Amato e avversato,
Paolo VI fu il timoniere del Vaticano II dopo che il predecessore aveva
portato la nave del Concilio verso il mare aperto. Fu il Papa del dialogo
perché, come scrisse nell’enciclica Ecclesiam suam, «la Chiesa
deve venire a dialogare con il mondo in cui si trova a vivere» e perché «nessuno
è estraneo al cuore della Chiesa; nessuno è indifferente al suo
ministero; nessuno le è nemico, che non voglia esso stesso esserlo». Un
dialogo appreso alla scuola del Vangelo, di Pascal, di padre Giulio
Bevilacqua, e dilatato dalla volontà di rispondere anche a esigenze di
giustizia, condizione essenziale – così si afferma nella Populorum
progressio – di sviluppo e di pace tra gli uomini.
A trent’anni dalla morte, Paolo VI è lì a
interrogarci, ma il tempo delle analisi generiche è sempre più lontano.
E infatti lo «studio condotto con metodo scientifico della personalità
di Paolo VI» – obiettivo perseguito dall’Istituto internazionale di
studi e documentazione che a Brescia porta il suo nome – dimostra quante
ragioni avesse Yves Congar a dire: «Paolo VI sarà valutato col tempo».

I pronipoti di Papa Roncalli con
Paolo VI: Alfredo sulle ginocchia, Marco ed Emanuele.
Chi era papa Montini?
Già, ma qual era la vera personalità di Giovanni
Battista Montini, specchio del suo mondo interiore? «Hanno detto che la
personalità di Paolo VI è enigmatica. Il commento più diffuso, e molto
vero, sul Papa è: non si apre», così Jean Guitton. È un’affermazione
assai datata, scritta pressappoco nel 1967, anno in cui escono in francese
i Dialoghi con Paolo VI. Oltre quarant’anni dopo, però, molte
tessere hanno trovato spazio nel mosaico delle fonti: retrocedono i miti,
avanza la Storia.
A rivelarci non poco anche della personalità montiniana
sono oggi, soprattutto, i suoi epistolari, i suoi appunti, le tracce per
le omelie e gli incontri: vera costellazione di pensieri e di sentimenti
dove si staglia un ritratto fedele e dove verità, bontà, bellezza sono
viste «in quella essenziale unità da cui scaturisce la gioia, che a
differenza del piacere o della felicità, sempre illusoria, è soltanto un’esperienza
dello spirito». Così intuì lucidamente monsignor Enzo Giammancheri,
pronto a cogliere nel suo grande conterraneo una personalità
"intrinsecamente" religiosa («Essere religiosi ex officio che
giova quando non lo si è ex animo?», così in un appunto, Montini,
nel 1920). Personalità religiosa, sì, e tuttavia non formalistica o
ritualistica; anzi libera, forte di quella libertà docile all’azione
dello Spirito.
Per scavare nella personalità del giovane don Gibiemme
si palesano di grande aiuto sue riflessioni, come il programma intitolato Spiritus
Veritatis che egli, trentatreenne, chiama «caro segreto della mia
coscienza». Qui troviamo dichiarazioni quali: «Voglio che la mia vita
sia una testimonianza alla verità per imitare così Gesù Cristo, come a
me si conviene», intendendo «per verità l’adesione a ogni
intelligibile realtà: Dio quindi somma e prima Verità, che in Sé
sussiste Padre, Figlio, Spirito; ed ogni cosa che in me e fuori di me può
essere oggetto di conoscenza e di espressione»).
Le polle d’acqua che irrorano un ministero fecondo –
nel periodo della Fuci come in Segreteria di Stato, nell’episcopato
milanese come sulla cattedra petrina – sgorgano da più fonti
riconducibili a un’indole complessa. Nella quale tuttavia alcune
caratteristiche sono evidenti: il rispetto delle persone, l’apertura
alla comprensione e all’approfondimento, l’assunzione piena del
confronto con la modernità, la capacità di comunicare con sensibilità
(anche con un’omiletica impastata di semplicità densa e con il
linguaggio di gesti emblematici).

Roma: una celebrazione liturgica
durante il Concilio.
Tutto per Cristo
Ma se pochi come lui nel ’900 hanno saputo
interpretare ansie e inquietudini della contemporaneità, Montini l’ha
fatto nella piena consapevolezza di un unico traguardo: Cristo. Da
indicare, testimoniare, predicare, come l’Apostolo prediletto di cui
assunse il nome.
Scrisse in un appunto a metà anni ’60: «Forse la
nostra vita non ha altra più chiara nota che la definisca dell’amore al
nostro tempo, al nostro mondo, a quante anime abbiamo potuto avvicinare e
avvicineremo, ma nella lealtà e nella convinzione che Cristo è
necessario e vero». Il futuro Pontefice parla qui di anime, la sua
opzione. «Tu scegli i libri, io vorrei scegliere le anime», scrisse nel
1930 a don Giuseppe De Luca (quando la «carità intellettuale» gli
faceva urgenza). In realtà era un modo per far capire all’amico che
anche l’amata cultura era solo un mezzo, non un fine: uno strumento
della sua pedagogia della fede, per stare con Gesù.
Il Cristo dal quale cercare amicizia e compagnia; da
anelare con anima contemplativa – atto sublime delle possibilità umane;
da trovare nella preghiera – mai fuga dalla vita ma sigillo dell’accorata
partecipazione al mondo; da scoprire nel lavoro, nello studio, nelle
liturgie sacre e profane al centro della vita.
E chissà, scandagliando alle radici, quanto in quest’indole
contemplativa Paolo VI somigliasse alla madre, e quanto invece nell’essere
uomo d’intensa azione e di sofferta responsabilità, imitasse il padre. «Questo
Papa non si accontenta di pensare come noi [...] ma sente, si angoscia,
soffre come noi. Evidente la somiglianza con san Paolo», comprese – e
qui lo seguiamo – Jean Guitton annotando che Paolo VI «parte dal Cristo
per andare alla Chiesa che chiama con sant’Agostino il Cristo totale».
A illuminare la personalità interiore di Montini
restano in ogni caso due scritti imprescindibili e speculari: la
meditazione del ’63, all’avvio del pontificato, e il testamento del
’78 con la verifica dei punti di riferimento mai inattesi, stabiliti
quindici anni prima. Andiamo a rileggerli: lì c’è quanto basta per
definire la personalità di Paolo VI con una parola: "cristocentrica".
Marco Roncalli
*membro dell’associazione De Luca, del comitato
di redazione dell’editrice
La Scuola, della Fondazione Raul Wallemberg