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IL CINEMA NELL’ANNO DEL GIUBILEO

Ricordo o nostalgia del sacro?

di FRANCESCO BOLZONI
    

   Vita Pastorale n. 12 dicembre 2000 - Home Page Sia pure da lontano, alcuni registi stranieri si sono messi in cammino e hanno trovato una sintonia con lo spirito dell’Anno Santo. L’hanno fatto in modo spesso indiretto, ma con film che richiamano i temi giubilari.
   

Un amico sacerdote mi ha chiesto se nel mondo del cinema è giunta qualche eco di quel vasto sommovimento creato dal Giubileo del 2000. I motivi che potrebbero assumere un forte interesse, sullo stesso piano narrativo, non mancano di sicuro: la richiesta di perdono che l’ha aperto, lo spirito di riconciliazione che lo ha pervaso, l’incessante affluire a Roma di pellegrini di ogni età (ci hanno commosso quelle persone anziane che hanno percorso le strade della capitale), la città che a ferragosto è stata rischiarata dai visi dei giovani e notate come, nell’elencazione, mi sono fermato a motivi che anche un non credente può capire. I cineasti, tuttavia, non paiono essere stati colpiti in modo diretto da così grande flusso di emozioni, in particolare gli italiani che pur sono lambiti, se non coinvolti, dall’evento. Si pensi che l’unico nostro film che, in qualche modo, sfiora l’irruzione del sacro nella vita di due disperati è La lingua del santo, del padovano Carlo Mazzacurati. Nel raccontare di poveracci che rubano una reliquia di Antonio da Padova, il regista padovano trascura ogni possibilità "fantastica" insita nello spunto narrativo e si limita a infarcire le disavventure dei suoi malinconici balordi con scene farsaiole di pessimo gusto. E si diverte, contento lui, nel mostrare – magari in un incubo provocato da indigestione – il santo privo di lingua che stenta a esprimersi.

È paradossale – seguendo alcune rassegne cinematografiche (Pesaro, Taormina, Venezia) – constatare che allo spirito del Giubileo hanno risposto, più che i nostri, registi appartenenti a Paesi lontani. Si pensi agli iraniani Lavagne (visto a Pesaro) e Il cerchio, o all’indiano Uttara (questi due ultimi premiati alla Mostra cinematografica di Venezia). Sia Il cerchio che Lavagne La locandina del film Lavagne di Samira Makhmalbaf.(trionfatore a Cannes e da lì rimbalzato alla Mostra del nuovo cinema di Pesaro) sono già arrivati, per fortuna, sui nostri schermi e, di sicuro, li troverete nel programma dei cinecircoli di tendenza cattolica.

Lavagne è un forte discorso sulla guerra – e, in generale, sulla violenza – che distrugge la personalità di coloro che ne sono colpiti. La suggestione del film deriva da una felice fusione di realismo e metafora. La giovanissima Samira Makhmalbaf ci spinge, con la mediazione di un maestro di scuola che con la lavagna appesa alle spalle scavalca le montagne alla ricerca di allievi, fra un popolo in cammino: dei ragazzi che trasportano carichi (probabilmente armi) mentre elicotteri sorvegliano dal cielo e soldati controllano i posti di passaggio obbligato, gli abitanti di una zona resa irriconoscibile dai gas che vanno alla ricerca delle loro terre e dei villaggi natali. Mentre descrive un’umanità dolente Samira Makhmalbaf sembra tirarsi da parte.

Non ci offre spiegazioni sociologiche o illuminazioni di carattere psicologico (non sappiamo perché, a un certo punto, il maestro si unisce in matrimonio con una donna taciturna, madre di un bambino, cedendole come pegno la sua lavagna). Non dice da dove vengono e perché e dove vanno i profughi. Mostra dei "fatti" anche minimi, riassume il trauma di un vecchio e del bambino nella loro impossibilità di fare pipì. Ma a tutto partecipa intensamente. Per certi versi assomiglia al brusco personaggio della madre che pare estraniato da quanto le succede intorno. Non accetta e non rifiuta il maestro di scuola. Pur "assente", pur presa solo dall’istinto di salvaguardare la vita del figlio, intuisce ogni minaccia. È lei a percepire per prima l’odore del gas lanciato dagli elicotteri che ha già distrutto luoghi e persone. E, quindi, sarà lei a ereditare la lavagna. Il maestro, giunto alla frontiera, ha completato la propria funzione. Loro due dovranno inoltrarsi da soli nella "terra di nessuno".

Questa "terra di nessuno" può trovarsi dovunque, perfino nella tumultuosa città di Teheran. Qui si muovono con ansia, alla ricerca di qualcosa che sfugge loro di continuo, le donne del film Il cerchio. Il regista Jafar Panahi non ha realizzato soltanto un "documentario compassionevole", come qualcuno ha detto, sulla sorte sventurata delle donne in una società fortemente maschilista (impressionante la scena dove una ragazza non accompagnata dal padre, dal fratello o dal marito deve ricorrere a un sotterfugio per avere il biglietto della corriera). Ma, sotto un dettato "diretto", apparentemente impersonale, dà una raffigurazione altamente emotiva della sofferenza a cui conduce l’assenza di pietà, il mancato rispetto dei diritti delle donne. Qui in gioco è l’essenza della persona umana.

Il regista Buddhadeb Dasgupta (al centro).
Il regista Buddhadeb Dasgupta (al centro).

Sia pure meno elaborato sul piano formale del film di Panahi l’indiano Uttara – titolo italiano proposto alla Mostra di Venezia: I lottatori – insiste, anch’esso, sull’infausto destino delle donne in un tessuto sociale guadagnato, come avviene negli ultimi anni in India, dall’intolleranza colorata dal contrasto religioso. «Non pescare nello stagno non tuo»: così canta un corteo di uomini mascherati che simboleggia i gruppi integralisti del movimento induista fortemente avversi al proselitismo cristiano esemplificato nel film da un sacerdote che, nei locali della chiesa, sfama i fuoricasta e fa da padre a un bambino al quale hanno ammazzato i genitori. Questa insofferenza – dimostra il regista indiano Buddhadeb Dasgupta – condurrà all’assassinio del prete e allo stupro e alla morte di una giovane donna mentre i suoi due spasimanti, patiti di lotta libera, si affrontano in uno scontro non-stop. Nel finale del film, dove la base realistica è ravvivata da annotazioni simboliche, assistiamo all’apparizione di un gruppo di nani che vivono in un villaggio isolato. Gente mite, guadagnata a quello spirito della nonviolenza che un tempo distingueva l’idea dell’India. La vocazione di Ghandi, suggerisce con sincerità di accenti il regista Dasgupta, è andata perduta e non resta che ricercarla faticosamente.

Se non ci si sforzerà di farlo, ne resterà segnato il dna dei nostri discendenti. Essi magari non sapranno più nulla delle violenze antiche. Ma, un certo giorno, qualcosa scoppierà dentro di loro.

Lo dice in un curiosissimo film visto al Filmfest di Taormina, Two Thousand and None, Arto Paragamian. Nel narrare di una malattia al cervello che in poche settimane costringerà il paleontologo Benjamin (un estroso John Turturro) al congedo, il regista canadese di origine armena fa ricorso a osservazioni paradossali sospese fra brivido e divertimento. Il film insiste sullo sconcerto che una morte annunciata causa negli amici e nei parenti di colui che deve andarsene. Il quale, finito in una sorta di vuoto, nel tempo che gli resta da vivere conquisterà un disinteresse assoluto per i beni. Sentirà urgere dentro di sé il desiderio di riconciliarsi con il passato, di "ritrovare" i genitori scomparsi, appunto di origine armena. Così, senza quasi dirlo, il film oltre a un dato intimistico ne sottolinea uno storico-politico. Ci porta perfino in un aeroporto dell’Armenia e ci ricorda lo sterminio turco degli armeni, una pagina del ’900 del tutto rimossa. Lega, insomma, l’esistenza di una persona a quella di una comunità.

Certamente i film che abbiamo ricordato, e altri che non abbiamo citato, non nascono direttamente dal Giubileo del 2000 ma in esso trovano un’evidente risonanza. Uno dei grandi temi che lo percorrono – la richiesta di perdono della Chiesa per gli errori storici commessi dai suoi membri – distingue due opere di parecchio interesse: Costanza da Libbiano (proposto al festival di Locarno) e Parola e utopia (in concorso, ma non premiato come si sarebbe dovuto, a Venezia). Entrambi sono incentrati su un procedimento giudiziario dell’Inquisizione: il primo (in bianco e nero) ha per sfondo San Miniato dei tedeschi (zona di Lucca) e illustra, basandosi sugli atti processuali, il processo a una presunta strega svoltosi a partire dal 1594; il secondo – ambientato nel Portogallo, nelle Americhe e nell’Italia del ’600 – racconta di un predicatore di gran fama, il padre gesuita Antonio Vieira. Sono, in modo ovviamente diversissimo, due forti personalità portate a disubbidire alla cultura dominante e a mostrarne la ridotta valenza. È singolare che, in entrambi i procedimenti, La locandina del film Il cerchio di Jafar Panahi.si arrivi a una remissione delle accuse, anzi – talvolta da parte di figure di ecclesiastici – allo svuotamento di ogni loro presunta ragion d’essere. I due personaggi trovano degli insperati – e nel caso di padre Vieira parecchio influenti – alleati. Come a dire: anche nei suoi anni più cupi il mondo ecclesiastico seppe ritrovare lo spirito di verità.

Costanza da Libbiano– lanciato, con uno di quei falsi giornalistici che sono ormai abituali anche nei giornali "autorevoli", come opera "boicottata dal Vaticano" – è un film a basso costo di un regista singolare, Paolo Benvenuti, del tutto coinvolto – seppure dichiari una laicità assoluta – nel motivo religioso, come mostrano Il bacio di Giuda e Confortorio (si avrà occasione di ritornare su di lui).

Parola e utopia ci consegna il testamento spirituale di un maestro del cinema, Manoel de Oliveira, che ha voluto ricavare un film dai sermoni di un gesuita del ’600. Alcune di tali prediche conservano una sorprendente attualità (la difesa degli indios, la necessità di imparare le lingue per comunicare con i lontani, l’insensatezza di crudelissimi comportamenti che, sotto il mantello delle disquisizioni teologiche, nascondono interessi mondani: commercio degli schiavi, scorrerie sanguinarie, profanazioni). Altre sono legate a una cultura che sentiamo lontana (ma è singolare che il "risveglio" di un re del Portogallo alluda alla morte e al ritorno fra noi di Gesù Cristo).

Con prediche risalenti a tanto tempo fa il film cattura del tutto il nostro interesse grazie anche alla stupefacente incisività dell’attore Lima Duarte. De Oliveira non fa nulla per agevolarci. A volte la cinepresa inquadra per minuti un dipinto, la facciata di una chiesa, un particolare architettonico; l’immagine è fissa; il movimento all’interno del quadro viene dato dagli spostamenti (quando ci sono) degli attori e delle comparse. Qualche stampa colorata segna il passaggio da un luogo all’altro, da un anno ai successivi. Con assoluta discrezione, quasi l’annullamento d’ogni smania registica per far posto unicamente al documento, de Oliveira penetra nei pensieri di padre Vieira e ci mostra l’eccezionale importanza del patrimonio culturale (e non solo dottrinale) conservato dalla Chiesa.

Basterebbero i film che abbiamo ricordato a mostrare all’amico sacerdote che ce lo ha chiesto che, sì, anche il cinema ha ricordo, forse nostalgia, del sacro. Sia pure da punti di partenza lontani, alcuni registi si sono messi in cammino e hanno trovato una sintonia con lo spirito del Giubileo 2000. Lo hanno fatto in modo spesso indiretto dandoci film che contribuiscono al sommovimento delle coscienze. C’è solo una cosa in cui sperare: che altri li seguano e che opere spesso di alto interesse trovino un ascolto. Almeno in una parte del pubblico.

Francesco Bolzoni

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