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100 ANNI DALL’ESPERIENZA CHE SEGNÒ DON ALBERIONE

La notte eucaristica del secolo

di ROSARIO F. ESPOSITO
      

   Vita Pastorale n. 12 dicembre 2000 - Home Page

Il novantenne Leone XIII, nell’enciclica Tametsi futura, additava al mondo intero Cristo Redentore Via Verità e Vita. E, dopo la messa di mezzanotte, invitava tutte le comunità cristiane all’adorazione. Anche il fondatore della Famiglia paolina, allora giovane seminarista, rimase dinanzi al SS. Sacramento per quattro ore. Fu in quella circostanza che ebbe l’idea di fare qualcosa per gli uomini del suo tempo.

La notte che dal 31 dicembre 1900 albeggiava sul 1o gennaio 1901, ha lasciato ricordi indelebili nella memoria ecclesiale. I cattolici, all’avvicinarsi del trapasso secolare, si proposero di esprimere solennemente la venerazione al Cristo. Per quanto riguarda l’Italia, si proponevano di metter fine all’egemonia laicista che si era affermata con il Risorgimento. Intendevano soprattutto esprimere in pubblico e collettivamente la loro fede.

In un primo momento non si parlò di un Giubileo, ma dell’organizzazione mondiale di un grandioso "Omaggio a N. S. Gesù Cristo Redentore", benedetto e incoraggiato da Leone XIII. Per l’Italia questo proposito venne lanciato nel corso del XIV Congresso cattolico tenuto a Fiesole dal 31 agosto al 4 settembre del 1896 e fu rinnovato al Congresso cattolico di Venezia del 1898. Sul piano internazionale ebbe vasta risonanza l’appello espresso al XII Congresso eucaristico internazionale celebrato a Lourdes nel 1899. L’associazione dell’Adorazione notturna di Parigi caldeggiò la propria connotazione specifica, e in quello stesso alveo s’impegnarono i Sacramentini, considerati gli specialisti della materia. È esatto quindi parlare di "notte eucaristica del secolo".

Nel 1899 Leone XIII indisse l’Anno Santo, aperto la vigilia di Natale di quell’anno e chiuso in quella del 1900. Una cronaca della Civiltà Cattolica (1901, I, 239-240) esprime soddisfazione per l’Anno Santo giunto felicemente al termine, e non nasconde la gioia per il consenso generale che la programmata manifestazione notturna ha suscitato, «nonostante il tempo che imperversava a Roma con pioggia e vento gagliardissimo. Allo scoccare della mezzanotte un festoso squillo risuonò per l’aere notturno, di tutte le campane della Città Eterna». Magìa giubilare! Dimenticando le abituali recriminazioni contro il mondo laico, il cronista gesuita coglie nel concerto anche il laicissimo campanone del Campidoglio, anzi sembra dargli addirittura il ruolo di capocoro. Il quadro climatico non era diverso in Piemonte: anche lì, un tempaccio inclemente, con l’aggravante di una temperatura poco meno che polare.

L’Anno Santo ebbe un’appendice il giorno dell’Epifania del 1901. Nel Palazzo Belvedere del Vaticano fu offerto un pranzo a mille poveri, serviti da cardinali, vescovi, patrizi e rappresentanti delle più prestigiose associazioni laiche. Ci è stata tramandata anche la "minuta" (guai a parlare di "menù"): riso in brodo, lesso e piselli, arrosto con maccheroni, un dolce, frutta, vino, pane a volontà. Il punto è questo: al termine del banchetto furono distribuiti alcuni doni: sacre immagini, rosari e una copia dell’enciclica Tametsi futura. Nessuno poteva ignorare che la quasi totalità degli invitati era analfabeta. Ma il simbolismo del gesto resta memorabile.

Il medesimo cronista commenta: «Uno spettacolo ancor più commovente e più grandioso si offriva allo sguardo sulla piazza immensa di S. Pietro, subito dopo che i mille poveri erano usciti raggianti di gioia, dal Belvedere. Era un riversarsi di più di quarantamila persone, traenti d’ogni parte di Roma, al tempio massimo del mondo, per assistere ivi alla solenne funzione che il S. Padre medesimo volle di persona celebrare, a gloria ed onore del Redentore, di cui è vicario in terra. La basilica vaticana splendidamente illuminata a luce elettrica, come nella notte di passaggio al nuovo secolo, dava di sé una vista incantevole. Una gloria di lampadari a candele elettriche sul fondo dell’altare della Cattedra, che pure era riccamente illuminato a cera».

I documenti emanati nel corso della celebrazione giubilare sono 75. Quello distribuito al Palazzo Belvedere è il più importante e innovatore. Il Pontefice lo lasciò in eredità al secolo che in questi giorni stiamo per concludere. In questa letteratura ecclesiale non mancano gli accenti polemici, perché in diverse nazioni, Germania, Francia e soprattutto in Italia, l’anticlericalismo scriveva pagine veramente brutte, ma i documenti maggiori aprono la via alla pacificazione. La bolla d’indizione, Properante ad exitum del 10 maggio 1899, presenta le linee fondamentali dell’Anno Santo: valorizzare il bene compiuto nel secolo XIX, redimere il male commesso, esprimere auspici costruttivi per il secolo nascente. L’enciclica Annum sacrum del 25 maggio è dedicata alla consacrazione dell’umanità al Sacro Cuore, da effettuare nei giorni 9-11 giugno. In entrambi si fa cenno alle parole di Gesù: «Io sono la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6).

L’enciclica Tametsi futura (1o novembre 1900) tocca il culmine di questo cammino, e chiude teologicamente l’Anno Santo. Da un lato ne rappresenta la sintesi e dall’altro indica il cammino che la Chiesa compirà nel nuovo secolo. Poche citazioni bastano per delineare l’indole del documento. A proposito dell’Ottocento fin dalle prime battute l’enciclica è conciliante: «Non già che questo secolo si debba dire sterile di buone opere e di cristiane virtù; anzi mercé il divino aiuto ne abbiamo esempi illustri e abbondanti, né vi è specie alcuna di virtù, per eccelsa e ardua che sia, in cui non si veda che molti si sono segnalati». Il Pontefice della Rerum novarum è novantenne, ma imposta la vita ecclesiale in maniera dinamica. A proposito della Redenzione nel § 5 scrive: «Come risvegliato da un lungo e mortale letargo, l’uomo scorse il lume della verità desiderato per tanti secoli e invano cercato; allora conobbe, quale verità fondamentale, di essere nato per destini molto più alti e molto più degni di quanto non siano le cose sensibili, fragili e caduche, alle quali fino allora aveva indirizzato unicamente i suoi pensieri e i suoi desideri, e riconobbe che questo è il carattere costitutivo della vita umana, questa la legge suprema, e che a ciò come al fine ogni cosa va riferita, perché da Dio usciti, a Dio torniamo. Suscitato da questo principio e fondamento, si ridestò il senso della dignità umana, i cuori accolsero il sentimento della fratellanza comune, e, come naturale conseguenza, doveri e diritti furono in parte perfezionati, in parte costituiti ex novo e nello stesso tempo si ebbe un fiorire di tali virtù, quali nessuna delle antiche filosofie avrebbe potuto immaginare. Per questo presero altro indirizzo i pensieri, le azioni e i costumi: una volta diffusa l’ampia conoscenza del Redentore, una volta immessa nelle intime vene della società la sua forza, vincitrice dell’ignoranza e degli antichi vizi, ne conseguì quel capovolgimento di cose che diede vita alla civiltà cristiana e trasformò completamente la faccia della terra».

La facciata del duomo di Alba (Cn).
La facciata del duomo di Alba (Cn).

La situazione generale umana e cristiana è così delineata: «Questo fervore che dall’alba al tramonto infiamma migliaia di anime senza dubbio sarà giudicato degno dei migliori tempi cristiani» (§ 1). «Non aver mai in alcun modo conosciuto Gesù Cristo è somma infelicità, tuttavia non è perfidia né ingratitudine, ma ripudiarlo o dimenticare di averlo conosciuto, questo sì che è un delitto tanto spaventoso e insano da sembrare appena credibile» (§ 3). «L’errore allontana dalla meta desiderata tutti quelli che si mettono fuori della retta via... Soltanto Cristo è la via, la verità e la vita» (§ 6). Il Cristo «guardi propizio a questo secolo che, è vero, molto peccò, ma molto anche sofferse in espiazione» (§ 21).

La notte eucaristica centenaria è alla base della nascita della Famiglia paolina. Don Alberione allora aveva sedici anni, essendo nato il 4 aprile 1884. Da un paio di mesi dal seminario di Bra era stato accolto in quello di Alba. Aveva seguito con trasporto le manifestazioni religiose e culturali dell’Anno Santo. La predicazione del rettore, can. Vittore Danusso, aveva commentato l’enciclica di Leone XIII, accentuando l’istanza di partecipare alla mobilitazione orante e dando ampio spazio ai "tre principi" di via, verità e vita. Animato da questo ricco retroterra, l’Alberione trascorse quelle ore notturne nel duomo di Alba. Per decenni aveva tenuto quella "notte veramente beata" nel più stretto riserbo. Nel 1953 un gruppo di Paolini, sotto la guida di don Giovanni Roatta, si pose al lavoro per solennizzare il 40° della fondazione, avvenuta il 20 agosto 1914. I confratelli chiamati a collaborare all’opera, che uscì col titolo Mi protendo in avanti, si resero conto di avere in mano poca documentazione. Don Roatta disse: «Andrò a domandare direttamente a lui di dirci qual era lo spirito che lo aveva animato al principio e negli anni successivi; al massimo mi potrà dire di no». Invece don Alberione, vincendo l’abituale ripugnanza a parlare di sé, mise in carta la storia carismatica delle congregazioni, istituti, e aggregazioni laicali che costituiscono la Famiglia paolina. Quel manoscritto è intitolato Abundantes divitiae gratiae suae (AD), frase proveniente da Efesini 2,7.

Solo allora i membri della Famiglia paolina compresero pienamente un’espressione che molto sovente avevano colto sulle sue labbra: gli elaborati tecnologici ed elettronici ch’essa mette in circolazione sono raggi dell’ostensorio, che dall’Ostia espandono la nuova predicazione "strumentale", la quale non si sostituisce a quella orale-tradizionale, ma le si affianca pariteticamente. Gesù disse: «Io sono la luce», ma non si fermò lì. Disse anche ai suoi messaggeri: «Voi siete la luce». I due magisteri si fondono nell’eucaristia, la quale origina, sostiene e rende efficaci le due predicazioni. Per questa ragione la Famiglia paolina ha imparato a indicare la notte secolare come una specie di "Tabor del duomo di Alba". Dall’AD riprendo i tratti essenziali: «La notte che divise il secolo scorso dal corrente fu decisiva per la specifica missione e spirito particolare in cui sarebbe nata e vissuta la Famiglia paolina. Si fece l’adorazione in duomo, dopo la messa solenne di mezzanotte, innanzi a Gesù esposto. I seminaristi di filosofia e teologia avevano libertà di fermarsi quanto volevano» (AD 13).

Presenta poi le scaturigini di questa maturazione. Per la prima volta in vita sua, in quel periodo aveva partecipato a un congresso cattolico, e aveva ascoltato una conferenza del sociologo Giuseppe Toniolo, dell’Università di Pisa. Ne era rimasto affascinato. Qualche giorno dopo, il 1o novembre 1900, uscì l’enciclica. Parlando in terza persona, egli ricorda: «Aveva letto l’invito di Leone XIII a pregare per il secolo che incominciava» (AD 14). Nella notte secolare aveva sostato in adorazione per quattro ore nel corso delle quali comprese che dovevano sorgere nuovi apostoli che s’impegnassero a risanare le leggi e i costumi, e lo facessero coi nuovi mezzi della comunicazione sociale attorno a tre grandi centri d’attrazione: l’eucaristia, il Vangelo, il papa. Si sentì obbligato «a servire gli uomini del nuovo secolo e operare con altri». La trasfigurazione si era verificata: «Alle ore dieci del mattino doveva aver lasciato trapelare qualcosa del suo interno, perché un chierico (il futuro can. Luigi Giordano) incontrandolo gliene fece le meraviglie» (AD 19-21).

Nella predicazione l’Alberione sovente ricordò la comune origine della Famiglia paolina. Il 23 maggio 1963 parlando alle suore Pastorelle disse: «Unica origine, tutte da Gesù Cristo. E secondo il tempo in cui viviamo, perché tutto è derivato dall’Ostia, col principio della notte in cui si passava dal secolo scorso al secolo che stiamo vivendo, e perciò ecco, si doveva compiere quello che nel secolo presente è utile alla Chiesa di Dio, della quale noi ci mettiamo a servizio, ciascheduno nella sua parte». Quattro anni dopo, richiamandosi all’altra enciclica leoniana Mirae caritatis del 28-5-1902, dedicata all’eucaristia, faceva comprendere che il passaggio secolare aveva suscitato un certo smarrimento: «L’eucaristia è quella da cui è nata la Famiglia paolina, e se così è nata, così deve vivere. Eravamo impressionati noi del ‘900. Allora nella notte eucaristica che è stata in mezzo ai due secoli, prendemmo coraggio, ma poi venne l’enciclica di Leone XIII del 1902, e poi la devozione, la pietà eucaristica è andata crescendo sempre più».

Leone XIII, papa dal 1878 al 1903.
Leone XIII, papa dal 1878 al 1903.

La piattaforma della Tametsi futura è la definizione che Gesù dà di sé stesso in Giovanni 14,6: «Io sono la Via, la Verità e la Vita». I tre termini sono definiti i «tre principi necessari a ogni salvezza» sia nell’ambito religioso sia in quello profano. Don Alberione ne fece la bandiera della vita e non si stancò mai di meditarli e diffonderli. Se si stabilisce la vita umana su questa piattaforma, sostiene il Pontefice, ogni buon auspicio diventa realtà. – Cristo Via: «Fine dell’uomo è Dio, e tutto questo tempo che trascorre sulla terra non è che una specie di pellegrinaggio». Cristo è la nostra Via: il suo esempio e la sua immolazione guidano l’uomo anche nelle situazioni più angosciose. – Cristo Verità: l’intelletto umano ha un potere straordinario, ma il peccato l’ha vulnerato. Sottomessa all’autorità divina l’intelligenza e la volontà si assoggettano «non a un uomo qualsiasi, ma al loro Creatore» e non subiscono le variabilità delle cose transeunti. – Cristo Vita: la grazia eleva la persona e le azioni umane alla comunità con la vita divina. Stabilito il rapporto inscindibile tra fede e morale, anche i conflitti sociali troveranno la soluzione: salvaguardata la giustizia, la pace troverà le condizioni ideali per affermarsi tanto fra le classi sociali che fra le nazioni. In questa dottrina don Alberione individuò il manifesto del cristianesimo integrale, molto prima di Maritain. In nessun caso bisogna accettare la settorialità, ma bisogna sempre affermare la globalità. Per questo definì l’enciclica «la chiave di volta fra i due secoli» e scrisse che «la Famiglia paolina l’ha accolta come una sacra eredità, sapendo che ricevere Gesù secondo "i tre principi" necessari ad ogni salvezza, Gesù Maestro VVV, è questione di vita o di perdizione per tutti, e riceverlo pienamente significa essere paolino» (Carissimi in S. Paolo, 1224). Ne trasse sviluppi degni di nota. Gli elementi dell’antropologia sono tre: la razionalità, la volontà (la comportamentalità pratica) e l’emotività. Don Alberione li indica così: mente, cuore, volontà. Si sa che l’emotività, indicata con degnazione anche come sentimentalismo, veniva considerata come un valore trascurabile, da riservare al mondo femminile. Egli ne afferma la piena dignità. Nell’ambito comunicativo poi, se si esclude l’emotività, il processo di comunicazione manca di un elemento essenziale, e praticamente diventa impossibile. Essa è indispensabile sia in senso positivo (nella conversione), sia in senso negativo (in un delitto). Nel campo dei contenuti, in obbedienza alla trina definizione giovannea, egli postula che ci si occupi del dogma, della morale e del culto. Nel cammino spirituale e intellettuale ci sono tre momenti: conoscere, imitare, amare; nell’annuncio salvifico ci sono il Vangelo, il catechismo, il libro liturgico; nella catechesi: apprendere, imitare, lodare-pregare.

Bisogna dire che don Alberione nutrì un’ammirazione incondizionata nei confronti di Leone XIII. Nella pala dell’altare dedicato a san Paolo nel santuario romano della Regina degli Apostoli lo fece dipingere in primo piano, ovviamente inginocchiato, nella posizione di dèesis, cioè di venerazione, insieme ai grandi dottori della Chiesa: Agostino, Tommaso d’Aquino, Bonaventura, Alfonso e Gregorio Magno. Eppure nella questione fondamentale mostrò un’autentica indipendenza e originalità. Mentre nella Tametsi futura il Pontefice parla di Gesù Redentore VVV, egli assunse in pieno la definizione di Gv 14, 6, ma l’abbinò decisamente a Gesù Maestro, il titolo cristologico che ritenne connaturale all’apostolato mediatico. A suo modo di vedere infatti l’opera pubblicistica si propone di erigere la Cattedra del Cristo al posto di quella che hanno assunto tanti leaders d’opinione i quali diffondono insegnamenti estranei o contrari al Vangelo.

Comunque don Alberione volle istituzionalizzare i contenuti dell’insegnamento leoniano, filtrato dall’anzidetta originalità, nelle Costituzioni del 1942, che sostanzialmente sono state mantenute sempre pienamente in vigore. Nel testo primigenio il documento costituzionale dice: «Art. 154. La pietà venga specialmente e di continuo nutrita con lo studio di Gesù Cristo Divino Maestro, che è VVV; in modo che tutti sul suo divino esempio crescano in sapienza, grazia e virtù, venerando Dio con profonda religione in spirito e verità, e amandolo sinceramente con la mente, con la volontà, col cuore e con le opere». – «Art. 177. Nell’apprendere e nell’insegnare le varie materie bisogna far sì che gli studi siano sempre ordinati e coltivati in modo tale che Gesù Cristo nostro Divino Maestro, che è VVV, sia da noi sempre più intimamente conosciuto e Cristo si formi pienamente nella mente, nella volontà e nel cuore». – «Art. 224. La dottrina che si deve comunicare nelle edizioni è quella che riguarda la fede, i costumi e il culto, ricavata dalle pure fonti della Sacra Scrittura, dalla Tradizione e dal Magistero della Chiesa».

Avviata su questa "autostrada" dello spirito, la Chiesa procederà sicura, e con essa la piccola, ma "mirabile" (AD 3) Famiglia paolina.

Rosario F. Esposito

Segue: Celebrazioni e iniziative

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