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Il senso profondo
della fragilità umana percorre tutta la Bibbia, a partire dalla caducità
strutturale della creatura. A tal proposito la Genesi non lascia dubbi: l’uomo
è polvere e torna alla polvere; è precario perché è finito. Ma c’è
anche il risvolto delle responsabilità personali, delle miserie umane. La
fragilità peccatrice, però, non è condannata: Cristo cerca chi si è
perduto.
È quasi
impossibile, pur sfogliando tutti i dizionari biblici nelle principali
lingue, imbattersi in una voce dedicata alla "fragilità". La
parola deriva dalla radice arcaica frag-, che ha dato origine a una
costellazione di vocaboli latini e italiani come "(in)frangere",
"naufrago", "frammento", "fragore",
"frutta", "frattaglia", "frazione"
"frattura" e così via.
C’è, dunque, qualcosa di spezzato alla base, proprio
perché quella realtà è debole, fallace, gracile, precaria. È per
questa via, di taglio più esistenziale, che è possibile isolare nella
Sacra Scrittura il senso profondo della fragilità umana. Anzi, si ha la
possibilità di individuare una vera e propria radice fondamentale della
stessa antropologia biblica. Due sono i profili di questa labilità:
1 La
finitudine
C’è innanzitutto la caducità strutturale della
creatura, precarietà legata alla sua finitudine. Giobbe usa un’immagine
folgorante: «L’uomo è ospite di una casa di fango, fondata sulla
polvere, pronta a cedere al tarlo» (4,19). L’essere profondo,
spirituale e intellettuale dell’uomo è deposto, come dirà il libro
della Sapienza, in «una tenda d’argilla» (9,15). Qohelet con l’implacabile
provocazione delle sue rilevazioni classificherà l’intero essere creato
sotto quel vocabolo impietoso hebel, ossia "soffio, fumo,
vuoto" e, riprendendo l’antica lezione della Genesi (3,19),
concluderà amaramente: «Tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna
alla polvere» (Qo 3,20).

Volontarie della Piccola Casa del
Cottolengo di Torino
aiutano i ricoverati per il pranzo (foto Lobera).
Un monito che percorrerà anche la preghiera di Israele,
se è vero che ripetutamente sentiamo i salmisti presentarsi davanti a Dio
così: «In pochi palmi hai misurato i miei giorni, la mia esistenza
davanti a te è un soffio. Solo un soffio è l’uomo che vive, come ombra
è l’uomo che passa, solo un soffio che si agita. [...] Sì, sono un
soffio i figli di Adamo; insieme sulla bilancia, sono meno di un soffio.
[...] Essi sono carne, un soffio che va e non ritorna. [...] L’uomo è
come un soffio, i suoi giorni sono un’ombra che passa» (Sal 39,6-7;
62,10; 78,39; 144,4). Molte sono le immagini che tratteggiano questa
fragilità radicale dell’essere umano. La più comune e fragrante è
quella dell’erba: «Sono come l’erba che germoglia al mattino; all’alba
fiorisce, germoglia, alla sera è falciata e dissecca», canta ancora il
Salmista (90,5-6).
A lui fa eco Isaia: «Ogni uomo è come l’erba e tutta
la sua gloria è come un fiore del campo: secca l’erba, il fiore
appassisce quando il soffio del Signore spira su di essi» (40,6-7). Ma
anche san Pietro nella sua Prima lettera contrapporrà alla Parola divina,
ferma, stabile e indistruttibile, «i mortali che sono come l’erba e
ogni loro splendore è come fiore d’erba: l’erba inaridisce e i fiori
cadono; solo la parola del Signore rimane in eterno» (1,24-25).
C’è, dunque, una prima fragilità che è legata al
limite creaturale, al nostro essere prigionieri del tempo che finisce e
dello spazio che ci circoscrive. In questa luce si delineano tante figure
che rivelano la consapevolezza della loro debolezza strutturale, dell’avere
– per usare una celebre immagine paolina – «un tesoro in vasi di
creta» (2Cor 4,7).
Pensiamo, ad esempio, a Mosè e al suo reiterato
tentativo di sottrarsi alla sua missione, nella certezza di una
impreparazione e di un ostacolo di fondo: «Mio Signore, io non sono un
buon parlatore, non lo sono mai stato prima, sono impacciato di bocca e di
lingua» (Es 4,10). Così Geremia non esiterà a obiettare: «Signore Dio,
io non so parlare, perché sono giovane» (1,6). E lo stesso Salomone,
nella notte antecedente alla sua intronizzazione, confessa a Dio: «Sono
un ragazzo e non so come regolarmi» (1Re 3,7). Dopo tutto, l’intero
popolo d’Israele nella sua storia secolare rivela un’immaturità
sostanziale, a partire dalla nostalgia della schiavitù, pur di non
rischiare l’avventura della libertà nel deserto e nella ricerca della
terra promessa.
Gesù nella sua predicazione ha illustrato in modo
vigoroso l’instabilità soprattutto dei giovani. Chi non ricorda la
scenetta dei ragazzi che non s’accordano sul gioco da fare in piazza, se
mimare un funerale o un matrimonio, e così perdono il tempo del
divertimento (Mt 11,16-17)? Oppure, come non evocare la vicenda dei due
figli difficili della parabola di Matteo 21,28-31, l’uno tutto parole e
niente fatti e l’altro sgarbato e sguaiato ma alla fine buono?
È impressionante, ma proprio sulla base della verità
dell’incarnazione, anche Cristo è rappresentato fragile nel momento
della morte, quando implora il Padre di evitargli quel calice avvelenato (Mc
14,36) e la Lettera agli Ebrei non esita a dichiarare che Gesù «È in
grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e
nell’errore, essendo anch’egli rivestito di debolezza» (5,2).
Similmente san Paolo, che ci ha lasciato nel cap. 7 della Lettera ai
Romani un ritratto vigoroso della frattura profonda dell’anima umana, si
vedrà costretto a «vantarsi della sua debolezza», riconoscendo la sua
fragilità (2Cor 11,30) e la spina che lo tormenta nella carne e nella
vita.

Il teatro della comunità di Pesaro
prova i giochi
per il recupero dei malati psichici
(foto Giancarlo Giuliani).
2 La
peccaminosità
A questo punto c’è da lasciare spazio all’altro
profilo della finitudine creaturale, quello della sua peccaminosità. Non
bisogna, infatti, ignorare che la pagina di antropologia che apre la
Bibbia e ne costituisce il punto di riferimento capitale (Gen 2-3)
comprende proprio la "frattura" delle tre relazioni costitutive
dell’essere adam, ossia uomini: quella che intercorre con Dio dal
quale si riceve la vita, la libertà e la coscienza; il rapporto col
proprio simile, incarnato dalla donna; e infine il nesso con la materia,
col creato, con gli animali.
Ecco, infatti, dopo il peccato, l’uomo espulso dal
giardino del dialogo intimo con Dio; eccolo prevaricare sul prossimo, a
partire dal dominio sulla donna (3,16) per giungere al fratricidio di
Caino e alla prepotenza di Babele; ecco, infine, la dissociazione dell’uomo
con la terra che si ribella generando «spine e cardi» (3,18).
Questa onda limacciosa lambisce tutta l’umanità e la
storia biblica è una lunga vicenda di debolezze, di miserie, di
fallimenti, di tradimenti, come per altro sarà la trama costante della
storia umana. La fragilità peccatrice colpisce anche le grandi figure:
pensiamo a Davide che per il corpo e il fascino di una donna, Betsabea, si
trasforma in adultero e in assassino (2Sam 11-12) o alla ribellione
tragica di suo figlio Assalonne o all’altro suo figlio e successore, il
grande Salomone, che invecchia lasciandosi corrompere dal suo harem (1Re
11,1-13); oppure (tanto per scegliere a caso un altro esempio) la meschina
figura rimediata dai due anziani vogliosi che attentano alla fedeltà di
Susanna (Dn 13).
La gamma delle debolezze morali umane è quasi del tutto
perlustrata dalle Sacre Scritture, a partire proprio da un Israele
sistematicamente sedotto dall’idolatria (si legga la celebre e veemente
pagina simbolica di Ez 16). Noi vorremmo solo evocare un tratto molto
specifico di questa variegata fragilità, cioè la tipologia del
tradimento e del relativo fallimento. Forse è poco nota la storia di
Achitofel, consigliere di Davide che decide di passare nel campo avverso
del ribelle Assalonne e che, alla fine, vistosi a sua volta tradito e
perduto, «andò a casa sua nella sua città, sistemò i suoi affari
familiari e s’impiccò» (2Sam 17,23). E naturalmente in dissolvenza
vediamo profilarsi la tragedia di Giuda, traditore e suicida.
Ma ci sono anche debolezze meno clamorose ma altrettanto
umilianti e infami: Pietro in quella notte, nel cortile del palazzo
sinedrale, non esita – per evitare rischi personali – a spergiurare
senza pudore: «Non conosco Gesù! Non sono un suo discepolo! Non so
quello che dite!» (Lc 22,54-62).
Si potrebbe a lungo infierire sulle miserie della
fragilità, soprattutto quando essa sconfina nella sua superficialità,
nella tiepidezza incolore, quell’atteggiamento che suscita il
"vomito" di Cristo, come si dichiara nella celebre invettiva
dell’Apocalisse contro la Chiesa di Laodicea (3,15-16). Tuttavia non
bisogna mai dimenticare che l’ultima parola divina nei confronti della
fragilità creaturale e morale dell’umanità non è mai la condanna
aspra e implacabile. Cristo va per monti e dirupi a cercare la pecorella
smarrita, stando accanto a peccatori, pubblicani e prostitute.
Il Padre celeste è sempre sulla soglia di casa per
riabbracciare quel figlio prodigo, debole e moralmente sfibrato per
riportarlo alla vita, alla gioia, alla speranza, alla certezza di essere
sempre amato. Nessuno è mai perduto, purché si lasci liberare e
risollevare da Colui che «è venuto proprio per cercare chi era perduto»,
che è giunto in mezzo a noi non per badare ai sani ma ai malati, ai
deboli, ai peccatori.
Gianfranco Ravasi
prefetto Biblioteca Ambrosiana e docente di
esegesi biblica
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Bibliografia
Il
tema specifico non è oggetto di apposite trattazioni. Rimandiamo,
perciò, alle varie voci antropologiche presenti nei Dizionari
biblici. Spunti significativi si possono reperire in Brambilla F.
G., Antropologia teologica, Queriniana 2005, Brescia;
Ricoeur P., Finitudine e colpa, Il Mulino 1970, Bologna;
Wolf H. W., Antropologia dell’Antico Testamento,
Queriniana 1975, Brescia.
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parrocchia ha cura dei piccoli e dei deboli
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