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IL GIUBILEO SULLA STRADA

Malati mentali: si può fare di più

di VINICIO ALBANESI
    

   Vita Pastorale n. 8-9 agosto/settembre 2000 - Home Page Negli anni ’70, in Italia si è iniziato a parlare di nuova psichiatria. La legge 180/78 ha abolito il manicomio, ma non è riuscita a dare i servizi previsti sul territorio. Intanto, evitiamo di confondere malati e indemoniati.

La malattia mentale ha sempre terrorizzato le popolazioni, per i suoi lati "oscuri". Non a caso, per molto tempo, il malato di mente fu chiamato "pazzo" o "alienato": parole che volevano dimostrarne l’estraneità dalla vita normale. Una lunghissima storia di sofferenza ha attraversato famiglie e singoli alle prese con la malattia psichica. La storia ha scritto pagine oscure sulla considerazione e sul trattamento della "pazzia". Le stesse menti illuminate dell’800 non hanno saputo inventare altro che quelle strutture totalizzanti, tra il carcere e la casa dei lavori forzati, chiamate "manicomi".

Occorrerà aspettare gli anni ’50 per comprendere che anche le persone con malattie mentali, avevano diritto al rispetto, alle cure e a una dignità che i celebri manicomi (o più dolcemente "case di cura") non sempre garantivano. E solo negli anni ’70, in Italia, come già era avvenuto nel mondo, si è iniziato a parlare di modo nuovo di curare la malattia psichica. Un po’ la scoperta degli psicofarmaci, un po’ il modo nuovo di avvicinare i malati, hanno allentato il circolo infernale del manicomio. Da quella data si è introdotto il principio secondo cui la comunità, nel suo insieme e nelle sue diverse competenze, si fa carico della sofferenza psichica, senza dimenticare gli interrogativi, le contraddizioni, la problematicità che tale malattia evidenzia. Il lavoro dello psichiatra si carica così anche di un significato sociale e comunitario, senza il quale la malattia mentale difficilmente guarisce. Per questo motivo la celebre legge 180/78 ha ridotto al minimo in Italia il trattamento psichiatrico in regime ospedaliero.

Per il recupero dei malati di mente alcuni ospedali italiani hanno attivato delle iniziative artistiche o artigianali.
Per il recupero dei malati di mente alcuni ospedali italiani
hanno attivato delle iniziative artistiche o artigianali.

Ma quella legge, se impedì il ripetersi del manicomio, non alimentò l’attuazione dei servizi previsti sul territorio: i centri di riabilitazione aperti, le strutture capaci di non allontanare dalle famiglie i malati, interventi precoci ai primi sintomi, il sostegno alle famiglie. Il risultato doloroso è stato che a carico delle famiglie, spesso abbandonate a sé stesse, sono rimasti molti malati con problemi psichiatrici. Restarono funzionanti, ormai declassati a semplici strutture assistenziali, i vecchi manicomi, dove ancora oggi risiedono malati per lo più anziani e cronici, chiamati con l’ignobile nome di "residui manicomiali". Al 31.12.1999 risultavano aperti ancora in Italia 13 manicomi.

Sono molti e complessi i problemi inerenti il fenomeno della malattia mentale. In Italia e nel mondo si sono scontrate due mentalità: quella cosiddetta organicista e quella sociale. Le due scuole hanno tentato di rispondere alla domanda: che cos’è la malattia mentale e da dove deriva? Il dibattito, mai sopito, ha impedito, almeno nel recente passato, di affrontare comunque la sofferenza dei malati di mente con adeguate risposte e risorse. Nella ricerca di soluzioni per guarire la malattia (derivante da problemi di salute biologica) o per lenire il disagio sociale (spiegazione sociale), spesso si è perduta di vista la malattia in sé. Chi ha sofferto di più nel vuoto delle risposte sono stati i malati e le loro famiglie di origine. La mancanza di salute mentale infatti ingenera meccanismi di solitudine e di auto isolamento, senza dimenticare il mancato inserimento nell’ambito normale delle proprie e altrui relazioni. È una solitudine che, entrando in circuito negativo, accelera e aggrava la sofferenza. Non bisogna nemmeno dimenticare la mancanza di lavoro, di amicizie, di rapporti: le negatività vanno a pesare sulla famiglia che spesso resta schiacciata da una serie di elementi negativi.

Nessuno oggi è in grado di "descrivere" i nuovi volti della sofferenza psichica: indicano nella precocità della malattia che va a colpire soggetti sempre più giovani e nelle donne, costrette spesso o a una superfatica o alla insignificanza, i fenomeni "nuovi" della sofferenza mentale. Una società troppo alimentata da ritmi di efficientismo e di risultati può diventare insopportabile e invivibile da chi ha una struttura personale e relazionale fragile. Altri elementi destabilizzanti sono la solitudine e la rissosità delle relazioni. Solo recentemente in Italia, con i "progetti obiettivo" per la salute mentale del piano sanitario nazionale, la situazione è migliorata, anche se rimangono condizioni di silenzio, solitudine, sofferenza.

Le difficoltà di inserimento sociale e lavorativo, la scarsa presenza di volontariato, le difficoltà di occupazione, spesso rendono inutili le fatiche della "guarigione", frequentemente compromessa dalla mancanza di continuità, nel lento e difficile cammino del cosiddetto reinserimento nella "normalità".

La Chiesa ha avuto attenzione alterna al problema specifico della malattia mentale: spesso la paura è talmente prevalsa, da far dimenticare doveri di accoglienza e di dignità. Un recentissimo fenomeno si è inserito nel rapporto fede-malattia. Le difficoltà di ordine spirituale hanno trovato nella speranza della guarigione, vicinanze troppo pericolose con le liberazioni demoniache.

Senza confondere piani molto diversi dati dalla presenza del maligno e della malattia, i confini si fanno sempre più precari, con i rischi di confusione tra una limpida fede e una sana scienza. Certamente non è sempre facile saper distinguere da che cosa le difficoltà spirituali hanno origine, ma non si può, a ogni disturbo di ordine psichico promettere speranze di guarigione miracolosa. Che cos’è possibile fare nella dimensione ecclesiale e pastorale?

La prima risposta che sembra ovvia – ma che tale non è – consiste nel "conoscere" la malattia mentale. Superare paure, allentare i pregiudizi, astenersi dalle condanne non è così facile. Farsi aiutare, anche concretamente, nel saper distinguere, nel saper affrontare chi ha disturbi mentali, consente sicuramente almeno di non commettere errori. Nella complessità della malattia è molto importante capire che cosa "non" è utile fare. Una seconda risposta è quella del sostegno a chi è in difficoltà e, quando per la gravità questo non è possibile, sostenere le famiglie. A volte basterebbe molto poco: la non discriminazione, il non giudizio, la comprensione sincera sarebbero sufficienti a lenire il silenzio e la sofferenza.

Un terzo passaggio è quello di alimentare la cultura dell’accoglienza. Un lavoro, magari part-time; un’accoglienza nel proprio gruppo; il rompere la solitudine è molto più terapeutico di quanto si immagini. Tutto ciò senza la necessità di diventare "specialisti" di nessuno. Anzi, l’aiuto di terapeuti veri, disposti a mettersi a confronto, può costituire una guida efficace, pur restando sé stessi. Come spesso accade, sono sufficienti disponibilità, buon senso e apertura d’animo a rendere meno faticosa la vita di molti.

Vinicio Albanesi

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