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Il 3
settembre la Chiesa proclamerà beato Giovanni XXIII. Contro una
pubblicistica superficiale che lo definirà il "Papa buono" nel
senso di bonaccione, dagli scritti giovanili emerge una personalità
sacerdotale, pastorale e sociale di grande spessore. Come dimostra il suo
appoggio allo sciopero di 800 operai a Ranica, nel Bergamasco: «Il clero
cattolico che vive alla luce degli insegnamenti di Gesù non può tirare
dritto».
«Il
recente episodio di Ranica, che singolari
circostanze fecero assurgere all’importanza di un avvenimento molto
significativo nella storia delle rivendicazioni sociali cristiane, merita
bene di venir rilevato, e con parola tanto più schietta e serena oggi in
cui sopra le fabbriche è tornato a fiorire l’ulivo della pace e, là
dove le macchine e i telai tacquero per lungo tempo inoperose, freme di
nuovo la vita intensa del lavoro, elemento fecondo di letizia e di
prosperità materiale e morale». Questa prosa un po’ vetusta risale al
novembre 1909. È l’articolo che il giovane don Angelo Giuseppe Roncalli,
segretario del vescovo di Bergamo, mons. Giacomo Radini Tedeschi, scrisse
su La vita diocesana, organo ufficiale della Chiesa bergamasca. Lo
scritto è riemerso dalla polvere degli archivi. L’agitazione fece
clamore in tutta Italia: 800 operai e operaie di Ranica, paese alle porte
di Bergamo, dichiararono uno sciopero – che durò 45 giorni – per la
libertà di organizzazione sul lavoro, dopo il licenziamento del
vicepresidente della Lega operai cotonieri e dopo che alcune operaie erano
state "crudelmente dileggiate".

Giovanni XXIII.
Era in gioco non
solo il posto di lavoro, il salario, il pane ma
anche «il riconoscimento del diritto di organizzazione sindacale degli
operai». Il vescovo, il clero e i parroci, il mondo cattolico con alla
testa Nicolò Rezzara – pioniere del movimento sociale, che nel 1880
aveva fondato il quotidiano cattolico L’Eco di Bergamo – si
schierarono apertamente e compattamente con i dipendenti della Zopfi
contro le angherìe della razza padrona, sostennero le maestranze,
raccolsero e distribuirono agli scioperanti soldi, cibarie, legna, aiuti
vari, fino alla vittoria finale.
Dallo scritto del ventottenne Roncalli – che una certa
pubblicistica superficiale e raffazzonata definirà come il "Papa
buono" nel senso di "bonaccione", o peggio – emerge una
personalità sacerdotale, pastorale e sociale di grande spessore. In
quelle pagine sono contenuti in embrione gli insegnamenti e le scelte che
espliciterà e amplierà da Pontefice, quando indirà il concilio Vaticano
II e quando scriverà le grandi encicliche Mater et magistra (15
maggio 1961) e Pacem in terris (11 aprile 1963). Una personalità
che la Chiesa si appresta ad annoverare tra i beati domenica 3 settembre.
Di quel travagliato episodio scrive: «Merita uno
speciale rilievo lo sciopero considerato singolarmente nei rapporti col
nostro clero il quale, se deve desiderare e cooperare che l’armonia fra
padroni e operai, fra capitale e lavoro non venga mai turbata, non può e
non deve disinteressarsi quando nella propria parrocchia tale armonia
venga sminuita o distrutta, e s’apra un periodo d’inimicizia e di
lotta. Maestro di verità, ministro di pace, apostolo di carità sempre e
dappertutto, il clero sa anche di dover essere sempre e dappertutto il
maestro, il ministro, l’apostolo della giustizia, perché è la
giustizia che fa grandi i popoli e le nazioni. Nello sciopero tutte le
persone rette e imparziali scorsero come fosse intorno a un fondamentale
principio di giustizia che la grave controversia si andava impostando. L’essenza
del conflitto consisteva nell’ammettere e nel riconoscere sì o no il
diritto agli operai di organizzarsi. Solo per questo la causa di Ranica fu
sostenuta così lungamente e così mirabilmente, suscitò un’eco di
generale simpatia fra i cattolici d’Italia, e non si desistette dallo
sciopero se non quando i diritti della giustizia si videro assicurati e
salvi».
Il futuro Papa definisce «il diritto di sciopero giusto
e santo» e insiste sul ruolo dei sacerdoti e sul loro dovere di
"carità pastorale" in queste aspre vertenze: «Anche più
doveroso è l’interessamento del clero e il prendere subito la sua
posizione netta e decisa in questi conflitti, quando alle ragioni della
giustizia si aggiungono quelle della carità: 800 operai soffrivano per la
difesa di un loro diritto giusto e santo che, riconosciuto a parole,
veniva schiacciato in pratica. Il clero cattolico, che vive alla luce
degli insegnamenti di Gesù, non può tirare dritto». È tutta una
comunità ecclesiale che si lascia coinvolgere dall’evento e interviene
coralmente nell’azione di solidarietà: «Ecco il vescovo entrare
esplicitamente col suo obolo e colla sua parola nella causa e dichiararsi
nettamente in favore delle ragioni degli operai. Il fatto poté produrre
qualche impressione.
«Eppure nulla di più naturale e di più semplice: si
trattava di compiere un dovere di carità verso il debole che soffriva per
il trionfo della giustizia. Il clero mostrò di comprendere subito tutto
questo. Si videro i sacerdoti e i parroci unirsi al vescovo in quest’opera
di carità, che rivestiva un’alta significazione di principio, e
sostenere fino all’ultimo la causa operaia. Sarebbe stato ben doloroso
se si fosse fatto diversamente, mostrando di avere idee ben piccole e ben
imperfette intorno al compito della nostra missione sacerdotale e al
servizio del Vangelo di Cristo, la cui dottrina dobbiamo predicare e
professare, specialmente in questioni come questa che escono dalla modesta
cerchia di una parrocchia e possono mettere in giuoco gli interessi di
tutta una classe, di un intero paese e della compagine sociale.
«Sommamente indecoroso sarebbe stato il non trovarsi d’accordo
o il lasciarsi turbare dalle frasi vuote e maliziose di certa stampa
avvezza a subordinare i diritti, la dottrina e la vita della Chiesa a idee
liberali vecchissime e ormai sorpassate, quasi Gesù Cristo non fosse
venuto e non avesse mandato i suoi apostoli a evangelizzare specialmente i
poveri, quasi la Chiesa insegnasse ai suoi vescovi a sposare la causa di
chi opprime, perché è ricco e potente, e a trascurare e a non volgersi
di preferenza ai diseredati, ai deboli, agli oppressi. Certa gente non ha
ancora compreso che la Chiesa, pronta al rispetto e al vero amore per
tutti gli uomini, non vuole essere serva di nessun partito o pregiudizio.
Quanto al liberalismo economico la Chiesa non cesserà mai di combatterlo».

Officina d’inizio ’ 900.
Roncalli definì
«giusto e santo» il diritto di
sciopero.
La «scelta
preferenziale dei poveri e degli ultimi» maturerà
nella Chiesa italiana dopo il Concilio, grazie all’opera di tanti
profeti e pastori, tra i quali non si può ignorare almeno un nome: l’arcivescovo
di Torino, il cardinale Michele Pellegrino. È nella conclusione dello
scritto che si trovano le linee-guida dello stile che caratterizza
Roncalli da sacerdote e da rappresentante pontificio (Bulgaria, Turchia e
Grecia, Francia) e le idee-base che esprimerà da pater et pastor come
Patriarca di Venezia e come Pontefice, traducendole nelle grandi
encicliche: «La pace: questa, si ripete, è la missione del sacerdote.
Noi siamo d’accordo: la pace innanzitutto e sempre. Ma la pace è la
tranquillità dell’ordine e ordine vuol dire rispetto della giustizia e
dei diritti di ciascuno (espressioni testuali che userà nella Pacem in
terris, ndr). Noi siamo tutt’altro che amici di qualunque sciopero,
ci auguriamo che questo sia l’ultimo, perché lo sciopero è la guerra,
e la guerra è sempre terribile e dannosa. Ma quando non ci fosse altro
mezzo per ricondurre la pace e fosse apertamente violata la giustizia o
alcuno dei sacri diritti della coscienza cristiana, rivendichiamo il
nostro diritto di dire la verità a tutti, di chiamare giusta e santa la
guerra, legittimo lo sciopero, e di aiutare chi combatte per ricomporre
quell’ordine sociale di cui si avvantaggiano insieme il capitale e il
lavoro, i ricchi e i poveri, i padroni e i lavoratori. Si è veduto cosa
sia e cosa possa l’organizzazione operaia e cosa valga l’organizzazione
operaia cristiana».
Estremamente espressiva del pensiero roncalliano la
frase finale: «Se i socialisti avessero diretto quello sciopero,
sarebbero riusciti a imporsi alla ditta che avrebbe ceduto per paura del
peggio, con scapito non solo dei propri interessi ma anche degli interessi
veri degli operai. Non si avrebbe avuto lo spettacolo di una folla di 800
operai sempre compatta e tranquilla per ben 45 giorni di attesa e di
sofferenza. Mirabile efficacia del principio cristiano. Di qui due
conclusioni: l’organizzazione di tutti i nostri operai è cosa
importantissima, una vera necessità; e l’organizzazione deve essere
fatta con principi cristiani e da noi cattolici. Diversamente la fede
delle nostre popolazioni potrebbe correre serio pericolo di svanire per
opera del socialismo, che non è riuscito sinora che a distruggere e
sradicare senza pietà tutto ciò che di cristiano, religioso e morale
incontrò sulla sua via. Il sacerdote non deve direttamente occuparsi dell’organizzazione
che tocca uno scopo di indole puramente materiale ed economica, ma di buon
grado e amorevolmente deve far sorgere i laici che se ne occupino».
Pier Giuseppe Accornero
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