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Ci scrivono

BATTESIMO NELLA MESSA E 
GENITORI SEPARATI E CONVIVENTI

    

   Vita Pastorale n. 5 maggio 2008 - Home Page Sono un sacerdote della Calabria. Per poco più di cinquant’anni ho esercitato il ministero, come coadiutore prima e parroco dopo. Adesso sono a riposo. È vero che il mondo cambia, ma certi comportamenti di oggi nelle chiese non li condivido proprio. Ho saputo che a una messa domenicale et quidem parrocchiale, in prima fila e ai posti riservati, ha partecipato una coppia di genitori che, finita la celebrazione, ha accompagnato al fonte battesimale il figlio per farlo battezzare.

La cosa che mi ha sorpreso e ha sorpreso i presenti è che i genitori, separati legalmente sin dalla nascita del figlio, l’uno e l’altro avevano accanto le persone conviventi.

È edificante vedere uno spettacolo del genere? Lo permette la liturgia della domenica oppure non voleva la circostanza che il battesimo si facesse in altra ora del giorno? Si può ancora parlare di scandalo? Gradirei conoscere il pensiero di Vita Pastorale.

don Adolfo Aricò

Risponde don Silvano Sirboni.
Se pochi mesi fa un rappresentante dello Stato, il ministro Fioroni, ha giustamente stigmatizzato la decisione del comune di Milano di rifiutare l’accoglienza dei figli di immigrati regolari negli asili nido, opponendo la ragione che, per quanto dipende da noi, i bambini sono innocenti e non devono soffrire per le colpe dei genitori, tanto più la madre Chiesa non può rifiutare di accogliere nel suo seno i figli nati da situazioni "irregolari" dei genitori. Ovviamente a determinate condizioni, nel rispetto della verità del sacramento e anche delle persone. Infatti i vescovi italiani hanno stabilito che anche per i figli dei conviventi e divorziati risposati «si proceda alla celebrazione del battesimo a condizione che ambedue i genitori, o almeno uno di essi, garantiscano di dare ai loro figli una vera educazione cristiana» (Direttorio di Pastorale Familiare 232).

Spetta al pastore della singola comunità cristiana evitare che tale doveroso comportamento di compassione e di cristiana misericordia possa suscitare scandalo tra i fedeli e ingenerare l’idea che la Chiesa approvi situazioni che sono oggettivamente in contrasto con il Vangelo, pur evitando ogni giudizio sulle persone e sulle loro singole e sofferte storie. Ora, la celebrazione del battesimo nel contesto dell’assemblea eucaristica domenicale e festiva non è e non deve essere la norma (cf RBB 9; GdS 33). Nel caso specifico, poi, sarebbe stato saggio e opportuno evitare questo contesto, nel rispetto della norma e, pertanto, senza che ciò apparisse penalizzante per alcuno. Si trattava soltanto di evitare il giustificato e prevedibile disagio da parte dell’assemblea.
   

  MALATI E RISPETTO DELL’EUCARISTIA

Sono cappellano in ospedale. Qualche giorno fa, nel giro che compio quotidianamente nei vari reparti, entro in una camera e la moglie del paziente ivi ricoverato mi informa che il suo parroco, venuto a far visita al marito, le ha lasciato la teca con alcune particole per la comunione "quotidiana" del paziente, che essa conservava nel cassetto del comodino insieme a tante altre cose. Faccio notare che la famiglia tutta, a quanto mi è dato capire, vive una presenza attiva dentro la comunità parrocchiale. Per me la cosa mi è assolutamente nuova! Desidererei una vostra consulenza per sapere se ciò è possibile e se può, eventualmente, diventare prassi ordinaria.

Lettera firmata

Risponde don Silvano Sirboni.
Durante i primi secoli, quando non esistevano ancora le chiese vere e proprie e infuriavano le persecuzioni, era prassi normale portare il pane eucaristico nelle proprie case per comunicarsi ogni giorno e farne partecipi anche i malati, prolungando così nella settimana la grazia della messa domenicale (cf J.A. Jungmann, Missarum Sollemnia II, 271). Il sacramento era tuttavia conservato con somma cura e devozione in contenitori di legno (in greco pyxis = bosso, da cui pisside) oppure di metallo nobile (cf ivi, p. 305, nota 1).

La Traditio apostolica di Ippolito (220 circa) esorta il cristiano a custodire gelosamente l’eucaristia nella propria abitazione «affinché nessun infedele ne mangi, né qualche topo o qualche altro animale e nemmeno un pezzetto cada a terra e vada perduto» (cap. 37).

Oggi la norma dice così: «Non è lecito ad alcuno conservare presso di sé la santissima Eucaristia o portarsela in viaggio, a meno che non vi sia una necessità pastorale urgente e osservate le disposizioni del vescovo diocesano» (can. 935; cf anche l’istruzione Redemptionis Sacramentum 131-132). Questa severità mira a evitare qualsiasi rischio di profanazione o anche di semplice mancanza di rispetto. È vero che il Signore non viene "toccato" dal nostro disprezzo verso i segni sacramentali della sua presenza, ma come sentiamo rivolte a noi stessi le offese o la mancanza di rispetto anche solo verso una fotografia dei nostri cari, quanto più il cristiano si sente impegnato ad assicurare il più grande rispetto, anzi l’adorazione, al massimo segno sacramentale della reale presenza di Cristo.

Anche se la signora in questione fosse ministro straordinario della comunione, non avrebbe comunque la facoltà di conservare l’eucaristia, tanto meno in un cassetto del comodino insieme a tante altre cose ingenerando in chiunque una cattiva opinione sul valore del sacramento stesso.
   

     Chi sono i ministri del sacramento dell’ordine?
  
L’IMPOSIZIONE DELLE MANI NELL’ORDINAZIONE PRESBITERALE

La liturgia del sacramento dell’ordine prevede, come per gli altri sacramenti, la materia, ossia, nel caso concreto, l’imposizione delle mani, e la forma, ossia la preghiera di ordinazione. Dopo l’imposizione delle mani sul capo dell’ordinando da parte del vescovo, presidente della concelebrazione, tutti i sacerdoti presenti continuano il gesto dell’imposizione delle mani, che ritengo faccia parte del sacramento e non sia solo una sfilata insignificante e inutile.

Segue la preghiera di ordinazione. Non dovrebbe essere pronunciata, sia pure sottovoce come nella consacrazione eucaristica, da tutti i sacerdoti concelebranti insieme con il vescovo, almeno a incominciare dalle parole: «Dona, Padre onnipotente, a questo tuo figlio la dignità del presbiterato»?

Si è voluto, forse, conservare una tradizione ab immemorabili, ma nulla vieta che si apporti una modifica, come è stato fatto in questi ultimi tempi nei testi e nelle rubriche delle celebrazioni liturgiche. D’altra parte, mi accorgo che durante la celebrazione del sacramento dell’ordine qualche sacerdote pronuncia a bassissima voce le parole di ordinazione. Hanno lo stesso valore della pronuncia di un battezzato, oppure hanno efficacia sacramentale?

mons. Paolo Ricciardi
Otranto (Le)

Risponde don Silvano Sirboni.
Se da alcuni documenti storici, per la verità molto discussi, sembrerebbe che in passato qualche presbitero abbia eccezionalmente ordinato altri presbiteri con mandato speciale del Papa (cf DS 1136, 1145, 1290 e 1435), la sicura tradizione ecclesiale attesta che il ministro dell’ordinazione è soltanto il vescovo (cf can. 1012). L’imposizione delle mani sull’ordinando presbitero da parte dei presbiteri presenti non intende affatto esprimere partecipazione al potere episcopale di ordinare. Ciò è attestato dalla Traditio apostolica di Ippolito (220 circa): «Quando si ordina un presbitero il vescovo imponga la mano sul suo capo e facciano altrettanto gli altri presbiteri» (7).

Più sotto lo stesso testo spiega perché nell’ordinazione diaconale solo il vescovo impone la mano: il diacono non partecipa allo stesso spirito che fa il presbiterio, cioè i primi cooperatori dell’ordine episcopale (cf LG 41; PO 2). Il presbitero ha la capacità di ricevere questo spirito di comunione con il vescovo, ma, scrive Ippolito, «non ha il potere di donarlo. Pertanto egli non può ordinare il clero. Tuttavia per l’ordinazione del presbitero fa il gesto (= l’imposizione delle mani) mentre solo il vescovo ordina» (8). Da qui la norma dell’attuale Pontificale che cita la Traditio apostolica: «I presbiteri presenti al rito insieme con il vescovo impongono le mani ai candidati "perché godono anch’essi del comune e simile spirito sacerdotale"» (117).

Quindi questa imposizione delle mani da parte dei presbiteri non è partecipazione al potere di ordinare, ma neppure una semplice «sfilata insignificante e inutile». Si tratta di esprimere la comunione con il vescovo e con la sua missione, fondamento del presbiterio (cf PO 8), e nello stesso tempo l’accoglienza del nuovo membro nell’unico corpo presbiterale. Così ribadisce con chiarezza il Pontificale Romano: «Insieme con il vescovo anche i presbiteri impongono le mani sugli eletti in segno della loro aggregazione al presbiterio» (n. 124).

In breve, mentre i vescovi presenti all’ordinazione episcopale non solo impongono le mani, ma, sebbene sommessamente, pronunciano anche le parole della "forma" in quanto ministri ordinari del sacramento, i presbiteri nell’ordinazione presbiterale compiono soltanto il gesto dell’imposizione delle mani con il significato sopra descritto, ma non pronunciano le parole della "forma", ed è giusto che non lo facciano, perché non sono ministri del sacramento dell’ordine.
  

  SUL "FOGLIETTO" DELLA MESSA

Vi scrivo per sottoporvi questo quesito. È lecito nella celebrazione liturgica usare il foglietto dall’ingresso fino al saluto finale?

Nella mia parrocchia ogni domenica vengono distribuiti quasi un centinaio di foglietti, le letture vengono fatte dal foglietto, persino le suore, compreso il presbiterio, tutti attenti a leggere dal foglietto. Che fine ha fatto l’ambone? I libri sacri a che cosa servono? Non è meglio che il celebrante si alzi e dica adesso potete leggervi la 1a e la 2a lettura e giacché ci siete leggetevi pure il Vangelo? Perché far finire così quella che una volta si chiamava sacra liturgia? Non parliamo poi dei canti dopo la comunione e alla fine: è tutto un tormentone, il sacro silenzio che fine ha fatto?

Domenico Siniscalchi
Bracigliano (Sa)
   

Non voglio essere invadente, ma vorrei togliermi un peso dallo stomaco. So benissimo che toccherò un tasto dolente, attirandomi anche le ire di alcuni editori. Parlo di quei foglietti fatti per "seguire attentamente" la messa domenicale e, guarda caso, mi sono accorto che, in giro, ce ne sono per tutti i gusti, anzi per le più svariate esigenze. Ben preparati e rifiniti con cura in ogni particolare: dai canti all’atto penitenziale; dalle letture alla preghiera dei fedeli; dal prefazio alla preghiera eucaristica... e, in alcuni casi, anche con gli avvisi parrocchiali. Tutto a buon mercato, e senza nessun adattamento alle circostanze, si ha una messa ben rifinita nei suoi particolari.

Avendo tutto scritto e sotto gli occhi, ci si dimentica che la liturgia della Parola è un porsi in ascolto, che essa è dialogo tra Dio e il suo popolo. E non ci può essere dialogo senza ascolto. Così come Samuele: «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta» o Maria che, «sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola» o l’«Ascolta, Israele» citato dallo stesso Gesù... A questo punto sarebbe più conveniente dire ai fedeli: «Prendete il foglio e leggete ciò che ci dice oggi Gesù nel Vangelo», ma girando e rigirando i foglietti, a mio avviso, si dimentica che proclamare è un gesto al quale corrisponde quello dell’accoglienza della Parola.

Alberto Piccione
Valvasone (Pn)

Risponde don Silvano Sirboni..
Il "foglietto" contestato affonda le sue radici nei primi tentativi per favorire la partecipazione attiva, se non proprio dell’assemblea in quanto tale, almeno dei singoli fedeli, in un tempo in cui la messa era celebrata tutta in lingua latina. I primi sussidi di questo tipo, oltre alla diffusione dei messalini per i fedeli, incominciarono a essere divulgati fin dagli anni Trenta dall’Opera della Regalità fondata da padre Gemelli e dal 1965, sotto la spinta della costituzione liturgica approvata dal Concilio, anche dalla San Paolo fondata dal beato Giacomo Alberione (trasformando in vero e proprio sussidio celebrativo una pubblicazione di formazione catechistica nata nel 1921).

La presenza di questi sussidi è stata di un’utilità indiscutibile per promuovere una maggiore conoscenza della struttura e dei testi della messa e per educare gradualmente alla partecipazione attiva. Con l’introduzione della lingua parlata e degli interventi dell’assemblea la loro funzione è radicalmente cambiata. Non si tratta più di "seguire" la messa del sacerdote, ma di celebrare tutti insieme come unico corpo di Cristo (OGMR 16; CCC 1140-1141). Chi presiede diventa voce e immagine di quel Cristo che è presente, anzi, che si identifica con l’assemblea (cf SC 7; OGMR 30-33). I fedeli sono chiamati a manifestare chiaramente questa unità assumendo gli stessi atteggiamenti corporali (OGMR 42), unendo le loro voci nel canto (ivi, 40-41), osservando il silenzio rituale (ivi 45) e ascoltando la proclamazione della parola di Dio (ivi 128 e 130).

L’assemblea liturgica non è una sala di lettura dove ognuno si isola nella lettura più o meno simultanea di uno stesso testo. L’assemblea liturgica, immagine concreta della Chiesa, annuncia celebrando ed è scuola di fede e di comunione più per quello che fa che non per quello che dice.

Il foglietto, quindi, non può essere usato come prima del Concilio né come durante i primi anni della riforma conciliare. Esso semmai ha ancora un’utilità per i pochi testi dell’ordinario che si cantano o recitano insieme per chi non li conosce ancora a memoria. Può essere utile per qualche persona debole di udito. Soprattutto può diventare utile per la preparazione in gruppo della liturgia domenicale e festiva (non tutti tengono in casa un messalino), per portarlo ai malati con la comunione nel giorno del Signore, per portarlo a casa come strumento per continuare la riflessione sulla parola di Dio e su altri testi eventualmente presenti nel sussidio stesso.

Il suo uso indiscriminato durante la celebrazione non favorisce l’autentica partecipazione attiva da parte dell’assemblea in quanto tale. Inoltre potrebbe ostacolare (quando riporta alcune parti della liturgia come ad esempio la preghiera eucaristica) tutte quelle possibilità di scelta e di creatività che sono previste dalle norme per adattare la celebrazione alle diverse circostanze e ai diversi luoghi.
   

  LA CULLA DI BERNADETTA

Vorrei farvi notare che nel numero di Vita Pastorale del mese di febbraio 2008 a p. 85 la foto riguardante il servizio su Lourdes è sbagliata. Bernadette non è nata in quella culla e in quella stanza che si trova nel moulin de Boly (in questo mulino Bernadette non ha abitato per niente perché in quel periodo viveva nell’ospizio di Lourdes che è un luogo a pagamento; e i discendenti di Bernadette ci vogliono guadagnare e questo a Bernadette dispiace. Anche i responsabili del santuario dicono di non andarci), ma è nata nella maison paternelle che è gratis da vedere e dove dicono di andarci.

don Nicola Caravaggio

Risponde don Giuliano Censi.
Una breve ricerca sul sito ufficiale dei santuari di Lourdes (www.lourdes-france.org, così pure www.lourdes-italia.it) dice il contrario, e cioè: «In uno di essi, il mulino di Boly, Bernadetta nasce il 7 gennaio 1844. [...] Vi abiterà per dieci anni». Altri siti (come www.oftalvercelli.it, www.oasimariana.it) per di più affermano che nella «casa chiamata "maison paternelle" [mulino Lacadé] Bernadette non abitò mai».
       

     Che cosa fare nei casi più gravi?
  CELIACHIA E COMUNIONE EUCARISTICA

Nella mia parrocchia c’è un giovane di 25 anni che è affetto da diverse gravi malattie e allergie. Essendo celiaco, non può fare la comunione con le ostie normali. Ho provato con le ostie senza glutine per celiaci, ma essendo allergico all’amido di mais dopo pochi minuti sta malissimo di stomaco e ha diverse reazioni sulla pelle. Fargli la comunione al calice? Ma a causa dell’epilessia di cui soffre e che nessuno è ancora riuscito a curare gli è stato vietato di toccare gli alcolici. Non ci sono speranze per lui di fare la comunione, a parte quella "spirituale" che gli ho già consigliato?

Lettera firmata

Risponde don Silvano Sirboni.
L'allergia al glutine o celiachia costituisce una patologia sempre più diffusa creando problemi anche pastorali e teologici. Nel 1982 la Congregazione per la dottrina della fede si limitava a permettere ai celiaci la comunione al solo calice causando loro ovviamente qualche disagio poiché davano pubblicità alla loro condizione attraverso un gesto che li separava anche dal resto dell’assemblea (cf testo in EV 8/387). Il 19 giugno 1995 la stessa Congregazione aggiornava la norma permettendo di usare un pane con una minima quantità di glutine sufficiente per ottenere la panificazione (cf Notitiae 31/1995, 608-610). Questa normativa accolta dalla Cei e ufficializzata dall’Ufficio liturgico nazionale nel 2001 si è rivelata risolutoria per la maggior parte dei celiaci (cf Notiziario Cei 9/2001, 278-280).

Esistono tuttavia casi particolarmente gravi per i quali anche una minima quantità di glutine causa forti reazioni allergiche. Se poi si aggiungono altre complicazioni come nel caso descritto dal nostro lettore, che fare? Al momento ci si deve purtroppo limitare a consigliare la comunione con Cristo attraverso l’assemblea, l’ascolto e l’accoglienza della Parola e attraverso quel desiderio che se è efficace per il battesimo (cf CCC 1258) lo è anche per l’eucaristia, non potendo fare altrimenti (cf RS 104).

In prospettiva, tuttavia, pur tenendo conto di tutte le fondate ragioni bibliche, dogmatiche e storiche, ci si può chiedere se il segno sacramentale del pane debba essere strettamente legato alla sua composizione chimica, cioè a una proteina, il glutine. È pensabile che in futuro un pane senza glutine possa essere considerato un segno sufficiente per fare memoria della cena del Signore ed essere valido sacramento della sua reale presenza? La risposta, sollecitata dall’emergenza pastorale, spetta alla riflessione della teologia sacramentaria e, ovviamente, all’autorità competente.
   

  BENEDIZIONE CON L’EVANGELIARIO

È lecito che il sacerdote benedica con l’evangeliario l’assemblea dopo la proclamazione del Vangelo mentre il coro ripete l’alleluia?

È lecito che il sacerdote infonda l’incenso nel turibolo all’alleluia rimanendo seduto oppure è riservato solo al vescovo?

È vero che non esiste norma che preveda di ripetere il canto dell’alleluia dopo il Vangelo, anzi che tale ripetizione è consuetudine tollerata in quanto l’alleluia è propriamente un canto di acclamazione a Cristo che parlerà nella pericope evangelica (e non dopo aver parlato)?

don Benedetto Minchella
Cassino (Fr)

Risponde don Silvano Sirboni. 
1) La benedizione con l’evangeliario è un rito preso dalla liturgia bizantina e introdotto nella liturgia papale alla fine degli anni Settanta. Il gesto si è diffuso per imitazione nelle liturgie episcopali e infine anche in quelle presiedute da un presbitero. Questo gesto rituale è stato accolto ufficialmente dalla liturgia romana attraverso la terza edizione del Messale (ed. latina 2000; trad. italiana 2004) dove però, contrariamente all’uso orientale, questa benedizione è riservata al vescovo (cf OGMR 175). Questa limitazione sembra essere stata suggerita dalla volontà di qualificare questo gesto per evidenziare lo stretto rapporto del vescovo con l’annuncio evangelico di cui egli è il primo responsabile (cf Pontificale Romano, "Ordinazione del vescovo", 26).

2) È forse opportuno ricordare che, contrariamente alla prassi preconciliare, oggi l’uso dell’incenso non solo è possibile ma anche facoltativo per tutte le forme di messa (cf OGMR 276). Il Cerimoniale dei vescovi prevede che il vescovo, prima della benedizione al diacono per la proclamazione del Vangelo, infonda l’incenso restando seduto (cf nn. 90 e 140). Per la messa presieduta dal presbitero nulla è specificato al riguardo: «Mentre si canta l’alleluia o un altro canto, se si usa l’incenso, il sacerdote lo mette nel turibolo e lo benedice [...] senza nulla dire» (cf OGMR 132 e 277). L’esclusiva presenza di una norma nel Cerimoniale farebbe supporre che essa sia riservata al vescovo, anche se ciò non è detto esplicitamente, mantenendo così la prassi del solenne Cerimoniale precedente. D’altra parte, alla luce della messa "normativa" che prevede che al canto dell’alleluia o di un’altra acclamazione stabilita dalle rubriche secondo il tempo liturgico, tutti si alzino e stiano in piedi (cf OGMR 62 e 131), pare più corretto e anche più significativo che anche colui che presiede assuma questo stesso atteggiamento.

3) La possibilità di riprendere l’alleluia dopo la proclamazione del Vangelo, anche in sostituzione e non solo in aggiunta all’acclamazione proposta dal Lezionario (cf OLM 125) non è presente nell’edizione latina, ma soltanto in quella italiana, proprio in ossequio alla norma appena sopra citata del Lezionario (cf MR p. 304).
   

  MOSTRA SUI MIRACOLI EUCARISTICI

"Quando il mistero si fa presenza visibile" è il titolo di un’originale e singolare mostra dei miracoli eucaristici. Dal 1998 itinera nelle parrocchie, nei santuari, nei congressi eucaristici, ecc., e non solo in Italia, come apostola di catechesi eucaristica. Per informazioni: Sergio Meloni, viale Benedetto Brin 174 - 05100 Terni, telefono 0744.43.23.05.

Sergio Meloni
Terni

     

Si invitano i lettori a inviare lettere stringate ed essenziali. La direzione non pubblica quelle che arrivano anonime o senza indirizzo anche se, su richiesta, si può omettere la firma. La redazione è fornita di indirizzo postale, fax ed e-mail

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