La
malattia mentale ha sempre terrorizzato le
popolazioni, per i suoi lati "oscuri". Non a caso, per molto
tempo, il malato di mente fu chiamato "pazzo" o
"alienato": parole che volevano dimostrarne l’estraneità
dalla vita normale. Una lunghissima storia di sofferenza ha attraversato
famiglie e singoli alle prese con la malattia psichica. La storia ha
scritto pagine oscure sulla considerazione e sul trattamento della
"pazzia". Le stesse menti illuminate dell’800 non hanno saputo
inventare altro che quelle strutture totalizzanti, tra il carcere e la
casa dei lavori forzati, chiamate "manicomi".
Occorrerà aspettare gli anni ’50 per comprendere che
anche le persone con malattie mentali, avevano diritto al rispetto, alle
cure e a una dignità che i celebri manicomi (o più dolcemente "case
di cura") non sempre garantivano. E solo negli anni ’70, in Italia,
come già era avvenuto nel mondo, si è iniziato a parlare di modo nuovo
di curare la malattia psichica. Un po’ la scoperta degli psicofarmaci,
un po’ il modo nuovo di avvicinare i malati, hanno allentato il circolo
infernale del manicomio. Da quella data si è introdotto il principio
secondo cui la comunità, nel suo insieme e nelle sue diverse competenze,
si fa carico della sofferenza psichica, senza dimenticare gli
interrogativi, le contraddizioni, la problematicità che tale malattia
evidenzia. Il lavoro dello psichiatra si carica così anche di un
significato sociale e comunitario, senza il quale la malattia mentale
difficilmente guarisce. Per questo motivo la celebre legge 180/78 ha
ridotto al minimo in Italia il trattamento psichiatrico in regime
ospedaliero.

Per il recupero dei malati di
mente alcuni ospedali italiani
hanno attivato delle iniziative artistiche o artigianali.
Ma quella legge, se impedì il ripetersi del manicomio,
non alimentò l’attuazione dei servizi previsti sul territorio: i centri
di riabilitazione aperti, le strutture capaci di non allontanare dalle
famiglie i malati, interventi precoci ai primi sintomi, il sostegno alle
famiglie. Il risultato doloroso è stato che a carico delle famiglie,
spesso abbandonate a sé stesse, sono rimasti molti malati con problemi
psichiatrici. Restarono funzionanti, ormai declassati a semplici strutture
assistenziali, i vecchi manicomi, dove ancora oggi risiedono malati per lo
più anziani e cronici, chiamati con l’ignobile nome di "residui
manicomiali". Al 31.12.1999 risultavano aperti ancora in Italia 13
manicomi.
Sono molti e
complessi i problemi inerenti il fenomeno della
malattia mentale. In Italia e nel mondo si sono scontrate due mentalità:
quella cosiddetta organicista e quella sociale. Le due scuole hanno
tentato di rispondere alla domanda: che cos’è la malattia mentale e da
dove deriva? Il dibattito, mai sopito, ha impedito, almeno nel recente
passato, di affrontare comunque la sofferenza dei malati di mente con
adeguate risposte e risorse. Nella ricerca di soluzioni per guarire la
malattia (derivante da problemi di salute biologica) o per lenire il
disagio sociale (spiegazione sociale), spesso si è perduta di vista la
malattia in sé. Chi ha sofferto di più nel vuoto delle risposte sono
stati i malati e le loro famiglie di origine. La mancanza di salute
mentale infatti ingenera meccanismi di solitudine e di auto isolamento,
senza dimenticare il mancato inserimento nell’ambito normale delle
proprie e altrui relazioni. È una solitudine che, entrando in circuito
negativo, accelera e aggrava la sofferenza. Non bisogna nemmeno
dimenticare la mancanza di lavoro, di amicizie, di rapporti: le
negatività vanno a pesare sulla famiglia che spesso resta schiacciata da
una serie di elementi negativi.

Nessuno oggi è in grado di "descrivere" i
nuovi volti della sofferenza psichica: indicano nella precocità della
malattia che va a colpire soggetti sempre più giovani e nelle donne,
costrette spesso o a una superfatica o alla insignificanza, i fenomeni
"nuovi" della sofferenza mentale. Una società troppo alimentata
da ritmi di efficientismo e di risultati può diventare insopportabile e
invivibile da chi ha una struttura personale e relazionale fragile. Altri
elementi destabilizzanti sono la solitudine e la rissosità delle
relazioni. Solo recentemente in Italia, con i "progetti
obiettivo" per la salute mentale del piano sanitario nazionale, la
situazione è migliorata, anche se rimangono condizioni di silenzio,
solitudine, sofferenza.
Le difficoltà di inserimento sociale e lavorativo, la
scarsa presenza di volontariato, le difficoltà di occupazione, spesso
rendono inutili le fatiche della "guarigione", frequentemente
compromessa dalla mancanza di continuità, nel lento e difficile cammino
del cosiddetto reinserimento nella "normalità".
La Chiesa ha avuto
attenzione alterna al problema specifico della
malattia mentale: spesso la paura è talmente prevalsa, da far dimenticare
doveri di accoglienza e di dignità. Un recentissimo fenomeno si è
inserito nel rapporto fede-malattia. Le difficoltà di ordine spirituale
hanno trovato nella speranza della guarigione, vicinanze troppo pericolose
con le liberazioni demoniache.
Senza confondere piani molto diversi dati dalla presenza
del maligno e della malattia, i confini si fanno sempre più precari, con
i rischi di confusione tra una limpida fede e una sana scienza. Certamente
non è sempre facile saper distinguere da che cosa le difficoltà
spirituali hanno origine, ma non si può, a ogni disturbo di ordine
psichico promettere speranze di guarigione miracolosa. Che cos’è
possibile fare nella dimensione ecclesiale e pastorale?

La prima risposta che sembra ovvia – ma che tale non
è – consiste nel "conoscere" la malattia mentale. Superare
paure, allentare i pregiudizi, astenersi dalle condanne non è così
facile. Farsi aiutare, anche concretamente, nel saper distinguere, nel
saper affrontare chi ha disturbi mentali, consente sicuramente almeno di
non commettere errori. Nella complessità della malattia è molto
importante capire che cosa "non" è utile fare. Una seconda
risposta è quella del sostegno a chi è in difficoltà e, quando per la
gravità questo non è possibile, sostenere le famiglie. A volte
basterebbe molto poco: la non discriminazione, il non giudizio, la
comprensione sincera sarebbero sufficienti a lenire il silenzio e la
sofferenza.
Un terzo passaggio è quello di alimentare la cultura
dell’accoglienza. Un lavoro, magari part-time; un’accoglienza nel
proprio gruppo; il rompere la solitudine è molto più terapeutico di
quanto si immagini. Tutto ciò senza la necessità di diventare
"specialisti" di nessuno. Anzi, l’aiuto di terapeuti veri,
disposti a mettersi a confronto, può costituire una guida efficace, pur
restando sé stessi. Come spesso accade, sono sufficienti disponibilità,
buon senso e apertura d’animo a rendere meno faticosa la vita di molti.
Vinicio Albanesi