Non è prassi
scrivere un articolo a partire da qualcosa di personale. Tuttavia, mi si
permetta – dato che per la prima volta, lo scorso 24 gennaio, ho
presentato ai media mondiali il messaggio del Papa in preparazione
alla 42ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali – di partire
proprio con un’osservazione che mi ha coinvolto in prima persona.
Come si fa disinformazione
Ai molti giornalisti presenti nella Sala Stampa della
Santa Sede non solo ho consegnato il testo che il Santo Padre aveva
preparato e che ha per titolo I mezzi di comunicazione sociale: al
bivio tra protagonismo e servizio. Cercare la verità per condividerla,
ma ho pure cercato di illustrarne gli snodi e le sfide che Benedetto XVI
affida, con fiducia, all’intelligenza degli operatori dei media.
Per questo motivo mi ero permesso di dire che non a caso
il Papa accennava, anche se in modo molto sobrio, al prezioso ruolo che i media
hanno e continuano ad avere in maniera decisiva nella società e nella
costruzione del futuro dell’uomo, facendoci cogliere in tal modo che la
nostra fatica quotidiana di operatori umili e spesso nascosti diventa
parte di una storia preziosa. E qui citavo quanto Benedetto XVI scriveva,
definendo i media una vera e propria risorsa e una benedizione per
tutti a partire dal servizio svolto per «l’alfabetizzazione, la
socializzazione, lo sviluppo della democrazia e il dialogo fra i popoli»
(2).

Milano, la torre delle antenne di
Telenova, la tv dei paolini nata nel 1978
(foto Bergamin).
Nello stesso tempo aggiungevo quanto il Papa nel suo
messaggio avvertiva con chiarezza e cioè che «non manca, purtroppo, il
rischio che essi si trasformino invece in sistemi volti a sottomettere l’uomo
a logiche dettate dagli interessi dominanti» (2). Una sfida, aggiungevo,
che noi dobbiamo prendere in seria considerazione e affrontare, se
vogliamo essere uomini solidali con gli altri uomini. E quelle parole del
Papa non suonavano certo come espressioni di condanna nei confronti dei media,
ma riflessioni offerte agli uomini affinché – questo sì – «i media
non siano utilizzati [...] per "creare" gli eventi stessi» (3).
Ecco perché, data la delicatezza e la vastità di situazioni nuove, il
Papa invitava a considerare il bisogno di informazioni eticamente corrette
e usava il termine di «info-etica», così da segnalare in modo
diretto ed efficace la dimensione del problema.
Insomma, mi era sembrato che le parole del Papa avessero
riscosso una grande attenzione e mi era apparso, anche da tutto lo
svolgersi della pur lunga conferenza stampa, che ci fosse stata ampia
condivisione di obiettivi e di preoccupazioni fra i giornalisti presenti
in sala.
Ora, ci si può immaginare la mia meraviglia quando ho
sentito i resoconti dei telegiornali di quella sera e di come hanno
presentato il messaggio di Benedetto XVI, come pure, il giorno successivo,
quando ho letto ciò che ne hanno scritto i quotidiani italiani. Mi si
permetta di accennare qui alla posizione critica dei quotidiani italiani,
perché nel resto del mondo non si è ripetuto in modo omogeneo lo stesso
schema interpretativo, anzi diversi quotidiani di lingua inglese, francese
e spagnola hanno valutato positivamente il messaggio del Papa. E non
alludo qui ai quotidiani cattolici.
Ho voluto partire da questo aspetto, solo apparentemente
personale, perché la mia impressione ha trovato autorevole eco – certo
da me non cercata – dallo stesso presidente della Conferenza episcopale
italiana, il cardinale Angelo Bagnasco.
Nella sua prolusione all’inizio dei lavori della Cei
dello scorso 10 marzo diceva ai vescovi del Consiglio permanente a
proposito del messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni: «Benedetto
XVI ha posto con grande acutezza una serie di interrogativi che il sistema
mediatico-culturale dovrebbe non aver fretta di scrollarsi di dosso [...].
L’Occidente intero è di fronte a un bivio: salvare e sviluppare le
virtualità del progresso, scongiurando le possibilità abissali di male.
[...] Questa autocritica diventa inesorabile».

Quadro di regia di Telenova, che nel
2006 ha acquistato Telesubalpina di Torino
(foto Scalcione).
A servizio di che cosa?
Insomma, ciò che il Papa evidenziava nel termine info-etica
stava a dire con eloquente chiarezza che i media e la società
oggi si trovano al bivio tra due o più direzioni, dove la più pericolosa
di queste strade può portare a trasformare i mezzi in quelli che il Papa
definisce «sistemi volti a sottomettere l’uomo a logiche dettate dagli
interessi dominanti del momento» (2) e la società può diventare lo
specchio dei media, assorbendo tutto ciò che essi non solo
trasmettono ma – e qui è il fatto nuovo nel messaggio – essi spesso
"creano". Ecco la mutazione, non solo di ruolo ma di genere, di
cui parla il Papa.
Se poi ci si domanda, con serietà e verità, che cosa i
media "creano" non si fatica a intuire una nuova
antropologia dove veramente, come scrive Benedetto XVI, si possono
incontrare delle «possibilità abissali di male che prima non esistevano»
(3).
Il Papa ne cita due. Penso lo faccia solo a modo di
esempio. Il primo è tratto da quanto ha anche proposto all’inizio dell’anno
con il Messaggio per la giornata mondiale della pace, dove al
numero 5 scrive che «chi anche inconsapevolmente osteggia l’istituto
familiare rende fragile la pace nell’intera comunità, nazionale e
internazionale, perché indebolisce quella che, di fatto, è la principale
"agenzia" di pace».
Il secondo è ripreso dall’enciclica Spe salvi,
nella quale Benedetto XVI, analizzando la cultura contemporanea e le sue
fatiche, da acuto studioso evidenzia che «se al progresso tecnico non
corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella
crescita dell’uomo interiore (cf Ef 3,16; 2Cor 4,16), allora esso non è
un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo» (SS 22).
Il compito che si presenta oggi ai media, quindi,
non mi pare tanto quello di mettere bollini di diverso colore, che pure
piacciono tanto al marketing – verde, giallo o rosso a seconda della
banalità o dello squallore del programma proposto –, nascondendosi poi
dietro il fatto che ciascuno è libero ed è in grado di giudicare da solo
cosa fare o cosa scegliere, quanto piuttosto di essere in grado di porre l’uomo
contemporaneo di fronte al grande compito di cercare la verità sull’uomo
ed essere capace di proporla con tutta l’intelligenza di cui è capace.
Compito esaltante, mi pare, è quello di essere in grado di additare il
vero bene dell’uomo e far sì che esso riscaldi il suo cuore e l’uomo
stesso diventi capace di sceglierlo per riempire di senso tutta la sua
vita. Sfida entusiasmante, ancor di più oggi, è quella di essere in
grado e capaci di contemplare la bellezza e proporla come meta e traguardo
affinché renda bella e buona e vera tutta intera la vita di chi sta
cercando il senso dell’esistenza.
Forse è il caso di tornare ad ascoltare la voce di quel
poeta che è stato Giovanni Paolo II che, contemplando l’uomo di
Michelangelo nello splendore della Cappella Sistina, nel Trittico
romano scrive: «Fermati, questo scorrere ha un senso, / ha un senso…
un senso… un senso».
Claudio Maria Celli
presidente Pontificio consiglio delle
comunicazioni sociali