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Il testamento spirituale

«Raccontate la tenerezza di Dio»

di don LEONARDO ZEGA
   

   Vita Pastorale n. 2 febbraio 2010 - Home Page

«Io non credo di avere crediti nei confronti di nessuno. Credo di avere pochissimo di cui vantarmi e moltissimo di cui pentirmi: lo dico proprio con assoluta sincerità davanti a Dio.

«Ci troviamo qui per ringraziare il Signore. L’anno scorso mica ero così convinto che ci sarei stato stasera. Eppure sono passato attraverso i gironi infernali e ne sono uscito vivo, che è già un grandissimo successo questo, vero. Non sono di quelli che dicono "Quanto è bello morire, quando sarà, quando verrà la mia ora". Finché ci siamo, viviamo. E viviamo la vita nella maniera più intensa possibile. La vita bisogna amarla in tutte le sue manifestazioni e anche questa sorta di risurrezione ha un suo senso.

«Appena chiudo gli occhi vedo sfilare davanti a me tante persone in ottant’anni, quanti nomi, quanti volti. È una folla. Dovrei dire qualcosa per ciascuno di loro. Ma come si fa? Sono tanti, sono troppi e tutti meritevoli di essere ricordati.

«Consentitemi di ringraziare in maniera particolare la mia famiglia. Stamattina abbiamo fatto il giro dei cimiteri, che non è neanche quello un giro triste. Abbiamo rivisto il papà, il babbo, la mamma, i nonni. Poi tante altre persone che non ci sono più e alle quali, però, io sono legato non solo da ricordi ma anche da un dovere di riconoscenza profonda che sento, che vivo con intensità. Per esempio, qualche rimorso nei confronti dei miei genitori ce l’ho. Loro mi hanno dato tanto, mi hanno dato tutto, io non ho dato a loro quasi niente. E poi tanti altri. I sacerdoti che mi hanno cresciuto.

Milano, 11.2.1987: qui è con don Antonio Tarzia (attuale direttore di Jesus) e il card. Ratzinger.
Milano, 11.2.1987: qui è con don Antonio Tarzia (attuale direttore di Jesus)
e il card. Ratzinger (foto Tagliabue).

«Voglio dire una parola soltanto a proposito della liturgia di questa domenica. Il vangelo che abbiamo appena ascoltato è veramente il vangelo della tenerezza di Dio. Quando noi pensiamo a Dio, riusciamo con molta fatica a focalizzarne un’immagine. "Chissà come sarà, mah!". Non bisogna mai parlare di Dio in maniera facilona. Ma se noi immaginiamo il volto di Dio in controluce con quello di Cristo, tutto diventa più facile.

«Gesù guarda i suoi discepoli turbati, confusi dalle sue parole, perché ha già dettato i cosiddetti discorsi d’addio, cioè le parole alla vigilia della sua passione e morte. Li vede turbati e dice loro una cosa estremamente semplice: "Credete in Dio e credete anche in me". Cioè, fidatevi di Dio e fidatevi anche di me. "Guardate quel che io ho fatto per voi e voi dovrete semplicemente fare lo stesso quando vi troverete a contatto con gli altri", niente di più, niente di meno.

«Non è venuto il Signore a portarci belle parole. Ha detto: "Guardate, mettete i piedi dove vanno messi. Ripetete agli altri quello che vi ho detto, fatevi miei portavoce". È per questo che noi siamo preti: per dire, raccontare agli uomini la tenerezza di Dio, rivelatasi in Gesù Cristo. Tutte le altre cose sono assolutamente secondarie. Se non riusciamo a trasmettere questo messaggio di vita incarnata alle persone con le quali ci rapportiamo, che cavolo di pastori siamo, che preti siamo?

«Dio ci vuole veramente bene. Se noi non riusciamo a trasferire questo messaggio, qualunque sia il nostro ruolo (parroco, vescovo, Papa), abbiamo mancato assolutamente alla sostanza della nostra vocazione. Noi siamo preti per questo, per dire agli uomini che Dio gli vuole bene, che Dio li ama e per fargli vedere in che cosa consiste questo amore. Questa è non soltanto la nostra missione, ma anche quello che rende piena la nostra vita.

«Tante volte ho avuto occasione di parlare ai miei confratelli sul rispetto delle regole, il rispetto degli orari: queste sono cose troppo piccole per spenderci una vita. Noi non possiamo esserci fatti preti per rispettare gli orari, le regole. Sono cose troppo meschine per giocarcisi la vita. Bisogna avere convincimenti un pochino più profondi, ideali e valori un pochino più importanti.

E se noi invece riusciamo davvero a far percepire questo amore, allora possiamo essere anche sereni e tranquilli di fronte al tribunale di Dio, di non essere vissuti invano, di non aver sprecato la nostra vita.

«Ricordiamo la tenerezza di Dio rivelataci da Cristo. San Filippo dice: "Facci vedere il Padre e siamo contenti"; e Gesù risponde: "Guarda me" e basta; "Chi vede me, vede il Padre". Non perdetevi tanto dietro a delle elucubrazioni. I filosofi, anche i teologi, come tutti i preti. Il messaggio è un’altra cosa: noi, noi preti, dobbiamo fare un’altra cosa.

«Se io posso dire d’aver amato qualcosa, è stato il contatto diretto che ho tenuto per molti anni con i lettori. Ho sempre cercato di defilarmi un po’ per far parlare il Vangelo, per far parlare la gente: ascoltarla, sentirla, darle spazio, darle voce. E poi aspettare le reazioni, senza pretendere d’insegnare nulla a nessuno, perché «uno solo è il vostro maestro, Cristo»: è scritto nel vangelo. Non chiamate gli altri maestri, perché uno solo è il vostro Maestro».

Don Leonardo Zega
(dall’omelia del 19.4.2008)

Segue:  Fedele al suo ministero

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