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DON ANGELO GIUSEPPE RONCALLI A FIANCO DEGLI OPERAI

La bontà che sapeva difendere 
la giustizia

di PIER GIUSEPPE ACCORNERO
      

   Vita Pastorale n. 8-9 agosto/settembre 2000 - Home Page

Il 3 settembre la Chiesa proclamerà beato Giovanni XXIII. Contro una pubblicistica superficiale che lo definirà il "Papa buono" nel senso di bonaccione, dagli scritti giovanili emerge una personalità sacerdotale, pastorale e sociale di grande spessore. Come dimostra il suo appoggio allo sciopero di 800 operai a Ranica, nel Bergamasco: «Il clero cattolico che vive alla luce degli insegnamenti di Gesù non può tirare dritto».

«Il recente episodio di Ranica, che singolari circostanze fecero assurgere all’importanza di un avvenimento molto significativo nella storia delle rivendicazioni sociali cristiane, merita bene di venir rilevato, e con parola tanto più schietta e serena oggi in cui sopra le fabbriche è tornato a fiorire l’ulivo della pace e, là dove le macchine e i telai tacquero per lungo tempo inoperose, freme di nuovo la vita intensa del lavoro, elemento fecondo di letizia e di prosperità materiale e morale». Questa prosa un po’ vetusta risale al novembre 1909. È l’articolo che il giovane don Angelo Giuseppe Roncalli, segretario del vescovo di Bergamo, mons. Giacomo Radini Tedeschi, scrisse su La vita diocesana, organo ufficiale della Chiesa bergamasca. Lo scritto è riemerso dalla polvere degli archivi. L’agitazione fece clamore in tutta Italia: 800 operai e operaie di Ranica, paese alle porte di Bergamo, dichiararono uno sciopero – che durò 45 giorni – per la libertà di organizzazione sul lavoro, dopo il licenziamento del vicepresidente della Lega operai cotonieri e dopo che alcune operaie erano state "crudelmente dileggiate".

Giovanni XXIII.
Giovanni XXIII.

Era in gioco non solo il posto di lavoro, il salario, il pane ma anche «il riconoscimento del diritto di organizzazione sindacale degli operai». Il vescovo, il clero e i parroci, il mondo cattolico con alla testa Nicolò Rezzara – pioniere del movimento sociale, che nel 1880 aveva fondato il quotidiano cattolico L’Eco di Bergamo – si schierarono apertamente e compattamente con i dipendenti della Zopfi contro le angherìe della razza padrona, sostennero le maestranze, raccolsero e distribuirono agli scioperanti soldi, cibarie, legna, aiuti vari, fino alla vittoria finale.

Dallo scritto del ventottenne Roncalli – che una certa pubblicistica superficiale e raffazzonata definirà come il "Papa buono" nel senso di "bonaccione", o peggio – emerge una personalità sacerdotale, pastorale e sociale di grande spessore. In quelle pagine sono contenuti in embrione gli insegnamenti e le scelte che espliciterà e amplierà da Pontefice, quando indirà il concilio Vaticano II e quando scriverà le grandi encicliche Mater et magistra (15 maggio 1961) e Pacem in terris (11 aprile 1963). Una personalità che la Chiesa si appresta ad annoverare tra i beati domenica 3 settembre.

Di quel travagliato episodio scrive: «Merita uno speciale rilievo lo sciopero considerato singolarmente nei rapporti col nostro clero il quale, se deve desiderare e cooperare che l’armonia fra padroni e operai, fra capitale e lavoro non venga mai turbata, non può e non deve disinteressarsi quando nella propria parrocchia tale armonia venga sminuita o distrutta, e s’apra un periodo d’inimicizia e di lotta. Maestro di verità, ministro di pace, apostolo di carità sempre e dappertutto, il clero sa anche di dover essere sempre e dappertutto il maestro, il ministro, l’apostolo della giustizia, perché è la giustizia che fa grandi i popoli e le nazioni. Nello sciopero tutte le persone rette e imparziali scorsero come fosse intorno a un fondamentale principio di giustizia che la grave controversia si andava impostando. L’essenza del conflitto consisteva nell’ammettere e nel riconoscere sì o no il diritto agli operai di organizzarsi. Solo per questo la causa di Ranica fu sostenuta così lungamente e così mirabilmente, suscitò un’eco di generale simpatia fra i cattolici d’Italia, e non si desistette dallo sciopero se non quando i diritti della giustizia si videro assicurati e salvi».

Il futuro Papa definisce «il diritto di sciopero giusto e santo» e insiste sul ruolo dei sacerdoti e sul loro dovere di "carità pastorale" in queste aspre vertenze: «Anche più doveroso è l’interessamento del clero e il prendere subito la sua posizione netta e decisa in questi conflitti, quando alle ragioni della giustizia si aggiungono quelle della carità: 800 operai soffrivano per la difesa di un loro diritto giusto e santo che, riconosciuto a parole, veniva schiacciato in pratica. Il clero cattolico, che vive alla luce degli insegnamenti di Gesù, non può tirare dritto». È tutta una comunità ecclesiale che si lascia coinvolgere dall’evento e interviene coralmente nell’azione di solidarietà: «Ecco il vescovo entrare esplicitamente col suo obolo e colla sua parola nella causa e dichiararsi nettamente in favore delle ragioni degli operai. Il fatto poté produrre qualche impressione.

«Eppure nulla di più naturale e di più semplice: si trattava di compiere un dovere di carità verso il debole che soffriva per il trionfo della giustizia. Il clero mostrò di comprendere subito tutto questo. Si videro i sacerdoti e i parroci unirsi al vescovo in quest’opera di carità, che rivestiva un’alta significazione di principio, e sostenere fino all’ultimo la causa operaia. Sarebbe stato ben doloroso se si fosse fatto diversamente, mostrando di avere idee ben piccole e ben imperfette intorno al compito della nostra missione sacerdotale e al servizio del Vangelo di Cristo, la cui dottrina dobbiamo predicare e professare, specialmente in questioni come questa che escono dalla modesta cerchia di una parrocchia e possono mettere in giuoco gli interessi di tutta una classe, di un intero paese e della compagine sociale.

«Sommamente indecoroso sarebbe stato il non trovarsi d’accordo o il lasciarsi turbare dalle frasi vuote e maliziose di certa stampa avvezza a subordinare i diritti, la dottrina e la vita della Chiesa a idee liberali vecchissime e ormai sorpassate, quasi Gesù Cristo non fosse venuto e non avesse mandato i suoi apostoli a evangelizzare specialmente i poveri, quasi la Chiesa insegnasse ai suoi vescovi a sposare la causa di chi opprime, perché è ricco e potente, e a trascurare e a non volgersi di preferenza ai diseredati, ai deboli, agli oppressi. Certa gente non ha ancora compreso che la Chiesa, pronta al rispetto e al vero amore per tutti gli uomini, non vuole essere serva di nessun partito o pregiudizio. Quanto al liberalismo economico la Chiesa non cesserà mai di combatterlo».

Officina d’inizio ’ 900. Roncalli definì «giusto e santo» il diritto di sciopero.
Officina d’inizio ’ 900. Roncalli definì
«giusto e santo» il diritto di sciopero.

La «scelta preferenziale dei poveri e degli ultimi» maturerà nella Chiesa italiana dopo il Concilio, grazie all’opera di tanti profeti e pastori, tra i quali non si può ignorare almeno un nome: l’arcivescovo di Torino, il cardinale Michele Pellegrino. È nella conclusione dello scritto che si trovano le linee-guida dello stile che caratterizza Roncalli da sacerdote e da rappresentante pontificio (Bulgaria, Turchia e Grecia, Francia) e le idee-base che esprimerà da pater et pastor come Patriarca di Venezia e come Pontefice, traducendole nelle grandi encicliche: «La pace: questa, si ripete, è la missione del sacerdote. Noi siamo d’accordo: la pace innanzitutto e sempre. Ma la pace è la tranquillità dell’ordine e ordine vuol dire rispetto della giustizia e dei diritti di ciascuno (espressioni testuali che userà nella Pacem in terris, ndr). Noi siamo tutt’altro che amici di qualunque sciopero, ci auguriamo che questo sia l’ultimo, perché lo sciopero è la guerra, e la guerra è sempre terribile e dannosa. Ma quando non ci fosse altro mezzo per ricondurre la pace e fosse apertamente violata la giustizia o alcuno dei sacri diritti della coscienza cristiana, rivendichiamo il nostro diritto di dire la verità a tutti, di chiamare giusta e santa la guerra, legittimo lo sciopero, e di aiutare chi combatte per ricomporre quell’ordine sociale di cui si avvantaggiano insieme il capitale e il lavoro, i ricchi e i poveri, i padroni e i lavoratori. Si è veduto cosa sia e cosa possa l’organizzazione operaia e cosa valga l’organizzazione operaia cristiana».

Estremamente espressiva del pensiero roncalliano la frase finale: «Se i socialisti avessero diretto quello sciopero, sarebbero riusciti a imporsi alla ditta che avrebbe ceduto per paura del peggio, con scapito non solo dei propri interessi ma anche degli interessi veri degli operai. Non si avrebbe avuto lo spettacolo di una folla di 800 operai sempre compatta e tranquilla per ben 45 giorni di attesa e di sofferenza. Mirabile efficacia del principio cristiano. Di qui due conclusioni: l’organizzazione di tutti i nostri operai è cosa importantissima, una vera necessità; e l’organizzazione deve essere fatta con principi cristiani e da noi cattolici. Diversamente la fede delle nostre popolazioni potrebbe correre serio pericolo di svanire per opera del socialismo, che non è riuscito sinora che a distruggere e sradicare senza pietà tutto ciò che di cristiano, religioso e morale incontrò sulla sua via. Il sacerdote non deve direttamente occuparsi dell’organizzazione che tocca uno scopo di indole puramente materiale ed economica, ma di buon grado e amorevolmente deve far sorgere i laici che se ne occupino».

Pier Giuseppe Accornero

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