Abitiamo la parola come una patria
Tutto è parola. Ogni cosa possiede almeno una parola,
la sua parola: il nome, che l’oggetto svela, in confidenza, a chi gli si
avvicina con umiltà e rispetto. Mi è capitato spesso, parlando a ragazzi
e a studenti, di dire: il giorno in cui imparate una parola nuova, è un
giorno di festa. Più parole più idee. Le parole sono sapienti in se
stesse. Ogni parola racchiude un’eco lontana, porta in sé un
significato, più significati, e il significato è conoscenza, è il senso
dell’esistere, dice che cosa quell’oggetto sta a fare sulla terra.
Se prendiamo l’abitudine di sostare con amore, come
discepoli umili e diligenti, accanto alle parole, soprattutto accanto a
certe parole ricche di particolare densità e risonanze evocative, se le
lasciamo parlare, appunto, dire tutto quello che hanno da dirci, a
incominciare dall’etimologia, che ci porta al momento spirituale della
loro nascita, noi abbiamo la sensazione di camminare insieme con esse, e
di essere condotti da loro per i sentieri di paesaggi peregrini, che
potremmo chiamare gli altipiani dell’anima, dove la rivelazione
diventa incantesimo. Penso, in particolare, in questo momento, a certi
verbi che si pregano, rivolti a Dio, nella Messa: assisti, custodisci,
illumina, ispira, guida, consola, sorreggi, proteggi, infondi, diffondi,
perdona, ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, o Signore. Verbi
che sembrano non avere né fondo né sponde e accanto ai quali si
desidererebbe sostare a lungo, per assaporarli con il nostro palatum
cordis.
Forse perché appartengono alla falda più profonda del
nostro essere di creature, e ci mettono a contatto con la nostra essenza,
dove nascono e dove riposano. Quando si prega, avviene questo fatto
singolare: non si sa bene se parlo con il Signore perché lo amo, o se lo
amo perché gli parlo. Come tra le creature: non si saprà mai se si ama
una persona perché la si conosce, o se la si conosce perché la si ama.
Conoscere e amare: i due sentieri per i quali cammina l’anima.
Il noto lavoro di Martin Heidegger, In cammino verso
il linguaggio, è, in buona parte, una raccolta di conferenze.
Heidegger, oltre a essere un profondo pensatore, è anche un
sensibilissimo cultore della poesia. Egli struttura spesso le sue
conferenze attorno al testo di una poesia, a mo’ di commento. Nel cap.
IV del libro citato, ne riporta una, intitolata appunto "La
Parola", di un poeta che gli è particolarmente caro, Stefan George.
L’ultimo verso della poesia dice: «Nessuna cosa è dove la parola manca».
Per il poeta, e anche per Heidegger che fa suo quel verso, sembra che le
cose esistano solo quando vengono nominate, raggiunte, toccate da quel
vibrare d’alito che è la parola.

La parola è "luogo" di
incontro che permette la formazione alle verità della fede
(foto A. Giuliani).
Parlare è nominare, e nominare è chiamare. La parola
non crea gli oggetti, i fatti, le persone; li chiama, dalla lontananza
dell’oblio o della non conoscenza, li conduce nello spazio della
coscienza, e li fa esistere, qui, nel brivido del pensiero e del
sentimento di noi che ne parliamo. La parola è il "tu sei"
detto a un oggetto, a una verità non conosciuta o dimenticata, un fatto,
un ricordo, un volto amato, quale potrebbe essere quello di nostro padre o
di nostra madre, semplicemente pronunciando la parola padre o madre.
Nominare è chiamare, chiamare è vedere o rivedere o far vedere.
Noi abitiamo la parola come una patria. La parola è
stata definita la dimora dell’essere, la dimora di noi che siamo.
Fin dall’antichità, l’uomo è stato distinto dagli altri viventi,
come colui che possiede il linguaggio, l’animale che riuscì a
convertire l’urlo in parola. È il linguaggio che ha costruito e
continua a costruire il nostro mondo spirituale, quello in cui riversiamo
e ci scambiamo quanto abbiamo di più nostro: i pensieri, le conoscenze, i
significati, i sentimenti, i ricordi, le intenzioni, le personalissime
interpretazioni del reale, la poesia. Tutto ciò di cui è fatta la vita.
Siamo parte di un mondo che è nato dal linguaggio e vive nel linguaggio.
Nascere e morire è anche sempre il nascere e il morire di una voce, di un
dire.
La parola è luogo d’incontro, ci aiuta a stare
insieme e a non sentirci soli. Il progresso tecnico e scientifico ci
regala ogni giorno qualche scoperta nuova, ma il bisogno fondamentale
della donna e dell’uomo rimane il medesimo: avere qualcuno con cui
parlare. Sta qui il segreto per sconfiggere la solitudine. Ed è per
questo che la gente ci cerca.

Un sacerdote incontra una famiglia
all’uscita dalla chiesa.
La responsabilità verso il parlare
Con queste considerazioni desidero sottolineare la
responsabilità che ognuno di noi ha verso il parlare. Noi non possediamo
nulla che abbia il potere delle parole. Esse possono cambiare la vita di
una persona, in bene o in male. A esse dobbiamo, in gran parte, chi siamo.
E penso, in primo luogo, a coloro che parlandoci, guardandoci negli occhi,
all’alba della nostra vita, ci hanno impresso nella mente un nome, ci
hanno scolpito il viso, lo sguardo, quello sguardo, quel modo di guardare
il mondo e la gente che ci contraddistingue e ci accompagna da sempre, e
ci hanno fatto sentire, parlandoci in quel modo, che non eravamo di troppo
sulla terra, ma al posto giusto, con le persone giuste, eravamo degni di
vivere e di essere amati. La più grande fortuna che possa avere un uomo o
una donna è quella di essere stato amato a suo tempo.
C’è una parola che costruisce e una che demolisce,
una parola che diffonde luce e calore, un’altra che semina gelo, una che
infonde fiducia e restituisce l’individuo a se stesso e alla speranza,
un’altra che lo spegne, una che apre il cuore alla gioia e al sorriso,
un’altra che fa piangere. Vi è una parola per la quale tutto comincia o
ricomincia, lo sanno bene gli innamorati, un’altra per cui tutto finisce
e lascia dietro di sé il silenzio. Dopo certe parole non rimangono più
parole da dire né da ascoltare. Si potrebbe dire che la storia di ognuno
di noi è, in massima parte, la storia delle parole che ci sono state
dette, e di quelle attese invano.
Da qui un forte senso di responsabilità nei
riguardi del dire. Noi siamo le nostre parole. Noi diciamo e ci diciamo
con le parole. Nulla ci traduce o ci tradisce quanto le parole che diciamo
e i sentimenti con cui le diciamo. Nel parlare poi si verifica un fatto
basilare che ci chiama all’attenzione, a un atteggiamento vigile verso
le parole che stiamo per dire: le parole, una volte dette, non ci
appartengono più, appartengono a colui o colei al quale le abbiamo
dette, il quale le porta dentro di sé, a volte finché vive, con il loro
carico buono o offensivo, costruttivo o distruttivo. In concreto, è
questo il pensiero che desidero lasciare con queste riflessioni.
Il nostro è il tempo della chiacchiera. Tutti parlano,
sbraitano, ciarlano, ciangottano, ciabattano. Tutti vogliono farsi
sentire. Ma quanti danno peso a ciò che dicono e a come lo dicono? Il
lettore che mi segue, vuole sapere, per caso, quali sono le parole
principali da imparare e da tenere sempre presenti? Quelle da non dire.
«Ma poi mi sono pentito!». È prima che bisogna pentirsi. «Ma poi ho
chiesto scusa!». Bisogna parlare in modo da non avere da chiedere scusa. «Metti
una guardia, o Jahve, alla mia bocca, una sentinella alla porta delle mie
labbra» (Salmo 141,3). Chi riesce a raggiungere questa attenzione o
riguardo verso le parole che pronuncia, ha la sensazione di tenere in mano
le redini della propria vita e di possedere il segreto di una pace
profonda, con sé e con gli altri.
Il senso di responsabilità è rendersi conto delle
conseguenze di ciò che si dice o si fa, e anche di ciò che non si dice e
non si fa, e si dovrebbe invece dire e fare. Questa consapevolezza, che
non ha nulla a che vedere con l’ars dicendi, l’arte del dire o
del porgere degli antichi, non ci immunizza dagli errori, ma ci aiuta a
limitarli.
Per questo loro peso, le parole, prima di pronunciarle,
dovremmo ascoltarle, in noi stessi, non aprire bocca purchessia, lasciando
che rotolino fuori a vanvera, ma soppesarle, coglierne la risonanza ampia,
trattenerle per un po’, nella mente e nell’animo. La parola giusta sta
al termine di questa severa disciplina sulla propria lingua e, prima
ancora, sui propri sentimenti. Nasce qui quel senso della misura,
quella considerazione rispettosa per l’interlocutore, il suo problema o
sofferenza che dovrebbe sempre contraddistinguere i nostri incontri. È
impressionante notare come si possa migliorare il nostro vivere insieme,
la nostra presenza, il nostro apostolato, migliorando semplicemente la
qualità delle nostre parole, il modo, il tono, i sentimenti con cui le
pronunciamo. Chi vuol conoscere quali rapporti intercorrano tra i membri
di una famiglia, osservi come si guardano, se si guardano, e come si
parlano, se si parlano.

Il sacramento della riconciliazione
è l’incontro con la divina misericordia (foto Garusi).
Il dialogo con noi sacerdoti
Si aggiunga il fatto che generalmente coloro che si
rivolgono a noi sono persone cariche di problemi, con una gran voglia di
piangere. Vengono da noi perché hanno un bisogno incoercibile, quasi
fisiologico, di parlare, di narrare l’angoscia che li soffoca. Lo
conferma il fatto che il dialogo con noi sacerdoti non è quasi mai
superficiale o vacuo. Quando qualcuno ci incontra, sia pure per caso, e ci
si mette a parlare, dovunque ci si trovi, anche per strada, dopo brevi
convenevoli, la conversazione si fa seria, spesso drammatica. Chi parla
con noi sa che può aprire il cuore, liberamente, dire tutto, sa che di
noi può fidarsi, da noi non avrà mai nulla da temere, non riceverà mai
un consiglio avventato o fatuo o, peggio, dettato da sentimenti
interessati, e che nel nostro cuore può trovare qualcosa della
mansuetudine e della misericordia del cuore di Cristo.
«Ora conosco che sei uomo di Dio e che la parola vera
di Jahve è nella tua bocca»" (1Re 17,24), dice a Elia la vedova di
Zarepta dopo che il profeta ha fatto tornare in vita suo figlio. E spesso
è proprio questo di cui si va in cerca: di misericordia, di qualcuno che
sappia usare misericordia. È la misericordia che rialza chi è
caduto, piccolo o adulto, martoriato dagli errori o dalle avversità, e lo
rimette in cammino. Il nostro parlare allora diventa così un dire-seminare,
un dire-aprire gli occhi, un dire-cercare insieme, un dire-perdonare
e benedire. Noi sacerdoti avanti negli anni abbiamo dato un
senso alla nostra vita, aiutando gli altri a trovarne uno per la loro.
Grande regalo del Signore avere una vita tutta fatta d’incontri, di
sguardi e di dialoghi.
Quanti errori si eviterebbero e quanti dolori ci si
risparmierebbe solo che si avesse vicino qualcuno che ci parlasse da
amico, con l’amorevolezza e anche con la franchezza dell’amico.
Perché noi le regole dell’esistere le conosciamo, sappiamo dove sta il
bene e dove il male, dove la vita premia e dove castiga, ci accorgiamo
quando ci incamminiamo su un sentiero sbagliato che non porta da nessuna
parte. E tuttavia solo quando qualcuno ce lo fa notare, ci pensiamo. La
prima cura è la parola, far parlare, lasciar parlare. È un’arte questa
che non si finisce di imparare, perché non si finisce di umanizzare il
cuore. La parola giusta è farsi grembo. E qui ci ritroviamo alla sorgente
della nostra vicenda umana. Dal giorno che nasce il cucciolo umano si
mette al lavoro per ricostituirsi un grembo. E l’accoglienza, l’amicizia,
la parola cordiale, più di qualsiasi altra cosa, gli danno la sensazione
riposante di averlo ritrovato.
Giuseppe Colombero