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Nota politica

Il tratto identitario di un islam italiano

di RINALDO FALSINI
   

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2007 - Home Page La nuova Carta dei valori è una fonte di ispirazione e accompagna il processo d’integrazione.
  

Già in VP 12/2006, pp. 52-53, abbiamo presentato l’impegno del ministro dell’interno, Giuliano Amato, per realizzare l’integrazione dei musulmani nel tessuto sociale e politico italiano, coinvolgendo le varie organizzazioni islamiche presenti tra noi in una Carta dei valori condivisibile anche da loro(1). Tra le 16 organizzazioni che rappresentano l’arcipelago islamico presente tra noi, spicca l’Ucoii (Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia), nata nel 1990 e ideologicamente legata ai Fratelli musulmani, movimento fondamentalista radicale. Questa organizzazione è salita ai vertici delle cronache nazionali nell’agosto 2006, quando – in seguito alla guerra nel Libano – fece pubblicare affermazioni tipo: «Ieri stragi naziste, oggi stragi israeliane: Marzabotto = Gaza; Fosse Ardeatine = Libano». Deciso a contrastare tali farneticazioni, Amato aveva immediatamente convocato la Consulta, senza però riuscire – nonostante l’appoggio della maggioranza – a ottenere le scuse di Mohamed Nour Dachan, presidente dell’Ucoii.

Glissiamo sulle alterne vicende dei mesi successivi, con le varie redazioni di quella Carta, e veniamo ai contenuti della nuova Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione, che il ministro Amato ha presentato il 23 aprile(2). Nel presentare questa nuova redazione alla Consulta islamica e ai rappresentanti italiani di tutte le altre confessioni, il responsabile del Viminale ha detto: «Ora si vedrà chi intende aderire e concorrere quindi alla sua diffusione e all’approfondimento dei temi trattati», ma non ha voluto pronunciarsi sulle conseguenze di un eventuale rifiuto da parte di alcuni organismi islamici, mentre Cardia ha ammesso che «nelle audizioni ci sono stati elementi più sfumati. Può darsi che queste riserve si sciolgano oppure che portino queste organizzazioni a fare un passo indietro dalla Consulta islamica»(3).

Il professor Adnane Mokrani, ricercatore e teologo musulmano impegnato nel dialogo.
Il professor Adnane Mokrani, ricercatore e teologo musulmano
impegnato nel dialogo
(foto Alessia Giuliani).

La Carta, purtroppo, ha un valore puramente simbolico, visto che «non può essere adottata come atto pubblico e quindi imposta ai cittadini». Tuttavia costituisce «una fonte di ispirazione per l’azione dello stesso ministero e accompagna il processo d’integrazione degli immigrati e il percorso verso la cittadinanza italiana». In particolare, ha detto Amato, «può concorrere a consolidare il tratto identitario di un islam italiano e a creare la premessa per un’intesa con lo Stato». Tre i princìpi fondamentali che la ispirano: «La centralità della persona umana e la sua dignità; l’uguaglianza dei diritti fra uomo e donna; il diritto alla libertà religiosa che sta alla base della laicità dello Stato e della scuola. Su questi valori e sull’ancoraggio totale alla Costituzione non ci sono zone franche, coni d’ombra o riconoscimento di poteri alternativi». Suddivisa in sette paragrafi, la Carta riguarda in particolare: le radici culturali, la dignità della persona, i diritti sociali, l’istruzione, la famiglia, la laicità e la libertà religiosa, l’impegno internazionale dell’Italia(4).

Nell’incipit, dopo aver dichiarato che «l’Italia riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio», viene condannata sia la poligamia, «contraria ai diritti della donna», sia ogni forma di coercizione e di violenza, dentro e fuori le mura domestiche, sia i matrimoni forzati o tra bambini, sia ogni forma di razzismo: dall’antisemitismo all’islamofobia. Souad Sbai, rappresentante delle donne marocchine in Italia, ha dichiarato: «Il documento ha chiarito alcuni punti che a noi donne stavano particolarmente a cuore, come il riconoscimento dell’uguaglianza tra l’uomo e la donna, e dunque il godimento di pari diritti tra coniugi, il "no" alla poligamia, la necessità della conoscenza della lingua italiana per l’ottenimento della cittadinanza italiana. E ancora, la condanna di ogni discriminazione razziale, sessuale e religiosa, il riconoscimento all’interno della coppia di pari potestà educativa, ferma restando la libertà di pensiero dei figli e la libera scelta religiosa per qualsiasi individuo. Tuttavia consideriamo questo risultato non come un punto di arrivo, ma come la partenza per ottenere ulteriori traguardi»(5).

La Carta inoltre puntualizza che «l’Italia è uno dei Paesi più antichi d’Europa che affonda le radici nella cultura classica della Grecia e di Roma. Essa si è evoluta nell’orizzonte del cristianesimo che ha permeato la sua storia e, insieme con l’ebraismo, ha preparato l’apertura verso la modernità e i princìpi di libertà e di giustizia. I valori su cui si fonda la società italiana sono frutto dell’impegno di generazioni di uomini e di donne di diversi orientamenti, laici e religiosi, e sono scritti nella Costituzione del 1947. Essa rappresenta lo spartiacque nei confronti del totalitarismo e dell’antisemitismo, che ha avvelenato l’Europa del secolo XX e perseguitato il popolo ebraico e la sua cultura. La Costituzione è fondata sul rispetto della dignità umana ed è ispirata ai princìpi di libertà e uguaglianza, validi per chiunque si trovi a vivere sul territorio italiano».

Inoltre: «L’Italia è impegnata perché ogni persona sin dal primo momento in cui si trova sul territorio italiano possa fruire dei diritti fondamentali, senza distinzione di sesso, etnia, religione, condizioni sociali. Al tempo stesso, ogni persona che vive in Italia deve rispettare i valori su cui poggia la società, i diritti degli altri, i doveri di solidarietà richiesti dalle leggi. Alle condizioni previste dalla legge, l’Italia offre asilo e protezione a quanti, nei propri Paesi, sono perseguitati o impediti nell’esercizio delle libertà fondamentali. Nel prevedere parità di diritti e di doveri per tutti, la legge offre il suo sostegno a chi subisce discriminazioni, o vive in stato di bisogno, in particolare alle donne e ai minori, rimuovendo gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona. I diritti di libertà, e i diritti sociali, che il nostro ordinamento ha maturato nel tempo devono estendersi a tutti gli immigrati»(6).

Questi, a grandi linee, i contenuti della Carta, e benché siano previsti nuovi contrasti prima di giungere alla sua piena ratifica, è chiara la nostra apertura verso l’islam. Ma inevitabile fa capolino la domanda: i musulmani residenti tra noi accetteranno i princìpi contenuti nella nostra Costituzione, anche se contrari alla loro fede? La risposta è ardua, come s’è visto nel travagliato iter della Carta, perché, se noi sappiamo distinguere la sfera religiosa da quella civile e politica, per l’islam fideista esse fanno tutt’uno, regolato dalla religione rivelata da Allah nel Corano a Maometto, «cosicché non c’è distinzione né tanto meno separazione tra vita religiosa e sociale, tra sfera civile e sfera religiosa, tra legge civile e legge religiosa, ma questa, codificata nella sharìa, è l’unica legge civile. In tal modo l’ordine politico e giuridico ha la sua fonte nella rivelazione coranica e non può quindi costituirsi in maniera autonoma, indipendentemente da questa, ma deve seguire i precetti, che, essendo "divini", sono immutabili, a differenza delle leggi "umane" le quali, essendo fatte dagli uomini, possono essere modificate o abolite da essi»(7).

Eppure, secondo Adnane Mokrani, dell’Università gregoriana, un tema chiave per l’integrazione dei musulmani tra noi è il concetto di "laicità", perché se nella storia del pensiero islamico la laicità è stata spesso presentata in modo sbagliato – come separazione tra religione e Stato, tra etica e religione, identificandosi con l’incoraggiamento alla corruzione –, sembra giunto il momento di farla conoscere «in modo positivo, come garanzia di uguaglianza e di giustizia, che sono due princìpi fondamentali nella teologia islamica». Dello stesso parere è Carlo Cardia: «Di fronte alla questione islamica, e del multiculturalismo, l’Occidente avrebbe una grande occasione storica. Quella di mostrare il volto migliore della laicità, che sa distinguere, accogliere e tutelare il patrimonio di spiritualità e di umanesimo presente nell’islam (come in altre religioni), e sa respingere pratiche e fenomeni di arretratezza civile e culturale che anche nelle terre cristiane sono esistiti in passato.

«La laicità potrebbe svolgere verso l’islam quella stessa funzione di stimolo anche critico che ha svolto verso altre confessioni, e favorire un’evoluzione che ne esalti la religiosità e ne emargini le scorie del passato, soprattutto per ciò che riguarda la libertà religiosa e i princìpi di eguaglianza tra uomo e donna»(8). Soltanto uno Stato fedele alla propria identità laica e accogliente, ma anche severo verso gli estremismi, non deluderà le aspettative di quegli immigrati che, una volta giunti nel nostro Paese, sperano di poter fruire dei diritti umani – uguaglianza, libertà, dignità – che vengono loro negati altrove, né degli italiani, che esigono chiarezza e regole per una convivenza civile e pacifica.

Piersandro Vanzan

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