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EDITORIALE

Da Fatima nessuna fantateologia

di RICCARDO BARILE
         

   Vita Pastorale n. 8-9 agosto/settembre 2000 - Home Page «Finché la vergine è in casa di suo padre, molti vorrebbero sposarla; ma, dopo che ha preso marito, non piace a tutti: alcuni la disprezzano, altri la lodano, e non è più stimata come prima, quando era nascosta. Altrettanto accade per le cose dell’anima» (Arsenio 44) e altrettanto è accaduto alla terza parte del segreto di Fatima (qui sotto riprodotto nella stesura di suor Lucia), reso noto il 26 giugno scorso con una conferenza nella Sala Stampa vaticana. È doveroso leggere con attenzione la presentazione ufficiale del Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Ivi si troverà l’interpretazione delle parole e delle immagini chiave: la penitenza, la storia salvifica e la libertà umana, il monte, la città, la croce, i martiri ecc. Si troveranno anche due considerazioni metodologiche di primaria importanza. La prima è che rivelazione pubblica e privata differiscono «non solo di grado, ma di essenza». La rivelazione pubblica passa attraverso gli eventi/parole dell’antica alleanza compiutisi in Cristo e che vincolano la Chiesa, per cui ogni rivelazione privata è solo un aiuto non obbligante per ritornare alla rivelazione pubblica e alle sue mediazioni: parola, eventi, sacramenti, tradizione didattica ecclesiale ecc. Dunque, nessuna fantateologia su nuove rivelazioni o su nuove forme di una rivelazione che continua e alla quale bisognerebbe prestare ascolto.

La seconda considerazione riguarda la struttura antropologica della comunicazione avvenuta a Fatima. Essa può essere una reale percezione, dove però «il soggetto è essenzialmente compartecipe del formarsi, come immagine, di ciò che appare». Ciò mette in gioco suor Lucia: sue sono le immagini, suo è lo scritto del 3.1.1944 distante ben 27 anni dagli avvenimenti del 1917; sua è l’indicazione di manifestarlo dopo il 1960; sua è l’interpretazione dei particolari. Dunque se un pastore ne parla al popolo di Dio, usi un po’ di più "Suor Lucia ha detto" e un po’ di meno "La Madonna ha detto".

È stato scritto che Fatima è la vittoria dei semplici (religiosità popolare) e dei carismatici contro gli intellettuali e contro la gerarchia. Può darsi, ma è ai semplici che Dio riserva il triduo pasquale, i discorsi di Gesù nel vangelo di Giovanni nonché la retorica e i rimandi al Levitico contenuti nella Lettera agli Ebrei.

È stato scritto che Fatima è una nuova antropologia, che va oltre l’uomo solo pensante, verso l’altruismo. Può darsi, ma è da sempre che la liturgia non si preoccupa di insegnare a pensare, ma fa ripetere parole, fa cantare, partecipare, attuare nella vita e a favore degli altri i misteri vissuti nella fede.

È stato scritto che Fatima spinge la Chiesa verso la profezia. Ma quale profezia? Non la descrizione esatta del futuro, come le predizioni di Agabo (At 11,27-28; 21,10-11) o quelle di Caterina Labouré che nel luglio 1830 previde entro 40 anni e 10 mesi la fucilazione dell’arcivescovo di Parigi (monsignor Darboy, il 24.5.1871). Il messaggio di Fatima è simbolico e rimanda al ministero della parola (Lc 11,49; Mt 23,34; At 13,1; Rm 12,6; 1Cor 14 ecc.) e al custodire la testimonianza di Gesù che «è lo spirito di profezia» (Ap 19 ,10 ). Lo Spirito fa prendere parte al mistero sacramentale di Cristo (CCC 1091-1112) e, con i suoi gemiti (Rm 8,22- 23), attira la liturgia verso il ritorno del Signore (CCC 1130). Dunque ogni liturgia, ogni omelia, ogni servizio ai poveri, ogni discernimento cristiano del progresso sono profetici perché orientano il mondo e tutti gli uomini al compimento futuro e definitivo del regno. Se ne sono accorti quanti hanno scoperto la profezia dopo la rivelazione della terza parte del segreto?

Fatima «non vuole e non può essere pastura per la nostra curiosità» (Ratzinger), eppure il segreto è stato un successo mediatico. Tutto ciò che è immediato piace e attira: sapere che cosa capiterà domani la vince su un oggetto da portarsi a casa (la candelora), questo la vince su una statua, la statua sull’icona, l’icona sulla parola e sul rito. Ma Cristo non ci ha consegnato le predizioni sul dopodomani o la processione della candelora, bensì la carità, l’attesa del suo ritorno, le Scritture e il rendere grazie sul pane e sul vino.

Tuttavia l’attenzione riservata alla terza parte del segreto ha rivelato anche un oscuro desiderio di salvezza, cui la predicazione cristiana forse non sa rispondere a sufficienza. Forse è normale, dal momento che a un certo punto molti si allontanarono dallo stesso Cristo. O forse è una salutare inquietudine: di fronte al mistero di Fatima, i cristiani ordinari sanno trasmettere l’esperienza che con la carità, le Scritture e i sacramenti si entra in un mondo nuovo?

Riccardo Barile

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