inché
la vergine è in casa di suo padre, molti
vorrebbero sposarla; ma, dopo che ha preso marito, non piace a tutti:
alcuni la disprezzano, altri la lodano, e non è più stimata come prima,
quando era nascosta. Altrettanto accade per le cose dell’anima» (Arsenio
44) e altrettanto è accaduto alla terza parte del segreto di Fatima
(qui sotto riprodotto nella stesura di suor Lucia), reso noto il 26 giugno
scorso con una conferenza nella Sala Stampa vaticana. È doveroso leggere
con attenzione la presentazione ufficiale del Prefetto della Congregazione
per la dottrina della fede. Ivi si troverà l’interpretazione delle
parole e delle immagini chiave: la penitenza, la storia salvifica e la
libertà umana, il monte, la città, la croce, i martiri ecc. Si
troveranno anche due considerazioni metodologiche di primaria importanza.
La prima è che rivelazione pubblica e privata differiscono «non solo di
grado, ma di essenza». La rivelazione pubblica passa attraverso gli
eventi/parole dell’antica alleanza compiutisi in Cristo e che vincolano
la Chiesa, per cui ogni rivelazione privata è solo un aiuto non
obbligante per ritornare alla rivelazione pubblica
e alle sue mediazioni:
parola, eventi, sacramenti, tradizione didattica ecclesiale ecc. Dunque,
nessuna fantateologia su nuove rivelazioni o su nuove forme di una
rivelazione che continua e alla quale bisognerebbe prestare ascolto.
La seconda considerazione riguarda la struttura
antropologica della comunicazione avvenuta a Fatima. Essa può essere una
reale percezione, dove però «il soggetto è essenzialmente compartecipe
del formarsi, come immagine, di ciò che appare». Ciò mette in gioco
suor Lucia: sue sono le immagini, suo è lo scritto del 3.1.1944 distante
ben 27 anni dagli avvenimenti del 1917; sua è l’indicazione di
manifestarlo dopo il 1960; sua è l’interpretazione dei particolari.
Dunque se un pastore ne parla al popolo di Dio, usi un po’ di più
"Suor Lucia ha detto" e un po’ di meno "La Madonna ha
detto".
È stato scritto
che Fatima è la vittoria dei semplici
(religiosità popolare) e dei carismatici contro gli intellettuali e
contro la gerarchia. Può darsi, ma è ai semplici che Dio riserva il
triduo pasquale, i discorsi di Gesù nel vangelo di Giovanni nonché la
retorica e i rimandi al Levitico contenuti nella Lettera agli Ebrei.
È stato scritto che Fatima è una nuova antropologia,
che va oltre l’uomo solo pensante, verso l’altruismo. Può darsi, ma
è da sempre che la liturgia non si preoccupa di insegnare a pensare, ma
fa ripetere parole, fa cantare, partecipare, attuare nella vita e a favore
degli altri i misteri vissuti nella fede.
È stato scritto che Fatima spinge la Chiesa verso la
profezia. Ma quale profezia? Non la descrizione esatta del futuro, come le
predizioni di Agabo (At 11,27-28; 21,10-11) o quelle di Caterina Labouré
che nel luglio 1830 previde entro 40 anni e 10 mesi la fucilazione dell’arcivescovo
di Parigi (monsignor Darboy, il 24.5.1871). Il messaggio di Fatima è
simbolico e rimanda al ministero della parola (Lc 11,49; Mt 23,34; At
13,1; Rm 12,6; 1Cor 14 ecc.) e al custodire la testimonianza di Gesù che «è
lo spirito di profezia» (Ap 19 ,10 ). Lo Spirito fa prendere parte al
mistero sacramentale di Cristo (CCC 1091-1112) e, con i suoi gemiti (Rm
8,22- 23), attira la liturgia verso il ritorno del Signore (CCC 1130).
Dunque ogni liturgia, ogni omelia, ogni servizio ai poveri, ogni
discernimento cristiano del progresso sono profetici perché orientano il
mondo e tutti gli uomini al compimento futuro e definitivo del regno. Se
ne sono accorti quanti hanno scoperto la profezia dopo la rivelazione
della terza parte del segreto?
Fatima «non vuole
e non può essere pastura per la nostra
curiosità» (Ratzinger), eppure il segreto è stato un successo mediatico.
Tutto ciò che è immediato piace e attira: sapere che cosa capiterà
domani la vince su un oggetto da portarsi a casa (la candelora), questo la
vince su una statua, la statua sull’icona, l’icona sulla parola e sul
rito. Ma Cristo non ci ha consegnato le predizioni sul dopodomani o la
processione della candelora, bensì la carità, l’attesa del suo
ritorno, le Scritture e il rendere grazie sul pane e sul vino.
Tuttavia l’attenzione riservata alla terza parte del
segreto ha rivelato anche un oscuro desiderio di salvezza, cui la
predicazione cristiana forse non sa rispondere a sufficienza. Forse è
normale, dal momento che a un certo punto molti si allontanarono dallo
stesso Cristo. O forse è una salutare inquietudine: di fronte al mistero
di Fatima, i cristiani ordinari sanno trasmettere l’esperienza che con
la carità, le Scritture e i sacramenti si entra in un mondo nuovo?
Riccardo Barile