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Dialogo ecumenico Rapporti islamo-cristiani: un bilancio di
ANDREA PACINI
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Non esistono soltanto
movimenti islamici radicali, ma anche segnali incoraggianti di dialogo tra
mondo cristiano e mondo musulmano. Per tentare un bilancio delle relazioni tra mondo cristiano e mondo musulmano agli inizi del XXI secolo, bisogna subito tenere presenti tre fondamentali dimensioni di tali relazioni che, sebbene interdipendenti, sono tra loro distinte. Una prima dimensione è rappresentata dalle comunità cristiane che vivono in Paesi a maggioranza musulmana e si confrontano quotidianamente sul piano sociale, politico, culturale e religioso con un universo in cui predomina la visione socio-culturale e socio-politica radicata nella tradizione islamica. La seconda dimensione è invece rappresentata più in generale dai rapporti a livello internazionale tra mondo religioso cristiano e mondo musulmano e le loro rispettive espressioni sul piano istituzionale e della società civile. La terza dimensione include i rapporti tra Stati di tradizione cristiana e le componenti di cittadini o residenti di religione musulmana in essi stabilizzati soprattutto a causa delle migrazioni internazionali. Tutte e tre le dimensioni sopra identificate si confrontano con un fenomeno comune che si è sviluppato trasversalmente a tutto il mondo musulmano contemporaneo: si tratta del sorgere e consolidarsi del fondamentalismo islamico. L’istanza centrale dell’ideologia fondamentalista è la rinnovata rivendicazione del ruolo politico che l’islam è chiamato a svolgere sia all’interno degli Stati a maggioranza musulmana sia a livello internazionale. In questo senso le correnti di riforma sorte all’interno dell’islam tra la fine del secolo XIX e i primi decenni del XX, nonché le correnti liberali modernizzanti del medesimo periodo, sono state successivamente arginate dalle reazioni sorte in difesa dell’islam concepito come sistema politico-religioso integrale.
(foto AP/La Presse/Chris Helgren). Tale reazione si è espressa attraverso la costituzione e la diffusione dei movimenti dell’islam fondamentalista, il cui obiettivo è l’attuazione sul piano politico dello Stato islamico, in antagonismo ai sistemi politici occidentali sia di ispirazione liberale sia socialista. Alcune correnti fondamentaliste hanno successivamente accolto visioni e metodi più radicali per ottenere la vittoria dell’islam politico, dando origine ai movimenti dell’islam radicale che utilizzano metodi violenti per raggiungere i propri obiettivi. In questi ultimi anni dal seno dell’islam radicale sono infine emersi gli attuali movimenti del terrorismo islamico, che agiscono a livello internazionale nella lotta contro l’Occidente, in cui è inclusa la lotta contro i cristiani. I movimenti fondamentalisti, quelli radicali, e gli attuali movimenti del terrorismo islamico internazionale sono tra loro entità diverse, in quanto utilizzano strategie e strumenti differenti per raggiungere l’obiettivo di formare lo Stato islamico: in particolare i movimenti fondamentalisti tradizionali generalmente rifiutano l’uso della violenza e cercano di ottenere i propri scopi attraverso strategie politiche interne. Tuttavia essi sono accomunati dai seguenti elementi: 1) la concezione dell’islam come un sistema politico-religioso da attuare sul piano statale e internazionale; 2) la centralità della dimensione giuridica islamica, dunque della legge islamica (la shari’a) a scapito di altre dimensioni più chiaramente spirituali dell’islam; 3) il conseguente stretto legame posto tra cittadinanza politica e appartenenza religiosa musulmana; 4) una visione cultura-lreligiosa in cui viene accentuato il predominio dell’islam, mentre i rapporti con le altre religioni o sistemi culturali è visto in chiave di loro subordinazione o di antagonismo. Questi elementi possono giocare naturalmente un ruolo diverso a seconda dei contesti geografici e politici specifici. Si aggiunga che l’islam politico è anche l’ideologia prevalente negli Stati musulmani conservatori, i quali anche se combattono al proprio interno le espressioni di islam radicale, nondimeno condividono la visione politico-culturale espressa nei punti sopra elencati. L’emergenza dell’islam politico nelle sue varie espressioni costituisce dunque un contesto fondamentale con cui si confrontano le relazioni islamo-cristiane nelle loro diverse dimensioni. L’islam politico crea forti problemi alle comunità cristiane che vivono all’interno di Stati a maggioranza musulmana. Questo è vero sia per le comunità cristiane autoctone di antico radicamento (come nei Paesi del Medio Oriente arabo), sia per le comunità cristiane di origine più recente (come in Pakistan) o di origine immigrata (come in Arabia Saudita e nei Paesi del Golfo).
Nel primo e nel secondo caso i cristiani sono sottoposti, in modo diversificato, a due grandi ambiti di limitazioni: 1) limitazioni riguardanti l’esercizio dei diritti di cittadinanza su un piano egualitario con i musulmani; 2) limitazioni riguardanti l’espressione della libertà religiosa. Attualmente i movimenti dell’islam politico promuovono in genere il consolidamento e l’ulteriore sviluppo di tali limitazioni nei confronti dei cristiani, tanto che la vita per loro diventa talora intollerabile. Un recente seminario internazionale organizzato dal Consiglio ecumenico delle Chiese (Ginevra) sul tema "Accompagnare le Chiese in situazioni di conflitto interreligioso" ha confermato come tali conflitti che colpiscono le Chiese si verifichino oggi quasi sempre all’interno di Paesi a maggioranza musulmana. Dal medesimo seminario è emersa l’urgenza di sostenere attivamente le comunità cristiane in tale situazione. Negli ultimi trent’anni si sono sviluppati molti dialoghi tra cristiani e musulmani su temi quali i diritti universali dell’uomo – come espressione della dignità fondamentale dell’uomo da riconoscere e tutelare sul piano giuridico –, la cittadinanza, le modalità con cui gestire il pluralismo religioso in modo rispettoso e non lesivo dei diritti dei singoli; sul tema così centrale e delicato della libertà di coscienza e della libertà religiosa. Questi dialoghi sono stati importanti per strutturare rapporti tra la Chiesa cattolica – e altre Chiese – e le istituzioni islamiche di Paesi specifici o di carattere internazionale, tenendo presente che gli organismi islamici coinvolti sono quasi sempre legati ai governi e alle istituzioni. Tali iniziative hanno permesso la costruzione di una prima rete di rapporti e di spazi per la conoscenza delle rispettive visioni. In alcuni casi sono stati raggiunti anche risultati significativi, come in Giordania o in Qatar. Altrove i risultati sono ancora da raggiungere o si aprono situazioni nuove di grave travaglio, come è il caso dell’odierno Iraq. Lo sviluppo di rapporti costanti di dialogo resta per le Chiese una priorità importante e da incrementare: moltiplicare relazioni costanti con interlocutori stabili e istituzionalmente rappresentativi permette infatti in primo luogo di gestire eventuali conflittualità che possono emergere in modo corrente. In secondo luogo permette di ricercare e promuovere con costanza quelle visioni comuni sul piano etico-sociale ed etico-politico che possano concretizzarsi in scelte politiche e giuridiche che garantiscano la vita dei cristiani in Stati a maggioranza musulmana sulla base di una effettiva cittadinanza comune che integri i diritti fondamentali dell’uomo. È questa una prospettiva di lunga durata, su cui però è urgente insistere per ricercare risultati anche nel medio periodo. Così come sembra assai importante rafforzare il monitoraggio delle situazioni specifiche delle comunità cristiane, e promuovere una rete di solidarietà intelligente sul piano politico e culturale, nonché economico, nei loro confronti. Andrea Pacini |
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