"Viviamo
nel provvisorio. Non c’è niente di certo. Oggi è vero quello che
domani non lo è più. Tutto scorre e muta. Anche la verità". Questa
è l’opinione di qualche editorialista. Ma siamo sicuri che non esistono
verità certe?
Su Magazine del
Corriere della Sera del 12 novembre è comparso un editoriale dal
titolo curioso: "Il falò della verità". Hanno messo al rogo
la verità e le ceneri sono state disperse al vento? È un duro colpo
per noi che credevamo in verità eterne, perenni, universali, scritte
sul basalto come il codice di Hammurabi, scolpite sulla roccia come le
tavole di Mosè, inserite nel cuore dell’uomo e trascritte nelle
diverse carte dei diritti dell’uomo, o addirittura identificate con la
persona stessa del Dio fatto uomo: «Io sono la verità». Con un
semplice articolo il nostro editorialista distrugge tutte le nostre
illusioni.
Peggio. Dice che siamo degli stupidi. «Stupido è colui
che crede che la verità sulle faccende umane sia scritta su una roccia e
che, per impadronirsene, bastino due cose: saper leggere e guardare la
roccia giusta». Le cose non stanno così. Viviamo nell’effimero. Tutto
è relativo. Anche la verità. Viviamo nel provvisorio. Navighiamo a
vista. Non esistono vie sicure. Ogni strada è come la pista nel deserto:
oggi c’è e domani non c’è più perché una tempesta di sabbia l’ha
cancellata.
L’editorialista si sforza di dimostrare la verità
della sua affermazione. Ma non si accorge che la sua dimostrazione è
radicalmente contraddittoria, perché presenta come verità certa il
principio che non esistono verità certe. Una vera contradictio in
terminis, direbbero i logici. È come dire: sono certo che non c’è
certezza. Ma seguiamo il suo argomentare. «Queste persone non sono
sfiorate dal dubbio che "tentare di conoscere la verità" sia
una attività complicatissima, che la "verità" sui fatti umani
e sociali sia una meta cui possiamo (e dobbiamo) tendere, ma senza
garanzie di poterla raggiungere. E che "tentare di conoscere la
verità" sia un processo che non ha mai fine. [...] Si badi: non è
umanamente possibile tenere conto di tutti gli eventi potenzialmente in
gioco nella situazione data (sono pressoché infiniti)».

L’assoluto e il relativo
Ma è vero che non esistono verità certe e che tutto è
incerto e provvisorio? Quando il nostro editorialista incomincia il suo
processo dimostrativo, vediamo che cambia subito le carte in tavola. Non
parla più della verità, ma della verità storica o politica, cioè di
una particolare specie di verità. Ma allora sfonda una porta aperta.
Nessuno ha mai sostenuto che le verità storiche o legate alla politica
sono verità certe, assolute, perenni. Al contrario, per loro natura sono
instabili e incerte, perché si muovono nella realtà concreta, dove le
circostanze da esaminare sono pressoché infinite, e l’uomo non ha la
capacità di coglierle tutte nel loro numero e nella loro natura. Questo
avviene non solo in campo storico e politico, ma in una certa misura anche
in campo morale.
Le difficoltà nascono tutte le volte che i principi
devono essere applicati ai casi concreti. Per un motivo semplicissimo:
quanto più si scende dai principi universali alle situazioni particolari,
tanto più la nostra intelligenza si trova di fronte a una realtà
complessa e aggrovigliata. In un caso concreto e singolare entrano mille
elementi che sono difficili da conoscere e valutare.
Possiamo portare tanti esempi. Il quarto comandamento
dice che bisogna onorare il padre e la madre. È un principio certo, e
nessuno lo mette in discussione. Ma quando i nostri genitori sono
diventati anziani al punto di non essere più autosufficienti, qual è l’azione
concreta con la quale li onoriamo? Prendendoli con noi? Mettendoli in una
struttura protetta? Lasciandoli a casa e garantendo la loro assistenza con
una badante? Prima di prendere una decisione dobbiamo fermarci ed
esaminare qual è il loro reale stato di salute fisica e psichica, il loro
carattere e la loro capacità di adattamento, la nostra situazione
familiare, il rapporto che hanno avuto e hanno con la nostra famiglia, la
nostra disponibilità economica e abitativa, le concrete possibilità di
assistenza e di cura, ecc. ecc.
Le domande si moltiplicano e spesso non si sa quale
soluzione adottare. Si aprono mille possibilità e si resta indecisi
perché ogni soluzione sembra presentare dei vantaggi e degli svantaggi.
Alla fine ognuno lo risolve nel modo che in coscienza ritiene migliore. Ma
basta che si presenti o si scopra una variante per mandare a monte tutto
il progetto e trovarsi nella situazione di doverne escogitare un altro.
È a questo livello che le nostre scelte operative non
godono di una certezza assoluta, ma solo di una certezza morale, cioè di
quella certezza che nasce da un’analisi seria e onesta della realtà, ma
sulla quale pende sempre la spada di Damocle del dubbio che non siano
stati presi in considerazione (per difficoltà soggettive e oggettive)
tutti gli elementi che entrano a formare quel caso particolare.
Però l’incertezza che accompagna la conoscenza dei
fatti contingenti (fatti storici, politici, conclusioni morali singolari,
ecc.), non elimina la certezza assoluta che ritroviamo nei primi principi
dell’essere e dell’agire. Tutti siamo certi di certezza assoluta che
bisogna fare il bene ed evitare il male; che non bisogna fare agli altri
quello che non si vuole fatto a sé stessi, che bisogna essere giusti, che
bisogna rispettare la vita, che devono essere assicurate la libertà di
opinione, di parola, di movimento, di religione, e con questi tanti altri
principi. Nessuno li mette in dubbio. E siamo talmente certi della verità
di questi principi che quando sono disattesi, si cerca subito di
recuperarli e di riaffermarli, per non cadere in quel livello disumano in
cui domina la forza, l’arroganza, la violenza.
I diversi tipi di verità e di certezza
In altre parole, la certezza dei principi coesiste con l’incertezza
della loro applicazione ai casi concreti. Per questo san Tommaso sostiene
l’immutabilità dei principi naturali e nello stesso tempo ricorda che
nelle decisioni morali particolari esiste solo una certezza morale. Ed è
sempre possibile e doveroso rivedere le proprie decisioni in base a
elementi nuovi o a elementi che non eravamo riusciti a vedere nell’esame
del caso. Per questo motivo san Tommaso afferma che nella vita morale è
indispensabile la virtù della prudenza. Nella vita (dice nella II-II, q.
47, a. 3) non è sufficiente che l’uomo conosca i principi, ma deve
applicarli alle situazioni concrete e singolari.
Ora, nessuno può applicare convenientemente una cosa a
un’altra se non conosce entrambe le cose, cioè se non conosce ciò che
deve applicare (il principio) e la realtà a cui deve applicarla (il caso
singolo). Se è facile conoscere i principi, non è altrettanto facile
conoscere la realtà dei casi singoli in tutte le loro infinite
circostanze. Per questo nel libro della Sapienza si dice che «incerte
sono le nostre riflessioni» (Sap 9,14), cioè le decisioni che prendiamo
nelle situazioni singole hanno una certezza solo morale, perché si scende
dal terreno certo e immutabile dei principi al terreno estremamente
variabile delle azioni concrete e singolari.
La pazienza di precisare il significato
dei termini
Ha ragione il nostro editorialista quando sostiene che
le verità storico-politiche (e noi aggiungiamo anche le verità morali
singolari) sono incerte, e possono essere soggette continuamente a
revisione; ma ha torto quando estende questa insicurezza a tutti i
principi che regolano la vita dell’uomo. Se avesse avuto la pazienza di
fare un piccolo status quaestionis prima di iniziare la sua
riflessione, cioè di precisare il significato dei termini che usava, si
sarebbe accorto che esistono diverse specie di verità e di certezze: da
quella metafisica a quella matematica, a quella fisica, morale, storica.
Non si può fare di tutte queste diverse forme di
verità e di certezze un’unica ammucchiata e applicare indifferentemente
a tutte quello che è invece proprio di ciascuna. La certezza che è
propria delle verità morali o storiche o politiche è molto diversa dalla
certezza che si ha in altri ambiti. È illogico affermare che la
precarietà che ritroviamo nelle decisioni storiche, politiche e anche
morali, debba essere applicata ai principi che regolano questi ambiti
della vita.
Resta certo, per esempio, che l’uomo deve riunirsi in
una società regolata da leggi emanate da un’autorità legittima, ma non
è detto che esista un’unica forma di aggregazione sociale, e tanto meno
che il tipo di socialità, che oggi gli uomini si sono dati, sia
immutabile.
I modelli possono essere molti e vari, e la loro bontà
dipende dall’esame delle circostanze in cui sta vivendo in quel momento.
Ma resta immutabile il principio della natura sociale dell’uomo e della
sua esigenza a riunirsi in un contesto sociale, regolato da leggi, alcune
delle quali sono immutabili (le diverse carte dei diritti dell’uomo) e
altre invece sono mutabili (le molte leggi positive), secondo le
circostanze della vita che sta vivendo. La grande dignità dell’uomo
consiste anche nel fatto che non solo conosce, ma conosce il suo conoscere
e i processi del suo conoscere, per cui può scoprire i limiti e
correggere i suoi errori.
Giordano Muraro
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VOCABOLARIETTO
Conoscenza
della verità
Sarebbe stato opportuno distinguere e
precisare la distinzione esistente tra i termini conoscenza, evidenza,
certezza, verità. Ma lo spazio ristretto non permetteva una simile
ricerca. Ricordiamo solo che la conoscenza cerca la verità. Questa
ricerca può portarsi su una materia immediatamente evidente (i primi
principi e i principi immediatamente derivati) e allora la conoscenza
produce una certezza assoluta, e in quel caso si può parlare di
verità assolutamente certe; mentre in altri casi si porta su una
materia soggetta a mutabilità e variabilità, e allora la conoscenza
produce una certezza minore e ha bisogno di essere continuamente
controllata e verificata.
g.m. |