Mater di Jacopone da Todi, con lo splendido Pergolesi? Colgo ancora l’occasione di fare nostra l’esortazione del Papa sul canto gregoriano.

Il Venerdì santo ho visto lo scempio della liturgia durante l’adorazione della Croce. Canti che non hanno nulla della densità dei testi liturgici e, per di più, sono difficili da eseguirsi. Abbiamo tutti i testi della Settimana santa. Suggerisco di leggere a cori alternati i testi proposti dalla liturgia, e poi, alla fine, si può anche cantare Ti saluto o Croce Santa! Chiedo scusa di queste mie parole, che vogliono essere solo riflessioni.

monsignor Vito Forlenza
Potenza

Grazie per queste riflessioni, che esprimono sentimenti veri e profondi. Dal punto di vista liturgico esiste già la celebrazione della passione del Signore il Venerdì santo. Nel Messale sono indicati alcuni canti per l’adorazione della santa Croce (l’antifona Adoriamo la tua Croce, i Lamenti del Signore e l’inno Pange, lingua), con la possibilità di scegliere altri canti adatti.

Merita qualche precisazione il tema della Via Crucis. Una sintesi efficace si trova nella presentazione di questo pio esercizio scritta dal Maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Piero Marini (vedi www.vatican.va/news_services/liturgy/documents/
ns_lit_doc_via-crucis_it.html
). Così egli scrive sul significato della Via Crucis: «La Chiesa ha conservato memoria viva delle parole e degli avvenimenti degli ultimi giorni del suo Sposo e Signore. Memoria affettuosa, se pure dolorosa, del tratto che Gesù percorse dal Monte degli ulivi al Monte Calvario. La Chiesa infatti sa che in ogni episodio accaduto durante quel cammino si cela un mistero di grazia, è racchiuso un gesto di amore per lei. La Chiesa è consapevole che nell’Eucaristia il suo Signore le ha lasciato la memoria sacramentale, oggettiva, del Corpo spezzato e del Sangue versato sulla cima del Golgota. Ma essa ama anche la memoria storica dei luoghi dove Cristo ha sofferto, le vie e le pietre bagnate dal suo sudore e dal suo sangue».

Dopo aver ricordato Gerusalemme come la città della Via Crucis storica, monsignor Marini presenta la storia del pio esercizio in Occidente: nel senso attuale del termine esso risale al tardo Medioevo. Sullo sfondo della devozione alla passione di Cristo e con riferimento al cammino percorso da Gesù verso il Calvario, la Via Crucis nasce dalla fusione di tre devozioni che si diffusero, a partire dal secolo XV, soprattutto in Germania e nei Paesi Bassi: la devozione alle "cadute di Cristo" sotto la croce (se ne enumerano fino a sette), quella ai "cammini dolorosi di Cristo" (da Anna, Caifa, Pilato, Erode, ecc.), quella alle "stazioni di Cristo", cioè ai momenti in cui Gesù si ferma lungo il cammino verso il Calvario. All’inizio c’era dunque una grande varietà di stazioni. Nella sua forma attuale con le quattordici stazioni tradizionali, la Via Crucis è attestata in Spagna nella prima metà del secolo XVII, soprattutto in ambienti francescani. In Italia incontrò un convinto propagatore in san Leonardo da Porto Maurizio, frate minore: «Egli eresse personalmente oltre 572 Via Crucis, delle quali è rimasta famosa quella eretta nel Colosseo, su richiesta di Benedetto XIV, il 27 dicembre 1750, a ricordo di quell’Anno santo».

La Via Crucis biblica che Giovanni Paolo II ha presieduto al Colosseo per la prima volta nel 1991, presenta alcune varianti nei "soggetti" delle stazioni; alla luce della storia, però, «non possono ritenersi delle novità; si tratta, se mai, di semplici recuperi». La proposta si trovava già nel Libro del pellegrino preparato dal Comitato centrale per l’Anno santo del 1975. La Congregazione per il culto divino ha poi autorizzato in più occasioni l’uso di formulari alternativi al testo tradizionale della Via Crucis. Precisa, però, monsignor Marini: «Con la Via Crucis biblica non si intende mutare il testo tradizionale, che rimane pienamente valido. Si vuole semplicemente evidenziare qualche "importante stazione" che, nel textus receptus, è assente o rimane nell’ombra. Con ciò viene sottolineata la straordinaria ricchezza della Via Crucis, che nessuno schema riesce a esprimere compiutamente». Per ulteriori approfondimenti si possono leggere i nn. 131-133 del Direttorio su pietà popolare e liturgia.
   

     Seconda comunione eucaristica
  
VALE ANCHE PER IL PRETE CHE PARTECIPA
COME SEMPLICE FEDELE?

Per il canone 917 il fedele può ricevere la santa comunione due volte al giorno. Perciò se il sacerdote che ha già celebrato la santa messa vuole ricevere l’eucaristia una seconda volta deve comportarsi come un semplice fedele, mettendosi in fila con gli altri, e suscitando un po’ di meraviglia. Vorrei sapere perché il canone 905 §1 gli proibisce di comunicarsi una seconda volta al giorno per mezzo della concelebrazione.

lettera firmata

Risponde don Silvano Sirboni.
Il can. 905 §1 riguarda esclusivamente la presidenza eucaristica e l’eventuale concelebrazione secondo le norme (cf OGMR199 e 204). Il can. 917, invece, riguarda semplicemente l’eventuale seconda comunione eucaristica nello stesso giorno da parte di un qualsiasi fedele, senza distinzione alcuna, purché abbia le dovute disposizioni e soltanto durante la celebrazione eucaristica alla quale partecipa. «La motivazione teologica di questa seconda comunione durante la celebrazione della messa è nel fatto che con essa si ha la piena partecipazione al santo sacrificio» (cf Chiappetta L., Prontuario di diritto canonico e concordatario, pp. 271-272). In altre parole, si tratta di dare pienezza di verità al rito e alla propria presenza.

Se è chiaro il significato della messa, non dovrebbe suscitare alcuna meraviglia un prete che, non potendo presiedere e partecipando, per una qualche ragione, alla celebrazione eucaristica (cioè non è in chiesa per fare altro, ad esempio per confessare, per assolvere all’impegno della liturgia delle ore... sovrapposizioni che sono un controsenso!), si accostasse con gli altri fedeli alla mensa eucaristica, anche se nello stesso giorno ha già celebrato una eucaristia. Susciterebbe invece meraviglia se non lo facesse. Il ministro ordinato, prima di essere tale, è e resta un fedele con tutti i diritti e doveri; ed è bene che ciò sia manifestato chiaramente anche quando nell’assemblea liturgica non esercita il proprio ruolo ministeriale. L’eventuale meraviglia di alcuni fedeli di fronte a questo corretto atteggiamento del prete potrebbe essere un’occasione propizia per impartire finalmente una corretta catechesi sull’eucaristia.
   

  COME CONCLUDERE LA MESSA ESEQUIALE?

Spesso nella liturgia funebre alla fine della messa non si fa la benedizione finale. Leggendo le norme generali, non si trovano indicazioni che dicano di non benedire. Vorrei sapere se è proibito al sacerdote dare la benedizione alla fine della messa esequiale e dopo aver asperso la salma con l’acqua benedetta e l’incenso.

don Faustino Boikani L.
Farindola (Pe)

Risponde don Silvano Sirboni.
Il Rito delle Esequie, pubblicato in lingua latina nel 1969 e in lingua italiana nel 1974, tiene conto della prassi tradizionale che prevede la conclusione della celebrazione al cimitero. Per questo il rito in chiesa non prevede la benedizione e il congedo dell’assemblea al termine della messa esequiale. Prassi più che comprensibile se si pensa che un tempo, quando fu pubblicato per la prima volta il Rituale Romano (1614), i cimiteri erano accanto alla chiesa. Dopo quasi quarant’anni molte cose sono cambiate negli usi e costumi della vita sociale. Nella maggior parte delle nostre città è quasi scomparsa del tutto la processione sia verso la chiesa che verso il cimitero e tutto sovente inizia e si conclude in chiesa, eccetto per il piccolo gruppo di parenti e amici più stretti. Una situazione nuova che, fra altri problemi, pone ai pastori anche l’interrogativo qui proposto.

La mancanza di processione al cimitero con benedizione del sepolcro e del corpo del defunto (cf RE 87-89), ha condotto ad anticipare un’ultima aspersione e una qualche preghiera alla porta della chiesa. Gesto non previsto dal rituale e che finisce di apparire anche superfluo e ripetitivo subito dopo il commiato; gesto non sempre opportuno se si pensa al contesto di distrazione che si viene sovente a creare in questo momento. Ora, tenuto conto della nuova situazione, dobbiamo lasciare la celebrazione esequiale senza una chiara conclusione o non sarebbe più opportuno (e anche lecito), in assenza di una processione al cimitero, prevedere una benedizione dell’assemblea e un appropriato congedo che faccia riferimento al Risorto e alla "beata speranza"?

Il rituale ambrosiano (2002) ha cercato di colmare questo vuoto con una monizione finale «prima della benedizione conclusiva», ma modalità e testi non sono precisati (cf 55). La Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha in previsione una seconda edizione tipica latina del rito delle esequie che certamente terrà conto dei nuovi contesti e dell’esperienza di questi quarant’anni postconciliari.
   

     Che cosa può fare un parroco
  RIVELAZIONI PRIVATE E 
GRUPPI DI PREGHIERA SPONTANEI

Una mia parrocchiana, già ministro straordinario della comunione prima della mia nomina a parroco, ha assunto da qualche tempo autonomamente l’iniziativa di formare nella sua abitazione un "cenacolo di preghiera" in ossequio alle rivelazioni di Medjugorie. Questo incontro settimanale si tiene per alcune ore nella tarda serata e consiste nella recita di tutti i classici quindici misteri del Rosario con canti e soprattutto la lettura dei "messaggi" della Madonna.

Se tale proposta fosse circoscritta all’ambito familiare con la presenza di qualche vicino, non avrei nulla da ridire, ma mi risulta che alcune famiglie provenienti anche da fuori parrocchia vi partecipano stabilmente. Conoscendo molto bene l’animatrice del "cenacolo" ritengo che dal punto di vista spirituale e dottrinale non sia idonea per essere un punto di riferimento per gli altri. Sono grandi le mie riserve, perché si tratta di un soggetto dalla personalità cangiante e dal carattere forte e tendenzialmente dominante, non lontana dal condizionare fortemente i soggetti psicologicamente deboli con il rischio di plagiarli, rendendoli dipendenti dalla sua persona, come d’altronde è accaduto in passato. La sua "spiritualità" è un misto di fondamentalismo, devozionalismo e volontarismo con accenti millenaristici che includono una sopravvalutazione del demoniaco. Davanti a espressioni del tipo "la Madonna dice" o "la Madonna vuole" pretende che tutti si arrendano senza battere ciglio.

Mi chiedo: come parroco cosa posso fare, anche dal punto di vista canonico, quando i tentativi di persuasione ad abbandonare questo progetto sono falliti? Poiché tutto avviene in un’abitazione privata, come parroco non ho alcun diritto di intervenire?

lettera firmata

Risponde don Silvano Sirboni.
Dal punto di vista strettamente canonico non è possibile impedire questi incontri che hanno luogo in una struttura privata. Tuttavia il parroco ha il diritto e il dovere di esprimere la sua contrarietà, dandone ovviamente le ragioni convincenti, senza mancare di carità verso le persone ed evitando aspre polemiche controproducenti. Come in tanti altri settori della vita è più fruttuoso convincere che proibire. Si tratta di aiutare i fedeli a maturare una fede adulta, solida, ecclesiale, incarnata nella storia...

A questo proposito sono illuminanti le parole del grande mistico san Giovanni della Croce, citato nel Catechismo della Chiesa Cattolica: «Dal momento in cui Dio ci ha donato il Figlio suo, che è la sua unica e definitiva Parola, ci ha detto tutto in una sola volta in questa sola Parola [...]. Infatti quello che un giorno diceva parzialmente ai profeti, l’ha detto tutto nel suo Figlio, donandoci questo tutto che è il suo Figlio. Perciò chi volesse ancora interrogare il Signore e chiedergli visioni o rivelazioni, non solo commetterebbe una stoltezza, ma offenderebbe Dio, perché non fissa il suo sguardo unicamente in Cristo e va cercando cose diverse e novità» (CCC 65).

Nel commento teologico sul terzo segreto di Fatima il cardinal Joseph Ratzinger, in data 26 giugno 2000, faceva sue le parole di Benedetto XIV (+ 1758) il quale afferma che alle rivelazioni private (e intendeva quelle già ufficialmente riconosciute dalla Chiesa!) non è dovuto alcun «assentimento di fede cattolica [...]. Queste rivelazioni domandano piuttosto un assentimento di fede umana conforme alle regole della prudenza che ce le presenta come probabili e piamente credibili» ("Il messaggio di Fatima", EV 19, 1005).

Sono più che opportune le autorevoli parole con le quali i vescovi italiani presentano le messe della Beata Vergine Maria: «Nel quotidiano ascolto della parola di Dio e della genuina celebrazione dei santi misteri – anziché sulle fragili basi di apparizioni e messaggi desunti da rivelazioni private non ancora riconosciute dalla Chiesa – potrà crescere con tutta la sua forza e vitalità il vero culto mariano» (n. 4).
       

  SUL BATTESIMO PER IMMERSIONE

Il battesimo per immersione, che si celebra nelle comunità neocatecumenali, com’è giudicato dalla Chiesa cattolica che è anche «una, santa e apostolica»? Io ho due figli battezzati con questo rito. Una seconda domanda: la messa "prefestiva" del sabato sera è valida a tutti gli effetti come messa "festiva della domenica"?

Bartolo

Risponde don Silvano Sirboni.
Battesimo (dal greco baptismòs) significa letteralmente bagno, immersione. Non conosciamo nei dettagli il rituale della Chiesa del I secolo. È assai probabile che a partire dalle immagini paoline sul battesimo («sepolti insieme a lui nella morte», Rm 6,4), questo rito avvenisse, di norma, per immersione. Certamente tale prassi è attestata dalla Traditio apostolica di Ippolito (215 ca), dove l’eletto scende nell’acqua con il diacono e viene immerso totalmente per tre volte mentre professa la sua fede nella Trinità (cf n. 21). Il che non esclude del tutto la modalità dell’infusione, come attesta Eusebio di Cesarea (+ 340) a proposito di Novaziano che, trovandosi malato, ricevette il battesimo per infusione (cf Storia ecclesiastica, VI, 43).

Non è neppure detto che ovunque fosse praticata l’immersione totale. Infatti alcuni antichissimi battisteri, specie siriani, hanno una vasca così ridotta che esclude l’immersione di tutto il corpo. Probabilmente il battesimo avveniva nelle modalità con le quali alcuni antichi mosaici rappresentano Gesù al Giordano: con la parte inferiore delle gambe in acqua mentre il ministro infondeva per tre volte l’acqua sul capo. Comunque, san Tommaso (+ 1274) scrive che al suo tempo il battesimo per immersione costituiva ancora «la prassi più comune e più lodevole» (Summa III, q. 66, a. 7). Il battesimo per infusione si è diffuso progressivamente per ovvie ragioni di praticità, contemporaneamente alla generalizzazione del battesimo di bambini. Tuttavia la possibilità dell’immersione non è mai scomparsa dai libri liturgici e restò anche nel rituale del 1614 (cf Tit. II, c. I, n. 10). Il rituale attuale si esprime così: «Si può legittimamente usare sia il rito di immersione, segno sacramentale che più chiaramente esprime la partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo, sia il rito d’infusione» (RICA, Introduzione generale 22).

E ora la risposta all’ultimo interrogativo. La messa festiva (non prefestiva!) del sabato sera come nelle vigilie delle feste di precetto, sul fondamento della prassi liturgica della domenica e delle solennità che prevedono i primi vespri dal tramonto del giorno precedente, è stata introdotta proprio per dare a tutti la possibilità di partecipare all’assemblea eucaristica. Per questo i vescovi raccomandano che questa celebrazione abbia «la stessa solennità di quella del giorno seguente, né mai dovrà mancare l’omelia» (GdS 34).
   

     Le celebrazioni liturgiche
  RITI O CERIMONIE?

Che differenza c’è tra rito e cerimonia?

Graziella Pieruccini
Lucca

Risponde don Silvano Sirboni.
La lingua parlata è un organismo vivo per cui una stessa parola può assumere nel tempo sfumature diverse. Ad esempio, nel secolo XVIII "libertino" indicava un seguace delle idee illuministe che portarono alla rivoluzione francese. Oggi lo stesso termine indica una persona che abusa della libertà per condurre una vita senza principi morali. Ora, rito e cerimonia, sebbene abbiano radici etimologiche e filologiche diverse, potrebbero essere termini ritenuti sinonimi (cf Devoto-Oli, Vocabolario illustrato della lingua italiana). Ma di fatto non è così. A partire soprattutto dall’epoca barocca il termine "cerimonia" ha assunto sempre più il significato di sfarzo, solennità esteriore fino a diventare equivalente di complimentosità, leziosaggine. È nota l’espressione: «Non fare troppe cerimonie!».

Il termine "rito" non è del tutto privo di ambiguità; si dice infatti «è un rito» per riferirsi semplicemente a un gesto ripetitivo. Tuttavia è meno rischioso e certamente più ricco di significato. Il rito, infatti, è un sistema organico di simboli che mirano a comunicare significati che vanno oltre le parole e gli elementi visibili. In altre parole, potremmo dire che la cerimonia riempie soprattutto gli occhi e gratifica i sensi, mentre il rito mira a colmare il cuore (cf Maggiani S., Rito/Riti in Liturgia, San Paolo, pp. 1666-1675). Per queste ragioni oggi, in riferimento alle celebrazioni liturgiche, è preferibile usare il termine "rito" a prescindere da tutti gli altri discorsi che sarebbe utile fare sul suo significato e implicanze. Operazione che ci porterebbe molto lontano dall’ambito della domanda (per un primo approccio al tema cf gli interventi di Bonaccorso G. in Discorso breve sull’eucaristia, parte prima. Antropologia, pp. 15-73; oppure, per un maggiore approfondimento: Bonaccorso G., Il rito e l’altro, LEV 2001). Infine è significativo che nelle premesse al Messale Romano il "cerimoniere" sia stato sostituito dal «maestro delle celebrazioni liturgiche» (OGMR 106).
   
 

  MISSIONARIO CERCA BENEFATTORE

Caro direttore, avrei molto piacere di ricevere la rivista Vita Pastorale: non mi potrebbe cercare un benefattore che me la offra? Ho cambiato missione da qualche mese e qui non arriva. Sarebbe utile anche per i miei confratelli che passano di qui. Sono un comboniano, 55 anni di missione di cui 37 in Mozambico. Non sono ancora in pensione, finché Dio vuole! Vi ringrazio moltissimo: sarebbe per me un tenermi al corrente della vita della Chiesa.

padre Gino Centis
Nampula

Non sarà difficile trovare qualche lettore generoso, disposto a questo piccolo gesto di solidarietà ecclesiale. Basta rivolgersi alla segreteria della nostra rivista o all’ufficio abbonamenti. Il costo dell’abbonamento è di 47,00 euro. Per chi vuole mettersi in contatto con padre Gino Centis, il suo indirizzo è: Missionari Comboniani, C.P. 821, 70100 Nampula - Mozambico.
   

  PAROLE SALTATE IN UN ARTICOLO

Su Vita Pastorale 5/2007, per un disguido tecnico, tra la fine di p. 35 e l’inizio di p. 36 è saltata una parte della frase, che perciò risulta incomprensibile. Riportiamo qui di seguito il testo completo: «Oggi il carcere è diventato "il luogo (più giusto sarebbe definirlo "non-luogo") in cui confinare tutti quelli che, in qualsiasi modo, minacciano la prioritaria esigenza di sicurezza nazionale, assecondando peraltro la fame di giustizialismo espressa dalla piazza». Ce ne scusiamo con gli autori e con i lettori.
   

  ERRATA CORRIGE

Su Vita Pastorale 5/2007, p. 50, la didascalia della foto non è corretta. In realtà l’immagine riprodotta è la facciata della basilica di San Nicola a Bari e non della cattedrale di Bari come erroneamente scritto. Ce ne scusiamo con i lettori.
  

Si invitano i lettori a inviare lettere stringate ed essenziali. La direzione non pubblica quelle che arrivano anonime o senza indirizzo anche se, su richiesta, si può omettere la firma. La redazione è fornita di indirizzo postale, fax ed e-mail

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