Le divergenze e i problemi all’interno delle comunità
cristiane alle quali san Paolo indirizza le sue lettere, costituiscono l’occasione
perché egli interpreti la sua evangelizzazione anche riflettendo su colui
che annuncia il Cristo morto e risorto. Trattare esplicitamente dell’evangelizzatore
è confermare che l’evangelizzazione è l’impegno di tutta la Chiesa,
ma che si attua mediante compiti diversi e convergenti. Valutando i
conflitti dei gruppi che nelle comunità di Corinto si appellano a diversi
missionari, l’Apostolo dirime la questione definendo il ruolo degli
evangelizzatori: «Servitori per mezzo dei quali siete arrivati alla fede»
(1Cor 3,5); «noi siamo collaboratori di Dio» (1Cor 3,9); «servi di
Cristo e amministratori dei suoi misteri» (1Cor 4,1); «non che vogliamo
signoreggiare sulla vostra fede! Anzi, siamo cooperatori della vostra
gioia» (2Cor 1,24); «quanto a noi, siamo i vostri servi a motivo di
Gesù» (2Cor 4,5); «fungiamo da ambasciatori, come se Dio esortasse per
mezzo di noi» (2Cor 5,20); «siamo suoi collaboratori» (2Cor 6,1).
Ogni
evangelizzatore si definisce in relazione a Dio,
di cui è l’ambasciatore, il collaboratore e il ministro, e in
riferimento ai destinatari, di cui è servo. L’opera di mediazione dell’evangelizzatore
non può trascurare nessuna delle due relazioni. Se snatura la qualità
dell’incarico ricevuto da Dio rischia di atteggiarsi a
"padrone" della fede, addomesticando la parola di Dio; se
perverte l’atteggiamento di servizio verso i suoi destinatari, si
trasforma in mercenario o burocrate senz’anima. Potremmo chiederci se
alcune iniziative di pastorale parrocchiale e di comunicazione mediale non
siano sbilanciate in una relazione o minimizzino una delle due.
Quando san Paolo riassume tutta la sua attività
missionaria affermando «mi sono fatto tutto a tutti» (1Cor 9,22),
polarizza l’interesse di ogni opera pastorale sul suo obiettivo: «per
salvare ad ogni costo qualcuno» (1Cor 9,22). La storia della vita
cristiana può essere osservata anche individuando periodi nei quali si è
dato maggiore rilievo a uno degli aspetti dell’evangelizzazione: la
comprensione del ruolo dell’evangelizzatore, i contenuti, i mezzi, i
metodi, gli incaricati, gli obiettivi e i destinatari.
Per adottare lo stile pastorale di san Paolo, sempre
preoccupato dei destinatari, dobbiamo considerare quanto scrive ai Corinzi
su profezia e glossolalia (cf 1Cor 14,1-33). «Chi parla da glossolalo
edifica sé stesso; invece chi profetizza edifica l’assemblea» (1Cor
14,4) e, riferendosi al suo comportamento, precisa: «In assemblea
preferisco dire cinque parole con la mia mente, per istruire anche gli
altri, piuttosto che dire diecimila parole da glossolalo» (1Cor 14,19).
Benché i
termini in questione siano di ambiti diversi,
potremmo applicare questa distinzione alla pastorale parrocchiale e
mediale evidenziando un problema di comunicazione tra il desiderio di
offrire un messaggio ricco di contenuti e una comprensione parziale. Per
la pastorale resta attuale la constatazione: «Ma non basta dire per
essere intesi»; per questo, «nell’attuale pluralità culturale occorre
coniugare l’annuncio e le condizioni della sua ricezione» (Per una
pastorale della cultura 25). Valorizzando la definizione che san Paolo
dà dei cristiani di Corinto, «la nostra lettera, scritta nei nostri
cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini, siete voi, poiché è
evidente che voi siete una lettera di Cristo mediata dal nostro servizio,
scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente» (2Cor
3,2-3), si può pensare alla pastorale necessaria per la comunicazione
digitale.
Sollecitati dall’esempio del beato Alberione, se
intendiamo realizzare una pastorale attenta ai comunicatori in rete,
ispirata a san Paolo, dobbiamo avere l’audacia di proporre una fede
capace di essere "conversazione".
Silvio Sassi
superiore generale della Società San Paolo