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SPECIALE: DIO OGGI. Con Lui o senza di Lui cambia tutto C’è la cultura cristiana? di
SAVERIO GAETA
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Al presidente dell’Associazione
teologica italiana abbiamo chiesto una riflessione sul Convegno di Roma,
sulla "questione Dio" (cui ha di recente dedicato un libro) e
sul grande compito della cultura cristiana oggi. Il convegno "Dio oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto" ha rimesso al centro dell’attenzione pubblica la questione per eccellenza non soltanto dell’esperienza religiosa, ma della vita sociale. «Sono due le principali acquisizioni scaturite dall’appuntamento romano», spiega mons. Piero Coda, presidente dell’Associazione teologica italiana. «La prima è aver sollecitato a un ripensamento, con rigore e apertura di spirito, della verità che è alla radice della presenza dei cristiani nel nostro tempo: la sequela di Gesù nel cammino di fedeltà al disegno di Dio sul mondo. La seconda è l’aver riproposto, a una società in inquieta ricerca di solidi punti di riferimento, di prendere in seria considerazione la questione di Dio, che la Chiesa s’impegna a testimoniare con senso di responsabilità e di servizio».
«Si è riusciti senz’altro a dare ragione, in una prima approssimazione, della pluralità convergente delle vie che conducono all’incontro e all’esperienza di Dio. In particolare, la via cosmologica, che oggi ritrova attualità grazie al rinnovamento delle prospettive d’interpretazione della vita cosmica; poi la via antropologica, scaturente dall’esperienza più profonda della persona come essere desiderante e libero, che chiede la realizzazione di sé nell’incontro con l’Altro e, in e per Lui, con gli altri; e infine la via della bellezza, che è il "vestito" della verità e del bene, cui papa Ratzinger ha invitato a dare la giusta attenzione nel recente incontro con gli artisti in Vaticano. «Forse avrebbe potuto trovare più spazio il tema dell’originalità dell’esperienza cristiana di Dio che ci è offerta da Gesù e che impegna decisivamente la vita della Chiesa. L’esperienza di Dio è una realtà universale, che tocca l’umano in quanto tale, ma la singolarità di Gesù Cristo non contraddice questa universalità, bensì la compie dall’interno, offrendo una via assolutamente inedita eppure intensamente attesa d’incontro con Dio: quella dell’amore senza se e senza ma, che è esperienza di libertà nel servizio coerente di chi è ai margini della storia».
«La parabola della cultura occidentale che ha attraversato la modernità ha cancellato la questione di Dio dai tragitti più frequentati dall’impegno culturale. Talvolta la frequentazione di tali tragitti si è addirittura configurata come alternativa ai percorsi tracciati dall’esperienza della fede. Così, le vie della scienza, della filosofia, della politica, dell’economia hanno condotto all’oblio dell’incontro con Dio come fatto che determina l’esistenza personale e collettiva nella logica della verità, della giustizia e della solidarietà. «Questa parabola è però giunta alla fine. La postmodernità segnala infatti l’aprirsi di uno spazio antropologico e sociale che è nuovo e interpellante. Alla comunità cristiana tocca perciò offrire percorsi spirituali e culturali all’altezza, da un lato, dell’originalità dell’evento di Gesù e, dall’altro, dell’esigenza che nasce oggi dalla ricerca di un Dio percepito come affidabile e attivamente amico dell’uomo. È questa assenza di un senso credibile e praticabile, per e da tutti, il vero buco nero che abita il cuore della cultura contemporanea. «Di fronte a questa urgente e imponente istanza, mi sembra che il panorama culturale del nostro tempo denunci due insufficienze. Da un lato, nella cultura pubblica, la ritrosia a un’apertura sincera e disarmata all’incontro col Dio che mostra il suo volto in Gesù; dall’altra, da parte del mondo cattolico, una deficienza di rischio e di radicalità nel proporre con semplicità e forza la novità del volto di Dio che ci è manifestato in Gesù Cristo attraverso percorsi percorribili, condivisibili e socialmente apprezzabili».
«Certamente! La cultura di ispirazione cristiana è chiamata oggi a testimoniare in concreto con semplicità e con forza la novità di Gesù Cristo come quel fermento e quella luce che fanno sprigionare spazi nuovi di apprezzamento concreto e condiviso della verità, del bene e della bellezza dell’uomo e del mondo sotto lo sguardo di Dio. Secondo il grande insegnamento di Ireneo di Lione: "La gloria di Dio è l’uomo vivente, la vita dell’uomo è la visione di Dio". È dunque fuori luogo qualunque atteggiamento stucchevolmente e improduttivamente moralistico che tenti di contenere al minimo i danni provocati da scelte eticamente ambigue e inaccettabili, oppure che s’impegni a voler imporre dall’alto princìpi etici di cui non si esibiscono le ragioni antropologiche».
«C’è un insegnamento che ha attraversato la storia tutta della tradizione cristiana e che il concilio Vaticano II ha rimesso al centro. Giovanni Paolo II lo ha tradotto in un’affermazione netta e forte: "Non c’è contrapposizione fra teocentrismo e antropocentrismo, in Gesù essi vengono coniugati in maniera organica e profonda". In sostanza, il garante della dignità e dei diritti dell’uomo è il Dio di Gesù Cristo, il Dio che corre il rischio di farsi uomo e di morire in croce per dirci chi è Dio e chi è l’uomo. Come scriveva il filosofo russo Nicolaj Berdiaev, "questo" Dio è la vera libertà dell’uomo. «L’ateismo cosiddetto postulatorio, che per affermare la libertà e la dignità dell’uomo ritiene necessario mettere fra parentesi Dio o allontanarlo dalla sfera pubblica, è oggi di fatto smentito dalla constatazione che solo la presenza di Dio nella vita dell’uomo, anche nella sfera pubblica, è capace di garantirne i diritti e la dignità, dando l’anima a una democrazia che sia non solo formale ma sostanziale. Ovviamente, ciò va inteso come espressione di quella giusta e matura laicità secondo la quale i diritti "di Dio" e quelli "di Cesare" vanno distintamente coniugati nello spazio del pluralismo e del rispetto della libertà e della coscienza di ogni persona».
«Il tema dell’ignoranza rispetto ai grandi temi della fede è un fatto inoppugnabile. Segno, da un lato, della scarsa capacità di incidenza educativa e culturale esibita dalla comunità cristiana nel tessuto vivo del Paese, nonostante la sua ancora capillare presenza e la straordinaria eredità d’impegno che la caratterizza; e manifestazione, d’altro lato, della persistente chiusura preconcetta a quanto invece è foriero di un’esperienza di verità e di bene oggettivamente apprezzabile. È dunque fondamentale il segnale che viene dal rimettere in movimento la cultura di ispirazione cristiana, affinché sappia giocarsi in un atteggiamento costruttivo e di confronto a 360 gradi, riproponendo le ragioni alte della sua speranza. «Occorre uno stile di Chiesa che la renda percepibile ed apprezzabile come luogo di esperienza autentica, non a parole ma nei fatti, della verità, dell’amore e della libertà in rapporto ai problemi dell’uomo. È questo l’argomento apologetico fondamentale, l’unico, cui è sensibile la cultura contemporanea scaltrita dalla lezione dei "maestri del sospetto". Intuire la comunità ecclesiale come storia di vita in cui si sperimenta lo stupore della presenza di Chi è più grande di essa e che risponde al desiderio di pienezza che tutti portano in sé, al di là di ogni aspettativa».
«L’aver indicato la cruna dell’ago attraverso la quale tutti siamo chiamati a passare: l’incontro condiviso, nell’amore e nella libertà, col Dio che viene al mondo in Gesù per dargli pienezza di vita. E insieme il rilancio del grande compito della cultura cristiana oggi tracciato dal Concilio, che Giovanni Paolo II ha riproposto nella Fides et ratio: lavorare con pazienza, prudenza e coraggio a una nuova sintesi culturale in cui i diversi apporti dell’esperienza umana trovino spazio nella varietà del loro coordinarsi gli uni con gli altri nella luce della fiamma illuminatrice e trasformatrice dell’amore di Dio. Come Benedetto XVI ha profeticamente auspicato nella Caritas in veritate. In definitiva, si è trattato di un atto di carità intellettuale – direbbe Antonio Rosmini – a favore del nostro mondo». Saverio Gaeta
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