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La libertà di stampa e le zone grigie

Le certezze sulla sabbia

di GIORDANO MURARO
   

   Vita Pastorale n. 2 febbraio 2010 - Home Page

"Viviamo nel provvisorio. Non c’è niente di certo. Oggi è vero quello che domani non lo è più. Tutto scorre e muta. Anche la verità". Questa è l’opinione di qualche editorialista. Ma siamo sicuri che non esistono verità certe?
 

Su Magazine del Corriere della Sera del 12 novembre è comparso un editoriale dal titolo curioso: "Il falò della verità". Hanno messo al rogo la verità e le ceneri sono state disperse al vento? È un duro colpo per noi che credevamo in verità eterne, perenni, universali, scritte sul basalto come il codice di Hammurabi, scolpite sulla roccia come le tavole di Mosè, inserite nel cuore dell’uomo e trascritte nelle diverse carte dei diritti dell’uomo, o addirittura identificate con la persona stessa del Dio fatto uomo: «Io sono la verità». Con un semplice articolo il nostro editorialista distrugge tutte le nostre illusioni.

Peggio. Dice che siamo degli stupidi. «Stupido è colui che crede che la verità sulle faccende umane sia scritta su una roccia e che, per impadronirsene, bastino due cose: saper leggere e guardare la roccia giusta». Le cose non stanno così. Viviamo nell’effimero. Tutto è relativo. Anche la verità. Viviamo nel provvisorio. Navighiamo a vista. Non esistono vie sicure. Ogni strada è come la pista nel deserto: oggi c’è e domani non c’è più perché una tempesta di sabbia l’ha cancellata.

L’editorialista si sforza di dimostrare la verità della sua affermazione. Ma non si accorge che la sua dimostrazione è radicalmente contraddittoria, perché presenta come verità certa il principio che non esistono verità certe. Una vera contradictio in terminis, direbbero i logici. È come dire: sono certo che non c’è certezza. Ma seguiamo il suo argomentare. «Queste persone non sono sfiorate dal dubbio che "tentare di conoscere la verità" sia una attività complicatissima, che la "verità" sui fatti umani e sociali sia una meta cui possiamo (e dobbiamo) tendere, ma senza garanzie di poterla raggiungere. E che "tentare di conoscere la verità" sia un processo che non ha mai fine. [...] Si badi: non è umanamente possibile tenere conto di tutti gli eventi potenzialmente in gioco nella situazione data (sono pressoché infiniti)».

L’assoluto e il relativo

Ma è vero che non esistono verità certe e che tutto è incerto e provvisorio? Quando il nostro editorialista incomincia il suo processo dimostrativo, vediamo che cambia subito le carte in tavola. Non parla più della verità, ma della verità storica o politica, cioè di una particolare specie di verità. Ma allora sfonda una porta aperta. Nessuno ha mai sostenuto che le verità storiche o legate alla politica sono verità certe, assolute, perenni. Al contrario, per loro natura sono instabili e incerte, perché si muovono nella realtà concreta, dove le circostanze da esaminare sono pressoché infinite, e l’uomo non ha la capacità di coglierle tutte nel loro numero e nella loro natura. Questo avviene non solo in campo storico e politico, ma in una certa misura anche in campo morale.

Le difficoltà nascono tutte le volte che i principi devono essere applicati ai casi concreti. Per un motivo semplicissimo: quanto più si scende dai principi universali alle situazioni particolari, tanto più la nostra intelligenza si trova di fronte a una realtà complessa e aggrovigliata. In un caso concreto e singolare entrano mille elementi che sono difficili da conoscere e valutare.

Possiamo portare tanti esempi. Il quarto comandamento dice che bisogna onorare il padre e la madre. È un principio certo, e nessuno lo mette in discussione. Ma quando i nostri genitori sono diventati anziani al punto di non essere più autosufficienti, qual è l’azione concreta con la quale li onoriamo? Prendendoli con noi? Mettendoli in una struttura protetta? Lasciandoli a casa e garantendo la loro assistenza con una badante? Prima di prendere una decisione dobbiamo fermarci ed esaminare qual è il loro reale stato di salute fisica e psichica, il loro carattere e la loro capacità di adattamento, la nostra situazione familiare, il rapporto che hanno avuto e hanno con la nostra famiglia, la nostra disponibilità economica e abitativa, le concrete possibilità di assistenza e di cura, ecc. ecc.

Le domande si moltiplicano e spesso non si sa quale soluzione adottare. Si aprono mille possibilità e si resta indecisi perché ogni soluzione sembra presentare dei vantaggi e degli svantaggi. Alla fine ognuno lo risolve nel modo che in coscienza ritiene migliore. Ma basta che si presenti o si scopra una variante per mandare a monte tutto il progetto e trovarsi nella situazione di doverne escogitare un altro.

È a questo livello che le nostre scelte operative non godono di una certezza assoluta, ma solo di una certezza morale, cioè di quella certezza che nasce da un’analisi seria e onesta della realtà, ma sulla quale pende sempre la spada di Damocle del dubbio che non siano stati presi in considerazione (per difficoltà soggettive e oggettive) tutti gli elementi che entrano a formare quel caso particolare.

Però l’incertezza che accompagna la conoscenza dei fatti contingenti (fatti storici, politici, conclusioni morali singolari, ecc.), non elimina la certezza assoluta che ritroviamo nei primi principi dell’essere e dell’agire. Tutti siamo certi di certezza assoluta che bisogna fare il bene ed evitare il male; che non bisogna fare agli altri quello che non si vuole fatto a sé stessi, che bisogna essere giusti, che bisogna rispettare la vita, che devono essere assicurate la libertà di opinione, di parola, di movimento, di religione, e con questi tanti altri principi. Nessuno li mette in dubbio. E siamo talmente certi della verità di questi principi che quando sono disattesi, si cerca subito di recuperarli e di riaffermarli, per non cadere in quel livello disumano in cui domina la forza, l’arroganza, la violenza.

I diversi tipi di verità e di certezza

In altre parole, la certezza dei principi coesiste con l’incertezza della loro applicazione ai casi concreti. Per questo san Tommaso sostiene l’immutabilità dei principi naturali e nello stesso tempo ricorda che nelle decisioni morali particolari esiste solo una certezza morale. Ed è sempre possibile e doveroso rivedere le proprie decisioni in base a elementi nuovi o a elementi che non eravamo riusciti a vedere nell’esame del caso. Per questo motivo san Tommaso afferma che nella vita morale è indispensabile la virtù della prudenza. Nella vita (dice nella II-II, q. 47, a. 3) non è sufficiente che l’uomo conosca i principi, ma deve applicarli alle situazioni concrete e singolari.

Ora, nessuno può applicare convenientemente una cosa a un’altra se non conosce entrambe le cose, cioè se non conosce ciò che deve applicare (il principio) e la realtà a cui deve applicarla (il caso singolo). Se è facile conoscere i principi, non è altrettanto facile conoscere la realtà dei casi singoli in tutte le loro infinite circostanze. Per questo nel libro della Sapienza si dice che «incerte sono le nostre riflessioni» (Sap 9,14), cioè le decisioni che prendiamo nelle situazioni singole hanno una certezza solo morale, perché si scende dal terreno certo e immutabile dei principi al terreno estremamente variabile delle azioni concrete e singolari.

La pazienza di precisare il significato dei termini

Ha ragione il nostro editorialista quando sostiene che le verità storico-politiche (e noi aggiungiamo anche le verità morali singolari) sono incerte, e possono essere soggette continuamente a revisione; ma ha torto quando estende questa insicurezza a tutti i principi che regolano la vita dell’uomo. Se avesse avuto la pazienza di fare un piccolo status quaestionis prima di iniziare la sua riflessione, cioè di precisare il significato dei termini che usava, si sarebbe accorto che esistono diverse specie di verità e di certezze: da quella metafisica a quella matematica, a quella fisica, morale, storica.

Non si può fare di tutte queste diverse forme di verità e di certezze un’unica ammucchiata e applicare indifferentemente a tutte quello che è invece proprio di ciascuna. La certezza che è propria delle verità morali o storiche o politiche è molto diversa dalla certezza che si ha in altri ambiti. È illogico affermare che la precarietà che ritroviamo nelle decisioni storiche, politiche e anche morali, debba essere applicata ai principi che regolano questi ambiti della vita.

Resta certo, per esempio, che l’uomo deve riunirsi in una società regolata da leggi emanate da un’autorità legittima, ma non è detto che esista un’unica forma di aggregazione sociale, e tanto meno che il tipo di socialità, che oggi gli uomini si sono dati, sia immutabile.

I modelli possono essere molti e vari, e la loro bontà dipende dall’esame delle circostanze in cui sta vivendo in quel momento. Ma resta immutabile il principio della natura sociale dell’uomo e della sua esigenza a riunirsi in un contesto sociale, regolato da leggi, alcune delle quali sono immutabili (le diverse carte dei diritti dell’uomo) e altre invece sono mutabili (le molte leggi positive), secondo le circostanze della vita che sta vivendo. La grande dignità dell’uomo consiste anche nel fatto che non solo conosce, ma conosce il suo conoscere e i processi del suo conoscere, per cui può scoprire i limiti e correggere i suoi errori.

Giordano Muraro
   

VOCABOLARIETTO

Conoscenza della verità

Sarebbe stato opportuno distinguere e precisare la distinzione esistente tra i termini conoscenza, evidenza, certezza, verità. Ma lo spazio ristretto non permetteva una simile ricerca. Ricordiamo solo che la conoscenza cerca la verità. Questa ricerca può portarsi su una materia immediatamente evidente (i primi principi e i principi immediatamente derivati) e allora la conoscenza produce una certezza assoluta, e in quel caso si può parlare di verità assolutamente certe; mentre in altri casi si porta su una materia soggetta a mutabilità e variabilità, e allora la conoscenza produce una certezza minore e ha bisogno di essere continuamente controllata e verificata.

g.m.

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