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Editoriale

La pastorale di Paolo

di SILVIO SASSI
   

   Vita Pastorale n. 6 giugno 2009 - Home Page

Tra gli effetti benefici che la celebrazione dell’Anno paolino ha prodotto nella comunità ecclesiale (la foto documenta il pellegrinaggio della Famiglia paolina alla basilica di S. Paolo il 25 aprile, ndr) vi è quello di aver suscitato in molti un interesse per il pensiero e l’opera di san Paolo che continuerà a essere fecondo anche dopo la chiusura cronologica del 29 giugno. Con una iniziativa rivelatasi provvidenziale, Benedetto XVI ha voluto attirare l’attenzione della Chiesa di oggi su san Paolo per indicare a tutti i battezzati un modello di fede vissuta e testimoniata. Riflettendo sull’attività missionaria dell’Apostolo, come ci appare pensata e messa in pratica nelle sue lettere, soprattutto quelle attribuite direttamente a lui, possiamo trarre incoraggiamenti e interrogativi sulla pastorale, realizzata nella duplice espressione delle attività che fanno perno sulla vita parrocchiale e delle iniziative che valorizzano le forme di comunicazione attuale.

Il pellegrinaggio della Famiglia paolina alla basilica di S. Paolo il 25 aprile.
Foto Censi
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Le divergenze e i problemi all’interno delle comunità cristiane alle quali san Paolo indirizza le sue lettere, costituiscono l’occasione perché egli interpreti la sua evangelizzazione anche riflettendo su colui che annuncia il Cristo morto e risorto. Trattare esplicitamente dell’evangelizzatore è confermare che l’evangelizzazione è l’impegno di tutta la Chiesa, ma che si attua mediante compiti diversi e convergenti. Valutando i conflitti dei gruppi che nelle comunità di Corinto si appellano a diversi missionari, l’Apostolo dirime la questione definendo il ruolo degli evangelizzatori: «Servitori per mezzo dei quali siete arrivati alla fede» (1Cor 3,5); «noi siamo collaboratori di Dio» (1Cor 3,9); «servi di Cristo e amministratori dei suoi misteri» (1Cor 4,1); «non che vogliamo signoreggiare sulla vostra fede! Anzi, siamo cooperatori della vostra gioia» (2Cor 1,24); «quanto a noi, siamo i vostri servi a motivo di Gesù» (2Cor 4,5); «fungiamo da ambasciatori, come se Dio esortasse per mezzo di noi» (2Cor 5,20); «siamo suoi collaboratori» (2Cor 6,1).

Ogni evangelizzatore si definisce in relazione a Dio, di cui è l’ambasciatore, il collaboratore e il ministro, e in riferimento ai destinatari, di cui è servo. L’opera di mediazione dell’evangelizzatore non può trascurare nessuna delle due relazioni. Se snatura la qualità dell’incarico ricevuto da Dio rischia di atteggiarsi a "padrone" della fede, addomesticando la parola di Dio; se perverte l’atteggiamento di servizio verso i suoi destinatari, si trasforma in mercenario o burocrate senz’anima. Potremmo chiederci se alcune iniziative di pastorale parrocchiale e di comunicazione mediale non siano sbilanciate in una relazione o minimizzino una delle due.

Quando san Paolo riassume tutta la sua attività missionaria affermando «mi sono fatto tutto a tutti» (1Cor 9,22), polarizza l’interesse di ogni opera pastorale sul suo obiettivo: «per salvare ad ogni costo qualcuno» (1Cor 9,22). La storia della vita cristiana può essere osservata anche individuando periodi nei quali si è dato maggiore rilievo a uno degli aspetti dell’evangelizzazione: la comprensione del ruolo dell’evangelizzatore, i contenuti, i mezzi, i metodi, gli incaricati, gli obiettivi e i destinatari.

Per adottare lo stile pastorale di san Paolo, sempre preoccupato dei destinatari, dobbiamo considerare quanto scrive ai Corinzi su profezia e glossolalia (cf 1Cor 14,1-33). «Chi parla da glossolalo edifica sé stesso; invece chi profetizza edifica l’assemblea» (1Cor 14,4) e, riferendosi al suo comportamento, precisa: «In assemblea preferisco dire cinque parole con la mia mente, per istruire anche gli altri, piuttosto che dire diecimila parole da glossolalo» (1Cor 14,19).

Benché i termini in questione siano di ambiti diversi, potremmo applicare questa distinzione alla pastorale parrocchiale e mediale evidenziando un problema di comunicazione tra il desiderio di offrire un messaggio ricco di contenuti e una comprensione parziale. Per la pastorale resta attuale la constatazione: «Ma non basta dire per essere intesi»; per questo, «nell’attuale pluralità culturale occorre coniugare l’annuncio e le condizioni della sua ricezione» (Per una pastorale della cultura 25). Valorizzando la definizione che san Paolo dà dei cristiani di Corinto, «la nostra lettera, scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini, siete voi, poiché è evidente che voi siete una lettera di Cristo mediata dal nostro servizio, scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente» (2Cor 3,2-3), si può pensare alla pastorale necessaria per la comunicazione digitale.

Sollecitati dall’esempio del beato Alberione, se intendiamo realizzare una pastorale attenta ai comunicatori in rete, ispirata a san Paolo, dobbiamo avere l’audacia di proporre una fede capace di essere "conversazione".

Silvio Sassi
superiore generale della Società San Paolo

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