Periodic San Paolo - Home Page Dossier : Fragilità e marginalità.
Esperienze e proposte

La parrocchia ha cura dei piccoli
e dei deboli

di MASSIMO LAFICARA
   

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2007 - Home Page

La comunità parrocchiale è segno visibile della cura e compassione che Dio ha per l’uomo. In modo particolare, nell’esperienza calabrese – ma è da supporre senza tanta fantasia che avvenga pure nel resto d’Italia – s’è messo al centro il minore e le povertà che lo riguardano. Colonne portanti di tale pastorale sono due: condividere e dialogare. Vediamole.
  

In questi anni la vita della parrocchia sta subendo una particolare trasformazione che sembra modificarne le forme e i modi di presenza sul territorio. Da una parte si parla di nuovo fermento, dall’altra si paventa aria di crisi. In tutto questo rimane chiara e condivisa l’intima essenza che ne caratterizza il valore ecclesiale: comunità radunata da Cristo maestro e pastore!

È in questa cornice, essenziale e immutabile, che si realizza il "prendersi cura" che rende la comunità parrocchiale segno visibile di un amore che tutto si dona nella condivisione della passione di Dio per l’uomo. In tal senso il "prendersi cura", che non è riducibile a un semplice "far qualcosa per", si realizza e si concretizza nel desiderio di entrare in comunione con "l’amore e il dolore" del dono di Gesù.

Viviamo un tempo in cui i piccoli e i deboli sembrano non avere più spazio e voce, e solo il "prendersi cura" di loro può permettere a una comunità parrocchiale di "abitare" veramente nel cuore del Vangelo! Torna alla mente quel bellissimo frammento in cui Gesù «pose un bambino nel mezzo e cominciò a insegnare», ricordandoci innanzitutto che porre il piccolo al centro permette l’incontro con la sua Parola. La centralità del piccolo consiste nella capacità di riconsegnargli il protagonismo della vita e della fede, "a misura" della sua età, restituendogli il diritto «a essere piccolo» e a crescere in armonia, consentendogli così di essere «terra sposata, compiacimento del Signore» già nell’oggi della sua vita.

Con questa consapevolezza da circa cinque anni vivo con la comunità parrocchiale di Santa Maria del Lume in Pellaro (Reggio Calabria) un’esperienza di grazia e di fatica.

La parrocchia è posta nella periferia sud della città in un territorio in forte espansione dove si moltiplicano i complessi abitativi e con essi i malesseri tipici delle periferie. Tra i disagi presenti spiccano quelli del mondo giovanile e minorile. Quando con alcuni operatori pastorali ci siamo resi conto della presenza di tale malessere e abbiamo preso coscienza che la povertà aveva in modo particolare il volto dei minori, abbiamo provato a tradurre la parola del Vangelo in scelte concrete che provo a condividere riassumendole in due parole: condividere e dialogare.

Oratorio della Santissima Trinità, Milano.
Oratorio della Santissima Trinità, Milano (foto Enrico Belluschi).

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Non sempre una comunità ha una risposta esaustiva alle povertà che si incontrano e non sempre si può e si deve avere la forza di "risolvere tutto". A riguardo credo sia sempre valido uno dei principi che ha guidato la riflessione di don Tonino Bello: «La Chiesa non deve avere i segni del potere, ma essere forte del potere dei segni!».

Per questa intuizione nel 2002 è nato in parrocchia il centro aggregativo per minori "Giovani Domani", pensato e concepito innanzitutto come una "condivisione" di spazio e di affetto con la realtà dei piccoli. La scelta dei locali è stata determinante; si è posto infatti questo piccolo "tabernacolo di carità" nei locali stessi della parrocchia e nella casa canonica. Dopo aver cominciato con due bambini, oggi accogliamo circa 60 minori, di cui dieci già dal pranzo, unitamente ad altri 60 aggregati attraverso le attività di strada.

La condivisione dello spazio è per noi segno della condivisione di cuore resa visibile dalla presenza degli educatori che trascorrono il pomeriggio con i piccoli. Il cammino educativo è finalizzato a creare soprattutto un incontro tra il minore e la sua ricchezza umana e interiore; quando è necessario, mira a una riconciliazione con le piccole o grandi ferite che possono averne già segnato la vita. Ciò che spesso ci spinge ad andare avanti è la certezza che è possibile "restituire" bellezza e slancio anche a un percorso iniziato "in salita".

Dialogare

Il cammino di accoglienza, nato come semplice espressione di familiarità, ha reso necessaria l’esigenza di dialogare con le istituzioni che condividono con noi il territorio. Siamo chiamati quotidianamente a imparare che cosa voglia dire essere parrocchia in dialogo costruttivo con il mondo, e questo non sempre è facile e immediato. Il dialogo con l’istituzione civile, in particolare con il Comune, si è lentamente realizzato e dal 2003 l’assessorato alle politiche sociali ci ha dato mandato di svolgere questo stesso servizio con i minori anche a nome dell’amministrazione.

Aiutati così dalle risorse date dalla legge 285/97, riusciamo a far fronte in maniera significativa a tante necessità. Alla luce di tutto questo, sento particolarmente significativo percepire come attuale e saggia l’intuizione di don Bosco, per il quale l’educazione, oltre a essere "fatto di cuore", è anche frutto della condivisione, nella certezza che la capacità di dialogo può rendere la parrocchia una "piazza" accogliente, nonostante le sue fragilità.

Che dire? È evidente che la "nuova evangelizzazione" necessita di "piedi e ginocchia consumati"! Non si smette mai di imparare che la fragilità, specie quella dei piccoli, è una bussola essenziale per ri-orientare le scelte e comprendere come la parola di Cristo e il suo sguardo di "profonda compassione" sul mondo rendono il grembo della Chiesa madre sempre più fecondo. È evidente che ogni parrocchia realizza un suo percorso specifico e in parte irripetibile, ma sono certo che ogni comunità deve credere che dalla Parola ascoltata e celebrata può nascere uno stile di vita in cui la forza del condividere e del dialogare si concretizza nel desiderio di "camminare con", facendo così nascere luoghi di annuncio, di accoglienza e di condivisione concreta, perché nelle nostre comunità «nessuno sia escluso mai!».

Penso infine che la cura dei piccoli può aiutarci a uscire dal rischio di parrocchie "chiuse" e, per questo, spesso «paradossalmente immobilizzate» dalle troppe attività, per renderle così espressioni vitali di una Chiesa che, non solo «si prende cura» dei piccoli e dei poveri, ma «si lascia curare» da loro stessi. Il piccolo al centro della parrocchia, così come è nel Vangelo, diventa allora uno "stile pastorale" inequivocabile e incisivo, in cui i fragili non sono semplici "utenti" delle nostre comunità, ma volti e storie concrete che, ritrovando spazio, nome e identità, possono diventare veri e propri operatori pastorali... un bel segno di profezia!

Massimo Laficara
parroco e assistente diocesano Azione cattolica ragazzi
   

Bibliografia

AA. VV., Generare alla vita e alla fede. L’Azione Cattolica Italiana e l’iniziazione cristiana , Ave 2003, Roma; Cipriani P., Nessuno escluso, mai. Italo Calabrò prete del Sud, La Meridiana 1999, Molfetta; Lustiger J.-M., Dio apre la porta della fede, San Paolo 2006; Nunnari S., Scelta e condivisione, Rubbettino 2006, Soveria Mannelli; Spreafico Ambrogio, Dio ama i poveri, San Paolo 2006.

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