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IL LUTTO: UN’ESPERIENZA DA ELABORARE ASSIEME

Un percorso difficile e dall’esito incerto

di STEFANO STIMAMIGLIO
   

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2007 - Home Page Dal giorno della scomparsa della persona cara si avvia un processo di elaborazione del lutto che riguarda non solo chi è direttamente raggiunto dall’evento, ma anche l’intera comunità ecclesiale. Cosa può offrire la Chiesa, testimone nel tempo del Risorto, attraverso le sue articolazioni pastorali e associative? Anzitutto, stare accanto alle persone.
   

La perdita di una persona cara è un’esperienza comune ai più. La morte costringe la persona e il credente a porsi sulla soglia di un limite inaccessibile e incomprensibile al quale solo la risposta della fede nella Pasqua di Cristo, primizia dei risorti, può dare una risposta tanto credibile quanto non scontata, almeno all’inizio. Dal giorno della morte della persona cara comincia infatti un processo di elaborazione del lutto dall’esito incerto, nel quale almeno inizialmente gli elementi emotivi e psicologici predominano nettamente sugli altri, dove la condivisione del dolore all’interno del nucleo familiare può farsi difficile proprio nel momento in cui invece essa diventa più necessaria.

Che cosa può offrire la Chiesa, testimone nel tempo del Risorto, attraverso le sue ricche articolazioni pastorali e associative? Come accompagnare, con tutta la delicatezza del caso, le persone che hanno subìto una perdita, in modo particolare quando si tratta di casi eclatanti come la morte di un giovane o un suicidio? In che modo le parrocchie possono offrire il loro contributo? Incontriamo la signora Ausilia Baracco a margine del convegno nazionale delle associazioni e dei volontari che si fanno carico di questo problema. Il convegno è stato organizzato a fine marzo presso l’ateneo salesiano di Roma a cura di Antea (telefono 06.81.00.830) e di Gruppo Eventi (telefono 06.86.20.75.54), due realtà associative della capitale che si occupano, fra le varie cose, anche di formare le persone che animeranno i cosiddetti gruppi di auto-mutuo aiuto per l’elaborazione del lutto.

La sala gremita di convegnisti mentre si tiene una delle relazioni.
La sala gremita di convegnisti mentre si tiene una delle relazioni.

Per la signora Ausilia e per la sua famiglia la morte del figlio dodicenne è stata un’esperienza terribile, raccontata in due libri pubblicati privatamente (Francesco e Grazie Francesco, che si possono richiedere direttamente alla mail di famiglia: simodoremi@libero.it). Terribile come quella di tutte le persone che perdono un familiare, soprattutto se giovane, all’improvviso o per malattia. Francesco, questo il nome del bambino, è stato investito nel maggio 1997 da un’automobile pirata mentre stava pedalando sul marciapiede di una strada nella prima periferia di Vercelli ed è deceduto quasi subito. Stesso nome, stessa passione (il clarinetto) e stesso destino del nonno, morto anch’egli sulla strada qualche anno prima.

La condivisione del proprio dolore

Un fatto tragico che, come ogni esperienza di dolore, ha tracciato un solco profondo nella famiglia, guidando scelte di vita forti, come quella di Simona, sorella di Francesco, che ha scelto di studiare teologia e oggi insegna religione nelle scuole. O proprio come quella della signora Ausilia, che ha scelto di condividere il suo dolore con altre persone colpite dal lutto, trovate in una parrocchia di Vercelli: «Il dolore per chi ha perso un figlio è infatti atroce, disumano, paradossale, vissuto in modo diverso anche in famiglia. Ma con la buona volontà di tutti, sforzandoci uniti, la famiglia riesce a far circolare la sofferenza e trovare all’interno risorse nuove. Io ho anche scelto di condividere il mio dolore con altre persone esterne alla famiglia, che hanno vissuto esperienze simili alle mie.

«Nel gruppo si crea infatti un clima di rispetto, delicatezza, si crea empatia, nonostante il fatto che i sentimenti siano soprattutto all’inizio molto confusi», esordisce. «Il parroco, poi, deve essere a mio giudizio una "presenza silenziosa", lasciando a mamma e papà di parlare dei loro figli, non impedendo loro di tacere ma lasciando la possibilità di parlare, parlare... Il dolore è come un fiume in piena, va incanalato e solo così potrà dare risultati. Il rischio di impostare inizialmente tutto solo sulla dimensione spirituale è quello di non rispondere fino in fondo alle esigenze delle persone che, ripeto, all’inizio sono principalmente di ordine umano e psicologico».

Il tavolo della presidenza al convegno organizzato dall'associazione Antea.
Il tavolo della presidenza al convegno organizzato dall’associazione Antea
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La signora, che ormai partecipa regolarmente ai convegni annuali, è ora facilitatrice di un gruppo da lei fondato per aiutare chi ha vissuto la sua stessa tragedia: una piccola realtà che ha trovato però la sua collocazione al di fuori di una struttura ecclesiale. «Non sempre le parrocchie sono strutture accoglienti per questo tipo di casi. Spesso, quando esse meritoriamente offrono un aiuto, diventano però delle specie di campane di vetro dove si va solo per ricevere conforto, dove l’unica parte attiva è il parroco. Invece occorre avere anche dei laici che siano parte attiva nell’aiutare le persone nel loro dolore. Occorrerebbe da un lato incoraggiare i sacerdoti a creare dei gruppi di auto aiuto, ma dall’altro lasciare una certa autonomia di gestione ai gruppi e non pretendere di dettare i ritmi e le regole a persone che vivono dimensioni molto particolari. Permettere, ad esempio, che l’interlocutore di una mamma che ha vissuto la morte del figlio possa essere anche un’altra mamma, che all’inizio forse la può capire meglio di chiunque altro. Il gruppo dovrebbe cioè essere abbastanza autonomo perché le situazioni sono molto complesse. Al tempo opportuno, secondo le necessità e le richieste, occorre anche far intervenire il sacerdote, ma sempre nel rispetto delle singole situazioni».

La sofferenza: carisma da donare

Questo difficile mix di intraprendenza e rispetto per situazioni pastorali concrete sembra averlo perseguito don Francesco Capasso, 66 anni, parroco di Santa Marina in Avella (Avellino), diocesi di Nola, e dal 1995 direttore dell’ufficio diocesano di pastorale della salute. Don Francesco, anche lui frequentatore assiduo dei convegni nazionali, è sensibile alla sofferenza dei malati e ha dato avvio nella sua parrocchia a un’esperienza singolare, organizzando i ministri straordinari dell’eucaristia nelle visite ai familiari degli ammalati e celebrando l’eucaristia nelle loro famiglie, cercando anche di favorire la riconciliazione tra i membri quando vi siano delle divisioni. Cerca poi, attraverso incontri personali con i familiari di una persona in stato di malattia terminale, di favorire il cosiddetto "lutto anticipatorio", cioè la loro preparazione alla morte del proprio caro.

I due libri pubblicati da Ausilia Baracco.
I due libri pubblicati da Ausilia Baracco.

Successivamente i familiari dei defunti si riuniscono per condividere il dolore ed elaborare il lutto. «In questo modo», sostiene il parroco, «la loro esperienza diventa un dono per gli altri in un ambiente comunitario. Così la sofferenza diventa un carisma da donare». Ha inoltre fondato l’associazione "Verso la luce", costituita dai genitori di una decina di ragazzi morti per varie cause nel 2004, che hanno accettato la sfida di vivere il loro dolore alla luce della fede attraverso incontri mensili, vivendo insieme la celebrazione eucaristica, partecipando alla lectio divina sul Padre nostro, condividendo momenti di preghiera comune nel confronto reciproco e rispettoso. «Dio è padre e non è certo lui, come vorrebbe una certa mentalità, che ha voluto la morte dei nostri figli. Riscoprire la propria paternità alla luce della paternità di Dio è una medicina molto potente per eliminare i sensi di colpa che spesso i genitori provano verso la morte del proprio figlio. Il gruppo poi viene integrato nella comunità parrocchiale nel momento più importante, la celebrazione eucaristica domenicale. Questo per combattere anche la solitudine nella quale sprofondano queste famiglie già tanto provate». Don Francesco nota una certa difficoltà generale dei sacerdoti ad affrontare direttamente con i fedeli il tema della morte, soprattutto quando essa giunge in modo inaspettato.

«Manca soprattutto una certa formazione umana nei seminari, un orientamento sul come aiutare a elaborare il lutto in tutti gli aspetti coinvolti: teologico, certo, ma anche spirituale e psicologico. Occorre poi aiutare i giovani preti a elaborare il loro lutto, il senso della morte nella loro vita personale. C’è poi il problema del cosiddetto burnout, la sovraesposizione negli impegni, che è un problema comune a molte professioni», sostiene il sacerdote, che poi aggiunge: «Occorre più fraternità fra di noi, degli spazi comuni di convivenza, di fraternità e di condivisione. Purtroppo questa dimensione oggi manca molto».

Il medico trevigiano Luigi Colusso dell'associazione Advar di Treviso.
Il medico trevigiano Luigi Colusso dell’associazione Advar di Treviso
(foto Stimamiglio).

L’elaborazione del lutto

Sicuramente chi è più attivo, almeno in Italia, nel campo dell’aiuto nel lutto è il mondo laico. Lo testimoniano le numerose presenze al convegno di uomini e donne di tutte le età, molti di loro accomunati dal dramma della perdita di un loro caro. Proprio essi hanno ridato un senso alla vita dedicandosi in prima persona ad aiutare quelli che, come loro un po’ di tempo prima, stanno passando per le colonne d’Ercole del distacco da una persona amata. Fra questi Luigi Colusso, medico trevigiano in pensione, che ha perso la figlia Fiammetta in giovane età nel 1997 e che, superato il peggio, ha messo a frutto le sue capacità professionali per creare dal nulla a Treviso l’associazione "Rimanere insieme" (il telefono, che serve un po’ anche come coordinamento nazionale, è 0422.35.83.40).

«Il progetto "Rimanere insieme" è volto all’accoglienza di persone e famiglie che, dopo la perdita di una persona cara, incontrano disagio, difficoltà o solitudine nell’affrontare il lutto», dice Colusso. «Nella nostra realtà il fattore religioso è molto importante, anche se non tutti quelli che ci frequentano sono credenti. Lavorano con noi a vario titolo almeno venti tra sacerdoti e religiosi, anche se non esiste allo stato ancora una collaborazione ufficiale con la diocesi di Treviso. Spesso riscontriamo tuttavia che molti sacerdoti accompagnano le persone, malati e familiari, solo fino alla morte. Dopo, forse perché manca il tempo, si rischia di venire un po’ abbandonati, proprio nel momento in cui invece le persone si sentono sole e stentano a uscire dal guscio del proprio dolore», prosegue Colusso.

La signora Ausilia Baracco.
La signora Ausilia Baracco.

E aggiunge: «Perché invece non organizzare nella parrocchia un gruppo di volontari che aiuti queste persone, che in tutta semplicità facciano assistenza umana, aiutando nelle faccende o ascoltando gli sfoghi? Su questa dimensione di compagnia umana si può poi certamente instaurare un cammino di fede. Ma si sente forte il bisogno di partire da un cammino di spiritualità per così dire "laica", di conforto e vicinanza innanzitutto umani. Un parroco di Mestre, ad esempio, offre ai congiunti la possibilità di incontrare una psicologa e due volte al mese viene celebrata per chi vuole in parrocchia una messa. Anche se io personalmente, al fine di evitare la creazione di sottogruppi, quello dei credenti e quello dei non credenti, renderei un po’ più sporadiche le occasioni di incontri religiosi».

Di esperienze interessanti al convegno se ne sentono molte. Quella di don Luigi Verdi è particolarmente intrigante perché è la risposta semplice ma efficace a un’esigenza pastorale da lui sentita come impellente. Fondatore della Fraternità di Romena, vicino a Fiesole, in una pieve abbandonata che nel Medioevo serviva di riparo ai pellegrini diretti a Roma, don Luigi, dopo una crisi del suo sacerdozio poi rientrata, ha rimesso a nuovo la chiesa e i locali adiacenti per costituirvi un centro di accoglienza per i pellegrini di oggi, quelli che si muovono in macchina o in moto ma hanno perso la direzione giusta, quella dell’amore, della misericordia di Dio per i suoi figli.

Francesca Cavasin, del gruppo di mutuo soccorso per l'elaborazione del lutto. Ha perso il marito Cleto per malattia.
Francesca Cavasin, del gruppo di mutuo soccorso per l’elaborazione del lutto.
Ha perso il marito Cleto per malattia
(foto Stimamiglio).

Cammini per avvicinare le persone

Proprio partendo dalla sua esperienza di uomo ferito e dalla parabola del padre misericordioso, don Luigi ha avviato sedici anni fa vari cammini nel fine settimana, di tipo spirituale e psicologico, per avvicinare persone in crisi. Da questo approccio, che valorizza la ferita come un’opportunità, è partita anche l’esperienza degli incontri dei genitori che hanno perso i loro ragazzi. «All’inizio andavo da loro, li raccoglievo con gli amici dei figli, i parenti e celebravo una messa per riprendere la bellezza del figlio, non lasciarlo lì sulla tomba», racconta don Luigi. «Nel tempo si sono formati dei gruppi veri e propri organizzati "per fasi" dell’elaborazione del lutto: si passa da quella dove il dolore è lancinante, quasi insopportabile, a quella in cui si comincia a riaprirsi alla vita fino al momento in cui la ferita può diventare una vera e propria benedizione.

«Occorre, per la mia esperienza, operare insieme un cammino, certo, di ordine psicologico, fatto di compagnia e di ascolto, ma poi non bisogna fermarsi lì. Bisogna farli sentire accompagnati dal Signore della vita. È indispensabile un mix dei due». Il cammino ormai possiede una sua articolazione ben definita: «All’inizio del cammino c’è un incontro mensile con me o un mio collaboratore nel quale si parla, ci si sfoga, si ascolta, ci si confronta. Poi c’è una messa, anch’essa con cadenza mensile, di domenica, nella quale si fa memoria dei figli con l’assemblea liturgica. Quando il dolore è almeno un po’ elaborato, si aiutano le persone a rivolgersi al futuro, alla speranza, a recuperare la presenza del figlio morto magari attraverso i figli superstiti». E sono ormai un centinaio le persone che hanno deciso di voltare pagina nella loro vita con l’aiuto di don Luigi.

Stefano Stimamiglio

Francesco in compagnia di un giovane scout (a sinistra) e con la nonna Vincenzina.
Francesco in compagnia di un giovane scout (a sinistra) e con la nonna Vincenzina.
     

Bibliografia

UN TEMA CHE SUSCITA INTERESSE

Anche nel nostro Paese la bibliografia in materia di elaborazione del lutto sta prendendo piede. Qui se ne offre una prima e semplice informazione di base. Livia Crozzoli Aite, analista junghiana, che si occupa del tema in prima persona come professionista e volontaria, ha collaborato alla raccolta di contributi di numerosi e qualificati autori in due libri, entrambi editi dalle Paoline, dal titolo Assenza, più acuta presenza (2003, pp. 400, € 18,00) e I giorni rinascono dai giorni (2007, pp. 430, € 20,00). Le problematiche relative all’elaborazione del lutto, il ruolo e le fatiche del facilitatore dei gruppi, le esperienze significative dei volontari, i bambini di fronte alla morte sono tra i temi trattati nei due volumi. Arnaldo Pangrazzi, sacerdote camilliano, è autore di un apprezzato testo dal titolo Aiutami a dire addio (Erickson 2006, pp. 144, € 14,50), dove un prezioso abbinamento di spiritualità e psicologia guida il lettore ad approcciarsi a questa difficile realtà fornendo molti e utili consigli, non senza qualche "chicca" di sana poesia popolare. La metamorfosi della sofferenza di Antonio Loperfido e Rosèlia Irti (EDB 2005, pp. 168, € 12,50) tratta del suicidio a partire dall’esperienza di chi resta. Utilissimo a ridare un senso al dolore profondo causato da chi si toglie la vita.

Quattro volumi sulla elaborazione del lutto.
Quattro volumi sulla elaborazione del lutto.

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