Il Proemio al Lezionario
dà indicazioni di carattere teologico e pratico che vale la pena
riprendere nelle nostre celebrazioni.
Ci
troviamo alla ripresa del ciclo triennale del Lezionario
domenicale e festivo – Anno ABC, edito in tre volumi nel 2007, anche
se diventerà obbligatorio il 28 novembre 2010. L’edizione merita
attenzione per le novità che vanno dal suo aggiornamento magisteriale
(Congregazione per il culto divino e Conferenza episcopale italiana) alla
revisione del testo tradotto, alle nuove disposizioni dei corsivi prima
delle letture, alla ricchezza – autentica novità – di immagini
inserite a tutta pagina, alla stessa melodia inserita nel testo.
Un’edizione molta accurata (errori tipografici minimi,
facilmente correggibili) e degna della sua finalità celebrativa, a cui
dovrà corrispondere un uso diligente e impegnativo (cf Lameri A.,
"Il rinnovato Lezionario per la Chiesa italiana" in Rivista
Liturgica 94/6/2007, pp. 923-951).
Non manca, ovviamente, il testo delle Premesse, ovvero
il Proemio, che risale al 1981, già presente nella precedente edizione e
che costituisce un autentico trattato sulla teologia dell’ordinamento
delle letture. Su di esso vorremmo richiamare l’attenzione dei lettori,
perché dopo la costituzione conciliare Dei Verbum merita di essere
attentamente studiato e diligentemente attuato. Alla parola di Dio è
connesso, in parte preponderante, il successo della riforma liturgica, in
particolare la celebrazione eucaristica.
In questa rubrica ci limitiamo a due aspetti di
particolare importanza: la proclamazione della parola di Dio e l’atteggiamento
di ascolto da parte dell’assemblea.

Una lettrice preparata proclama la
Parola (chiesa di Ponderano, Biella – foto Censi).
Anzitutto, «proclamazione»
non è declamazione teatrale né semplice
lettura, ma annuncio, pubblico e solenne in un’azione liturgica festosa
di un’assemblea che riscopre sé stessa ascoltando. È render noto agli
uditori quello che Dio oggi vuol far conoscere perché siano convocati a
dare la risposta. Colui che proclama è un araldo, un credente, l’organo
della rivelazione divina. Si esige una preparazione tecnica, nell’arte
del leggere in pubblico e a voce libera, e spirituale, cioè una
formazione biblica liturgica, che colga il senso alla luce della fede. Il
ministro lettore non s’improvvisa, è un ministero istituito allo scopo.
Non è questione di sesso né di età, ma di reali
capacità di capire ciò che si legge e farlo capire col tono di voce, la
dizione, l’articolazione delle parole, le pause, il fraseggio, gli
stacchi, soprattutto il rispetto dei vari generi letterari (narrativo,
lirico, profetico, parenetico, ecc.). Ciò è richiesto dalla natura della
parola di Dio proclamata nell’atto liturgico di fronte all’assemblea,
e non si può seriamente ottenere da un estemporaneo lettore né tanto
meno da bambini: è questione di verità, di dignità, di serietà, anzi
di fede, è un servizio da rendere all’assemblea non un favore da
concedere al singolo fedele.
Due altre condizioni sono richieste dalla proclamazione:
il luogo (ambone) e il libro (Lezionario). Il luogo proprio comune
alla prassi sinagogale e all’intera tradizione cristiana è uno spazio
sopraelevato, stabile, decoroso, propriamente ordinato chiamato «ambone»,
rispondente alla dignità della parola di Dio (di cui è come la mensa, in
analogia con l’altare, mensa del corpo di Cristo): luogo da cui il
lettore può essere facilmente visto e udito. Un luogo che non può essere
sostituito, salvo il depauperamento del valore e della stima per la
Parola, da un leggìo movibile e traballante.
Lo stesso si dica del libro, «segno liturgico di
realtà superiore» (cf 35), che dovrà essere degno, decoroso e bello,
atto a suscitare il senso della presenza di Dio che parla al suo popolo,
meritevole di essere baciato. Giustamente sono riprovati come indegni
della parola di Dio sussidi pastorali sostitutivi quali i foglietti
destinati ai fedeli per la preparazione e meditazione delle letture.
Alla
proclamazione della Parola corrisponde l’atteggiamento
di ascolto da parte dell’assemblea, a cominciare dal presidente. Sull’ascolto
silenzioso e adorante, per poter accogliere e poi aderire alla Parola,
insistono a ripetizione i documenti della riforma liturgica, non per
ultimo il nostro che vede nell’ascolto la prima risposta alla parola: «Quando
Dio comunica la sua parola, aspetta sempre una risposta, la quale è un
ascolto e un’adorazione in "Spirito e verità" (Gv 4,23). Lo
Spirito Santo infatti rende efficace la risposta stessa, affinché ciò
che si ascolta nell’azione liturgica si attui poi anche nella vita»
(6). Tanto più che «nell’ascolto della parola di Dio si edifica e
cresce la Chiesa» (7). «Nella liturgia della Parola, per mezzo dell’ascolto
della fede, anche oggi l’assemblea dei fedeli accoglie da Dio la parola
dell’alleanza, e a questa parola deve rispondere con la stessa fede, per
diventare sempre più il popolo della Nuova Alleanza» (45). «Bisogna
quindi che tutti i fedeli dispongano sempre il loro spirito all’ascolto
gioioso della parola di Dio» (47).
Per ascolto intendiamo anche quello materiale che
esclude una lettura personale del testo su libri o foglietti, come del
resto è richiesto dalla parola viva come mezzo di comunicazione fra due
persone, tanto più che nel nostro caso il complesso rituale tende a
mettere in evidenza che Dio parla in questo momento al suo popolo. La
forma parlata della parola è quella originale, mentre la forma scritta è
posteriore e derivata.
Vi è un valore psicologico nel far risuonare la parola
al nostro apparato sensorio da cui arriva alla reazione cosciente
interiore. Diversamente dagli altri libri, la Bibbia contiene una Parola
detta prima di essere scritta e tale Parola viene proclamata direttamente
all’assemblea perché ritrovi la sua forza e il timbro originali.
All’assemblea innanzitutto, in quanto Dio si rivolge
mediante il ministro-lettore al suo popolo, che è in costante
atteggiamento di ascolto (come Israele), e solo attraverso l’assemblea
la Parola raggiunge il singolo fedele. L’ascolto possiede quindi un
valore di tipo psicologico, teologico, comunitario ed è connaturale al
carattere della parola biblica, per cui è necessario rimuovere tutte le
difficoltà pratiche che inducono a una lettura privata durante la
celebrazione snaturando la proclamazione, svalutando la funzione del
lettore, isolando il fedele dall’assemblea, astraendolo dal dialogo
diretto che Dio instaura con il suo popolo.
Concludo
rilevando le indicazioni proprie di ogni
lettura, in cui è riportato, accanto al titolo, un corsivo che contiene
una frase propria del testo e, a parte il salmo responsoriale dopo la
prima lettura e un canto che precede il vangelo, l’acclamazione finale Verbum
Domini in latino, che l’edizione italiana traduce «Parola di Dio»
per le prime due letture e «Parola del Signore» per la pagina del
vangelo, con la risposta dell’assemblea «Rendiamo grazie a Dio» e «Lode
a te, o Cristo». Questo rito conclusivo è stato accolto con naturalezza
dal redattore italiano, che si limita a sottolineare la distinzione tra
lettura del vangelo dalle altre, ma non prevede l’enfatizzazione «Questa
è la parola di Dio», che rischia di favorire l’attenzione sulla parola
materiale anziché su Dio che parla.
Da un fugace sguardo al complesso delle letture presenti
nel Lezionario, senza contare i brani dei salmi, si ottiene un
bilancio imponente: un totale di circa 500-570 brani biblici (160-170 dell’Antico
Testamento e circa 400 del Nuovo Testamento), rispetto al totale di circa
150 pericopi del vecchio Messale, che nelle domeniche non riportava
alcuna lettura dell’Antico Testamento (è questa l’impostazione del Messale
cosiddetto di Pio V, reintrodotto di recente nell’uso). In questo
sono rappresentati 31 libri, di cui 4 dell’Antico Testamento, sono
assenti due lettere di Giovanni e quella di Giuda. I vangeli sono presenti
al completo e con ampi stralci gli altri libri, per esempio gli Atti con
25 passi e la Lettera ai Romani con 40.
Siamo di fronte al più grande sforzo compiuto nella
storia della Chiesa latina che in un arco di tre anni consente a tutti i
fedeli la conoscenza dei brani più importanti della Bibbia. La volontà
del Concilio è stata rispettata pienamente.
Rinaldo Falsini