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CARO DON, IO VORREI... Lettera aperta al proprio parroco reale o ideale Dio nei fiori |
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Caro don Armando, quando il sole muore mandando l’ultima luce nelle vallate di Torrice, se sto sul balcone fra basilico arabo, o ruta siciliana, guardo verso i mammellonati colli dove tu abiti. E le prime luci di lampade elettriche mi vengono da lì. Corrono le luci verso di me e mi dicono che tutto muore, tutto, come quel sanguigno ultimo sole; ma al cantar dei galli – mi dicono ancora – tutto ritorna. Una volta i nostri incontri erano più frequenti, ma ora che il tuo destino ti ha voluto parroco della chiesa cattedrale di Santa Maria, sotto il campanile trecentesco, minori si son fatte le occasioni d’incontro. Ma lo stesso vado, appena il pomeriggio sorge e in piccole luci divampa, a passeggiare accanto alla chiesetta campestre di Madonna della Delibera, dentro cui hai celebrato tante volte la messa circondato dai tuoi fedeli, alcuni dei quali in vero seguivano successioni di numeri legati doppiamente a cose concrete e non riuscivano a frenare tale salir di desideri. Così pensando che nella tua chiesetta, una volta gentilizia, chiusa nelle sue calcinate mura ottagonali, riposano sotto balàti marmorei due fratellini morti a pochi anni nel 1877 appartenenti alla famiglia Granelli, mi vengono tante idee in testa. Così lasciando di guardare il cielo luminoso che si dilata nel pomeriggio, sogguardo, guardo e tocco l’erbetta che cresce attorno alla tua chiesetta, silenzioso. O il piccolo albero in crescenza della tuia i cui rami moltiplicano minime ombre, o quello, presto in fiorenza, della mimosa. Se i giorni son miti, in anteprima in questo campettino limitante la chiesa, nascono le margherite prataiole che certamente tu vedi anche sulla collina dove abiti, in gruppi, o solitarie, o sotto gli ulivi tuoi di cui riusciamo a sentire, se i frutti son maturi, odore e sapore. Nella simmetria dei piccoli petali, o perfino sulle alucce di una cetonia, o maggiolina, se li trovo, cerco i segni di Dio. E allora mi ricordo degli "alberi viaggiatori" su cui ho letto un ben noto libro dal titolo De motu arborum in terrestre planisfero scritto da Paolo Mauri. Il quale, con la sua arte prelibata e finissima, ci dice (pare che lo abbia aiutato anche in certe ricerche il suo novello amico Cosimo che usualmente abbaia ma anche parla) che questi alberi dall’Ellesponto o dalla più lontana India e lontanissima Cina o dal Giappone sulle cui coste batte il risonante mare, a salti, e a saltelli, o salton saltoni, si sono spostati e portati, finiti gli effetti della glaciazione, verso di noi qui in Italia. Ed erano nespoli, ciliegi, zìsimi (come dicevano i latini, e oggi alberi da giuggiole) o rose, o grosse pervinche, tutti seguiti dai piccoli Iddii degli alberi che a saltini, o con rapide corse, riuscivano a seguire quelle piante. E questi alberi, come dice il religioso indiano Ratacan, di cui il Mauri ha visto l’immagine nientedimeno che in una compressa rosea medicamentosa, avevano dietro, in un pipitiàre di parole e di suonelli, questi piccoli Dii simili ai grani del granturco con cui si fa la buona polenta. I quali Iddii cercavano il gran Dio della luce per copularsi a lui ed essere risucchiati nel suo grande "essere" così da evitare i lunghi cammini dietro gli alberi e riposar tranquilli tranquilli nell’anima setosa e melodiosa del Sommo Dio. Dopo tanto divagare, caro don Armando, sentendo il chicchirichiare di galli che annunciano la sera, me ne ritorno a casa, allontanando da me con le mani le prime rotondette ombre, tutte spocchiosette e in color verdolino, che si formano fra la lupinella e le erbe citrulline. Giuseppe Bonaviri
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