Periodic San Paolo - Home Page Dossier: I media tra protagonismo e servizio.
La tutela delle persone

Se il diritto di cronaca diventa un pretesto

di GIANDOMENICO CORTESE
   

   Vita Pastorale n. 5 maggio 2008 - Home Page

Il lavoro del giornalista ha bisogno di equilibrio, difficile da codificare. Da una parte c’è la libertà d’informazione, dall’altra il rispetto dei fatti e delle persone, a cominciare dai minori. Tante volte si contrabbanda il sensazionalismo (per vendere di più), appellandosi al diritto di cronaca.
  

Cinque giornalisti richiamati per aver violato la Carta di Treviso e il Codice deontologico della professione: hanno reso riconoscibili i minorenni di cui avevano scritto. Le istruttorie avviate recentemente dal Consiglio dell’Ordine del Veneto si sono concluse con un avvertimento. Istruttoria aperta per altri otto colleghi. Il minore va protetto. Si deve evitare che possa essere identificato; per non pregiudicare la sua vita, anche in prospettiva futura. Il Codice deontologico lascia al giornalista una finestra soltanto nei casi di «rilevante interesse pubblico». Spetta, e tocca, al cronista assumersi la responsabilità, comunque, di capire se la notizia pubblicata sia «davvero nell’interesse oggettivo del minore», secondo i principi stabiliti dalla Carta di Treviso.

Una codificazione minuziosa di regole sul diritto di cronaca e tutela delle persone non c’è. Anzi risulterebbe inopportuna. Troppe e differenziate le situazioni sul campo per introdurre disposizioni rigide in materia. Meglio affidarsi all’autonomia del giornalista. Un medesimo dato può essere legittimamente pubblicato in un determinato contesto – dice l’Autorità garante della privacy –e non invece in un altro. Il bilanciamento tra diritti e libertà resta in sostanza affidato, in prima battuta, alla valutazione del comunicatore. E la base del giudizio resta l’interesse e l’essenzialità dell’informazione.

Questa discrezionalità vale ancora di più nell’uso della pubblicazione di immagini e fotografie. Sul diritto alla riservatezza e alla tutela della dignità personale si dovrebbe riflettere anche quando si tratta di pubblicare foto segnaletiche, documentazioni fornite dalle stesse forze dell’ordine per soggetti indagati, sottoposti a giudizio, arrestati, proprio per tutelare al meglio tutti e ciascuno, vittime e testimoni compresi, di episodi di cronaca nera. Vale anche per l’uso delle intercettazioni telefoniche. Un particolare rigore viene chiesto al giornalista quando si tratta di pubblicare dati sullo stato di salute o sulla sfera sessuale dei cittadini.

Duello tv dei candidati alla presidenza del Montenegro.
Duello tv dei candidati alla presidenza del Montenegro
(foto Bozovic/AP/La Presse).

Libertà di espressione

Il diritto di cronaca consiste nel diritto a raccontare i fatti per come accadono, purché siano di interesse pubblico, con ogni mezzo ritenuto idoneo, ed è un diritto che deriva direttamente dall’articolo 21 della Costituzione italiana che tutela la libertà di espressione. La giurisprudenza ha stabilito che i fatti da raccontare siano filtrati dai parametri coscienziali del giornalista: la tutela della personalità altrui, l’obbligo inderogabile a seguire la verità sostanziale dei fatti, il rispetto degli ideali, della lealtà, della buona fede, l’attenzione al segreto professionale sulle fonti, l’obbligo della rettifica per notizie date inesatte.

Insomma la Costituzione riconosce l’utilità sociale di un’informazione veritiera, documentata, esposta in forma civile, suggerendo lealtà e chiarezza e niente eccessi. La Suprema Corte ha avuto occasione di sentenziare, a completamento, su qualche abuso: dai sottintesi sapienti ai toni sproporzionatamente scandalizzati e sdegnati, dalle sistematiche e artificiose drammatizzazioni alle vere e proprie insinuazioni ostili, agli accostamenti suggestionanti.

D’accordo, un’informazione di qualità esigerebbe che il giornalista si ponesse con umiltà di fronte ai fatti da raccontare, mai sopra le righe, per non sconfinare nella presunzione. Ci sono sicuramente in giro tanti giornalisti con gli occhiali, con lenti spesse che deformano quanto hanno visto, con il paraocchi, incappucciati, che tagliano a fette la realtà. Non è questo un mestiere qualsiasi, come il giornale non è un prodotto qualsiasi.

Umanità e sensibilità

C’è una bella risposta alla domanda: «Chi è il giornalista?». Suona così: «Il giornalista è un professionista della comunicazione, mai un dilettante nello scrivere. È un servitore della verità, non un venditore di frottole. Un narratore onesto, che comunica senza pregiudizi ideologici e senza asservimenti. Non è un mistificatore o un manipolatore della notizia». Per qualcuno resta solo una bella definizione che si insegna e manda a memoria nelle scuole di giornalismo, e magari anche nelle vecchie redazioni dei giornali dove si fa dura e sofferta pratica, tutti i giorni. Sicuramente è di difficile attuazione.

Professionalità per il giornalista dovrebbe significare umanità e sensibilità, verifica e cura della notizia, soprattutto costante rispetto dell’uomo, della verità, fedeltà ai valori irrinunciabili. Dice la sapienza ebraica: «Ogni cosa ha tre lati: il tuo lato, il mio lato e il lato giusto». Questa consapevolezza dovrebbe rendere cauto il giornalista.

Alberto Asor Rosa è solito dire: «Informare è comunque sempre un esercizio di potere, al servizio, nei casi più nobili, di un’idea; nei casi meno nobili, di un interesse». Enzo Biagi, da par suo, aggiungeva: «Non siamo dei missionari ma abbiamo delle regole e una morale o, almeno, dovremmo averle».

Forse anche per questo il cardinale Carlo Maria Martini invoca su giornalisti e comunicatori un dono speciale dello Spirito: «Sapienza, scienza e pietà», e quest’ultima, nella relazione con il prossimo, si traduce in umanità, comprensione e rispetto. L’uomo vuole conoscere. Vale sempre la ricerca del diritto alla libertà, alla verità, alla giusta convenienza.

Un Internet café a Kabul: al-Qaeda privilegia la Rete.
Un Internet café a Kabul: al-Qaeda privilegia la Rete
(foto Maqbool/AP/La Presse).

Le "notizie del diavolo"

«Libertà solamente chiedo / e non essere favola alla gente»: sono versi di padre David Maria Turoldo, frate, servo di Maria, che fanno riflettere i comunicatori. Il poeta offre uno stimolo ai giornalisti e li obbliga a dare segni di speranza, ragioni di vita, proiezioni di salvezza, a ribadire lo splendore della verità. Il patriarca Angelo Scola, parlando ai giornalisti appena arrivato a Venezia, ebbe a citare Thomas Eliot, il quale si chiedeva: «Dov’è la saggezza che abbiamo perduto con la conoscenza? E dov’è la conoscenza che abbiamo perduto con l’informazione?».

Oggi più che mai si tratta di sostenere e di aiutare la libertà degli uomini con un’informazione che introduca il dato, racconti la realtà e agevoli il giudizio. Troppo spesso assistiamo e lamentiamo una "scomparsa dei fatti" dalla comunicazione, una carenza, una mancanza cronica di informazioni complete, veritiere e corrette. Basti pensare all’enfatizzazione della cronaca delle "tre esse" (soldi, sangue, sesso).

Sicuramente è una patologia che investe tutti i settori della società ed è frutto contemporaneamente della ricerca di audience, di scarsa diligenza dei giornalisti e della prevalenza di interessi privati sul valore pubblico dell’informazione. Le "notizie del diavolo", vere e proprie tecniche di manipolazione, rischiano di diventare parte della routine produttiva della comunicazione.

Il collega Dario Fertilio, caporedattore delle pagine culturali del Corriere della Sera, nel dedicarmi il suo saggio intitolato proprio Le notizie del diavolo. La parabola ignota della disinformazione sottolinea e annota questo bisogno naturale di stare, con convinzione e impegno, «dalla parte della verità». Le "notizie del diavolo" creano davvero un mondo alla rovescia. Non è facile districarsi tra pettegolezzi e grida, tra esasperazione e spettacolarizzazione, fra trasparenza e norme sulla privacy.

Il difficile equilibrio

I "falsi indipendenti" – come li chiama Marco Travaglio – si nascondono dietro inutili dibattiti d’opinione, costruiti per «salvare la faccia e la poltrona». I giornalisti autentici – lo ha sentenziato di recente anche la Corte Costituzionale – si realizzano pienamente quando svolgono il ruolo di watch-dog (cane da guardia) delle istituzioni democratiche e della società civile.

«Il giornalismo ha come causa ed effetto del suo lavoro la condizione essenziale delle democrazie: la libertà» (Furio Colombo in Ultime notizie sul giornalismo). Intorno alla libertà lo spazio sembra farsi più stretto e il senso della funzione professionale più ambiguo. C’è in giro un Manuale per difendersi dal giornalista (Nuovi Equilibri 1997), con sottotitolo: Conoscerli per condizionarli.

Gianpaolo Pansa in Carte false (Rizzoli 1986) individuava una ventina di peccati, i più diffusi, dei giornalisti italiani (peccati che lui stesso diceva di aver praticato) e li elencava così: asini, ciechi, reticenti, assaltatori, giustizieri, dormienti, paludosi, imbonitori, corrotti, dimezzati, centauri, leccatori, campioni, vittimisti, postvittimisti, perdenti e vincitori. Come categoria non abbiamo una buona reputazione. Anche recentemente una fiction su RaiUno ha parlato di tre verità: verità dei fatti, verità giudiziaria e verità mediatica, sbattuta in prima pagina.

Non è sempre facile possedere le qualità che portano al successo nel campo giornalistico: un’astuzia da roditore, modi accettabili e un po’ di abilità letteraria (Nicholas Tomadini). È più facile trovare chi si affretta a esprimere giudizi, invece che scoprire le cose, chi si preoccupa più di se stesso che del lettore o dell’ascoltatore, chi scrive tra le righe invece che dentro le righe, chi considera l’accuratezza un extra e l’esagerazione uno strumento, chi preferisce la vaghezza alla precisione, il commento all’informazione, il cinismo agli ideali.

Fortunatamente gli obiettivi dei più sono altri. Ebbe a dire un giorno Gaspare Barbiellini Amidei, già vicedirettore del Corriere della Sera: «Se il giornale è il diario della collettività, noi giornalisti dobbiamo essere i liberi estensori di questo diario, e tanto più saremo liberi quanto più la gente avrà la libertà di vivere tutti i contenuti di ciò che noi raccontiamo».

Il diritto di cronaca è spesso un pretesto per esprimere rappresentazioni di segno negativo, talora catastrofico, per enfatizzare colpe e difetti. Non lascia tranquilli lo scontro quotidiano che si alimenta tra febbre del mercato ed etica della verità. Certo ci sono ambiguità evidenti e stridenti che si perpetuano e che la categoria, in perenne trasformazione, cerca di monitorare, convinta che «comunicare bene è comunicare un bene».

La difficile ricerca di equilibrio che permea e tormenta la vita stessa dei giornalisti, il pizzico di realismo prima ancora che di sano ottimismo, la passione e l’entusiasmo di quanti praticano questa professione, fanno serenamente concludere con un: «Ah, se il giornalista tornasse a fare il giornalista!».

Giandomenico Cortese
presidente dell’Ucsi di Vicenza, giàcapocronista de Il Gazzettino di Venezia
   

Bibliografia

Codice deontologico dell’Ordine nazionale dei giornalisti, www.odg.it; Carta di Treviso; Privacy e giornalismo. Diritto di cronaca e diritti dei cittadini, a cura di Mauro Paissan (garante per la protezione dei dati personali), 2006, pp. 364, www.garanteprivacy.it; Diritto di cronaca, film di Sydney Pollack con Paul Newman, Usa, 1981; I doveri del giornalista connessi all’esercizio del diritto di cronaca e di critica, ricerca di Franco Abruzzo (Giornalisti per la Costituzione), www.francoabruzzo.it.

   Vita Pastorale n. 5 maggio 2008 - Home Page