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Il prete e la parola

di GIUSEPPE COLOMBERO
   

   Vita Pastorale n. 5 maggio 2008 - Home Page A noi sacerdoti si vengono a chiedere più parole che preghiere. «Mi dica una parola», è forse la richiesta che ci sentiamo rivolgere con maggiore frequenza. Parlare è una necessità, spesso un piacere, sempre una sfida. Ogni incontro con i nostri simili mette a nudo il nostro rapporto con le parole, quelle buone e quelle cattive. Conosciamo bene le une e le altre. E siamo noi a decidere quali privilegiare.
  

Nella nostra vita di sacerdoti, le parole, quelle dette e quelle ascoltate, non hanno numero. Il nostro ministero pastorale, comunemente detto, con espressione bella, cura d’anime, si svolge sempre nel contesto di un incontro con una o più persone e con la mediazione di quell’utensile, tipicamente umano e spirituale, che è la parola. Vivere è incontrare, e incontrare è dialogare. Il linguaggio ha la sua forma completa nel dialogo, in quell’evento ordinario e tuttavia sempre straordinario che è l’incontrarsi, dire e intendersi. Il nostro ministero sacerdotale può essere denominato, a buon diritto, pastorale dell’incontro, dove la parola ha una funzione essenziale, non sostituibile. Camminiamo con le parole dalla mattina alla sera, esse ci seguono come il respiro, sono il nostro respiro.

Qui entriamo in quell’universo senza confini che è la vita dello spirito. La parola è ciò che permette agli spiriti umani di manifestarsi, di incontrarsi e di comunicare tra di loro. Nella parola, principalmente, lo spirito che è in ognuno di noi, quell’energia originaria che ci rende esseri pensanti e consapevoli, si fa visibile e udibile. Senza la parola, i nostri pensieri rimarrebbero puri inafferrabili pensieri, e ognuno di noi rimarrebbe un mistero. La parola ci dà concretezza, svela e rivela ciò che abbiamo dentro, i nostri pensieri e i nostri sentimenti, le intenzioni, le gioie e le pene, in breve, ciò che siamo. Ci dà un volto. In particolare i poeti, gli innamorati, i mistici, i filosofi, gli psicotici, hanno conosciuto, da sempre, la seduzione delle parole e la possibilità di esprimere, con esse, la loro visione del mondo. La parola è un gioiello squisitamente ed esclusivamente umano. Lo possiamo tramutare in voce che chiama, in canto, in poesia, in preghiera, o nel gergo della violenza, in spada affilata che trafigge e fa soffrire.

Il ministero sacerdotale è orientato alla pastorale dell’incontro «dove la parola ha una funzione essenziale».
Il ministero sacerdotale è orientato alla pastorale dell’incontro
«dove la parola ha una funzione essenziale» (foto Rotoletti).

Abitiamo la parola come una patria

Tutto è parola. Ogni cosa possiede almeno una parola, la sua parola: il nome, che l’oggetto svela, in confidenza, a chi gli si avvicina con umiltà e rispetto. Mi è capitato spesso, parlando a ragazzi e a studenti, di dire: il giorno in cui imparate una parola nuova, è un giorno di festa. Più parole più idee. Le parole sono sapienti in se stesse. Ogni parola racchiude un’eco lontana, porta in sé un significato, più significati, e il significato è conoscenza, è il senso dell’esistere, dice che cosa quell’oggetto sta a fare sulla terra.

Se prendiamo l’abitudine di sostare con amore, come discepoli umili e diligenti, accanto alle parole, soprattutto accanto a certe parole ricche di particolare densità e risonanze evocative, se le lasciamo parlare, appunto, dire tutto quello che hanno da dirci, a incominciare dall’etimologia, che ci porta al momento spirituale della loro nascita, noi abbiamo la sensazione di camminare insieme con esse, e di essere condotti da loro per i sentieri di paesaggi peregrini, che potremmo chiamare gli altipiani dell’anima, dove la rivelazione diventa incantesimo. Penso, in particolare, in questo momento, a certi verbi che si pregano, rivolti a Dio, nella Messa: assisti, custodisci, illumina, ispira, guida, consola, sorreggi, proteggi, infondi, diffondi, perdona, ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, o Signore. Verbi che sembrano non avere né fondo né sponde e accanto ai quali si desidererebbe sostare a lungo, per assaporarli con il nostro palatum cordis.

Forse perché appartengono alla falda più profonda del nostro essere di creature, e ci mettono a contatto con la nostra essenza, dove nascono e dove riposano. Quando si prega, avviene questo fatto singolare: non si sa bene se parlo con il Signore perché lo amo, o se lo amo perché gli parlo. Come tra le creature: non si saprà mai se si ama una persona perché la si conosce, o se la si conosce perché la si ama. Conoscere e amare: i due sentieri per i quali cammina l’anima.

Il noto lavoro di Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio, è, in buona parte, una raccolta di conferenze. Heidegger, oltre a essere un profondo pensatore, è anche un sensibilissimo cultore della poesia. Egli struttura spesso le sue conferenze attorno al testo di una poesia, a mo’ di commento. Nel cap. IV del libro citato, ne riporta una, intitolata appunto "La Parola", di un poeta che gli è particolarmente caro, Stefan George. L’ultimo verso della poesia dice: «Nessuna cosa è dove la parola manca». Per il poeta, e anche per Heidegger che fa suo quel verso, sembra che le cose esistano solo quando vengono nominate, raggiunte, toccate da quel vibrare d’alito che è la parola.

La parola è "luogo" di incontro che permette la formazione alle verità della fede.
La parola è "luogo" di incontro che permette la formazione alle verità della fede
(foto A. Giuliani).

Parlare è nominare, e nominare è chiamare. La parola non crea gli oggetti, i fatti, le persone; li chiama, dalla lontananza dell’oblio o della non conoscenza, li conduce nello spazio della coscienza, e li fa esistere, qui, nel brivido del pensiero e del sentimento di noi che ne parliamo. La parola è il "tu sei" detto a un oggetto, a una verità non conosciuta o dimenticata, un fatto, un ricordo, un volto amato, quale potrebbe essere quello di nostro padre o di nostra madre, semplicemente pronunciando la parola padre o madre. Nominare è chiamare, chiamare è vedere o rivedere o far vedere.

Noi abitiamo la parola come una patria. La parola è stata definita la dimora dell’essere, la dimora di noi che siamo. Fin dall’antichità, l’uomo è stato distinto dagli altri viventi, come colui che possiede il linguaggio, l’animale che riuscì a convertire l’urlo in parola. È il linguaggio che ha costruito e continua a costruire il nostro mondo spirituale, quello in cui riversiamo e ci scambiamo quanto abbiamo di più nostro: i pensieri, le conoscenze, i significati, i sentimenti, i ricordi, le intenzioni, le personalissime interpretazioni del reale, la poesia. Tutto ciò di cui è fatta la vita. Siamo parte di un mondo che è nato dal linguaggio e vive nel linguaggio. Nascere e morire è anche sempre il nascere e il morire di una voce, di un dire.

La parola è luogo d’incontro, ci aiuta a stare insieme e a non sentirci soli. Il progresso tecnico e scientifico ci regala ogni giorno qualche scoperta nuova, ma il bisogno fondamentale della donna e dell’uomo rimane il medesimo: avere qualcuno con cui parlare. Sta qui il segreto per sconfiggere la solitudine. Ed è per questo che la gente ci cerca.

Un sacerdote incontra una famiglia all'uscita dalla chiesa.
Un sacerdote incontra una famiglia all’uscita dalla chiesa.

La responsabilità verso il parlare

Con queste considerazioni desidero sottolineare la responsabilità che ognuno di noi ha verso il parlare. Noi non possediamo nulla che abbia il potere delle parole. Esse possono cambiare la vita di una persona, in bene o in male. A esse dobbiamo, in gran parte, chi siamo. E penso, in primo luogo, a coloro che parlandoci, guardandoci negli occhi, all’alba della nostra vita, ci hanno impresso nella mente un nome, ci hanno scolpito il viso, lo sguardo, quello sguardo, quel modo di guardare il mondo e la gente che ci contraddistingue e ci accompagna da sempre, e ci hanno fatto sentire, parlandoci in quel modo, che non eravamo di troppo sulla terra, ma al posto giusto, con le persone giuste, eravamo degni di vivere e di essere amati. La più grande fortuna che possa avere un uomo o una donna è quella di essere stato amato a suo tempo.

C’è una parola che costruisce e una che demolisce, una parola che diffonde luce e calore, un’altra che semina gelo, una che infonde fiducia e restituisce l’individuo a se stesso e alla speranza, un’altra che lo spegne, una che apre il cuore alla gioia e al sorriso, un’altra che fa piangere. Vi è una parola per la quale tutto comincia o ricomincia, lo sanno bene gli innamorati, un’altra per cui tutto finisce e lascia dietro di sé il silenzio. Dopo certe parole non rimangono più parole da dire né da ascoltare. Si potrebbe dire che la storia di ognuno di noi è, in massima parte, la storia delle parole che ci sono state dette, e di quelle attese invano.

Da qui un forte senso di responsabilità nei riguardi del dire. Noi siamo le nostre parole. Noi diciamo e ci diciamo con le parole. Nulla ci traduce o ci tradisce quanto le parole che diciamo e i sentimenti con cui le diciamo. Nel parlare poi si verifica un fatto basilare che ci chiama all’attenzione, a un atteggiamento vigile verso le parole che stiamo per dire: le parole, una volte dette, non ci appartengono più, appartengono a colui o colei al quale le abbiamo dette, il quale le porta dentro di sé, a volte finché vive, con il loro carico buono o offensivo, costruttivo o distruttivo. In concreto, è questo il pensiero che desidero lasciare con queste riflessioni.

Il nostro è il tempo della chiacchiera. Tutti parlano, sbraitano, ciarlano, ciangottano, ciabattano. Tutti vogliono farsi sentire. Ma quanti danno peso a ciò che dicono e a come lo dicono? Il lettore che mi segue, vuole sapere, per caso, quali sono le parole principali da imparare e da tenere sempre presenti? Quelle da non dire. «Ma poi mi sono pentito!». È prima che bisogna pentirsi. «Ma poi ho chiesto scusa!». Bisogna parlare in modo da non avere da chiedere scusa. «Metti una guardia, o Jahve, alla mia bocca, una sentinella alla porta delle mie labbra» (Salmo 141,3). Chi riesce a raggiungere questa attenzione o riguardo verso le parole che pronuncia, ha la sensazione di tenere in mano le redini della propria vita e di possedere il segreto di una pace profonda, con sé e con gli altri.

Il senso di responsabilità è rendersi conto delle conseguenze di ciò che si dice o si fa, e anche di ciò che non si dice e non si fa, e si dovrebbe invece dire e fare. Questa consapevolezza, che non ha nulla a che vedere con l’ars dicendi, l’arte del dire o del porgere degli antichi, non ci immunizza dagli errori, ma ci aiuta a limitarli.

Per questo loro peso, le parole, prima di pronunciarle, dovremmo ascoltarle, in noi stessi, non aprire bocca purchessia, lasciando che rotolino fuori a vanvera, ma soppesarle, coglierne la risonanza ampia, trattenerle per un po’, nella mente e nell’animo. La parola giusta sta al termine di questa severa disciplina sulla propria lingua e, prima ancora, sui propri sentimenti. Nasce qui quel senso della misura, quella considerazione rispettosa per l’interlocutore, il suo problema o sofferenza che dovrebbe sempre contraddistinguere i nostri incontri. È impressionante notare come si possa migliorare il nostro vivere insieme, la nostra presenza, il nostro apostolato, migliorando semplicemente la qualità delle nostre parole, il modo, il tono, i sentimenti con cui le pronunciamo. Chi vuol conoscere quali rapporti intercorrano tra i membri di una famiglia, osservi come si guardano, se si guardano, e come si parlano, se si parlano.

Il sacramento della riconciliazione è l'incontro con la divina misericordia.
Il sacramento della riconciliazione è l’incontro con la divina misericordia (foto Garusi).

Il dialogo con noi sacerdoti

Si aggiunga il fatto che generalmente coloro che si rivolgono a noi sono persone cariche di problemi, con una gran voglia di piangere. Vengono da noi perché hanno un bisogno incoercibile, quasi fisiologico, di parlare, di narrare l’angoscia che li soffoca. Lo conferma il fatto che il dialogo con noi sacerdoti non è quasi mai superficiale o vacuo. Quando qualcuno ci incontra, sia pure per caso, e ci si mette a parlare, dovunque ci si trovi, anche per strada, dopo brevi convenevoli, la conversazione si fa seria, spesso drammatica. Chi parla con noi sa che può aprire il cuore, liberamente, dire tutto, sa che di noi può fidarsi, da noi non avrà mai nulla da temere, non riceverà mai un consiglio avventato o fatuo o, peggio, dettato da sentimenti interessati, e che nel nostro cuore può trovare qualcosa della mansuetudine e della misericordia del cuore di Cristo.

«Ora conosco che sei uomo di Dio e che la parola vera di Jahve è nella tua bocca»" (1Re 17,24), dice a Elia la vedova di Zarepta dopo che il profeta ha fatto tornare in vita suo figlio. E spesso è proprio questo di cui si va in cerca: di misericordia, di qualcuno che sappia usare misericordia. È la misericordia che rialza chi è caduto, piccolo o adulto, martoriato dagli errori o dalle avversità, e lo rimette in cammino. Il nostro parlare allora diventa così un dire-seminare, un dire-aprire gli occhi, un dire-cercare insieme, un dire-perdonare e benedire. Noi sacerdoti avanti negli anni abbiamo dato un senso alla nostra vita, aiutando gli altri a trovarne uno per la loro. Grande regalo del Signore avere una vita tutta fatta d’incontri, di sguardi e di dialoghi.

Quanti errori si eviterebbero e quanti dolori ci si risparmierebbe solo che si avesse vicino qualcuno che ci parlasse da amico, con l’amorevolezza e anche con la franchezza dell’amico. Perché noi le regole dell’esistere le conosciamo, sappiamo dove sta il bene e dove il male, dove la vita premia e dove castiga, ci accorgiamo quando ci incamminiamo su un sentiero sbagliato che non porta da nessuna parte. E tuttavia solo quando qualcuno ce lo fa notare, ci pensiamo. La prima cura è la parola, far parlare, lasciar parlare. È un’arte questa che non si finisce di imparare, perché non si finisce di umanizzare il cuore. La parola giusta è farsi grembo. E qui ci ritroviamo alla sorgente della nostra vicenda umana. Dal giorno che nasce il cucciolo umano si mette al lavoro per ricostituirsi un grembo. E l’accoglienza, l’amicizia, la parola cordiale, più di qualsiasi altra cosa, gli danno la sensazione riposante di averlo ritrovato.

Giuseppe Colombero
   

COMUNICARE DIALOGANDO

«L’incapacità del comunicare. Sta davvero scomparendo l’arte del dialogare? Non osserviamo forse, nella vita sociale del nostro tempo, un crescente solitario monologare degli individui? È questo un fenomeno generale della nostra civiltà, strettamente legata a un modo di pensare tecnico-scientifico? O è la crescente esperienza della solitudine e dell’alienazione di sé, proprie della nostra epoca, a chiudere la bocca ai giovani? O è forse un deciso tirarsi indietro di fronte alla fatica del comprendere e un amaro rifiuto della volontà di intendersi che si converte nell’incapacità di comunicare? Fatto sta che vediamo stendersi sempre più tra gli uomini il paesaggio solitario delle loro anime».

(Gadamer H.G., "L’incapacità del comunicare",
in Verità e metodo 2, Bompiani 1996, p. 175).

    

PRESI O "CATTURATI"?

«Si dice comunemente condurre un dialogo. Ma quanto più un dialogo è autentico, tanto meno il suo svolgersi dipende dalla nostra volontà. Il dialogo autentico finisce per non essere mai come noi volevamo che fosse. È più giusto dire che in un dialogo si è presi, se non addirittura catturati o avviluppati. Il modo come una osservazione viene in mente e la si fa seguire all’altra, il modo come una frase viene messa dopo l’altra, il modo come il dialogo prende la sua direzione e giunge a una conclusione, tutto questo dice che, nel dialogare, gli interlocutori non tanto guidano, quanto piuttosto sono guidati da ciò che dicono. Ciò che risulta da un dialogo non si può mai sapere in anticipo. Perché la comprensione o l’incomprensione sono eventi che si compiono in noi poco a poco, frase dopo frase. Solo alla fine dell’incontro possiamo dire che tra noi c’è stato un buon dialogo, oppure, amaramente, che non ci siamo capiti».

(Gadamer H.G., Verità e metodo, Bompiani 1983, p. 441)

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