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ci scrivono

UNA MAGGIORE ATTENZIONE
ALLA CATECHESI DEGLI ADULTI

    

   Vita Pastorale n. 2 - febbraio 1998 - Home Page Sono un parroco della diocesi di Bologna. Ho letto attentamente l’editoriale di Franco Peradotto "Fuori dal tempio per entrare nel tempo" (VP 1/’98, pp. 5-6) e mi è piaciuto molto. Ecco cosa ne penso: ho partecipato, l’anno scorso, a Udine al Cep (Colloquio europeo delle parrocchie) e ho chiesto a un relatore, mons. Sergio Lanza, se non ritenesse opportuno che si abbandonassero le catechesi dei bambini per dedicarsi maggiormente agli adulti. Mi ha risposto : «Mille volte sì». Ma nelle nostre parrocchie l’80% del nostro lavoro è per i bambini (quasi tutto), per i ragazzi (un po’ meno), per i giovani (ancora meno), e poi?

Ci si illude con gli incontri con i genitori dei bambini della Prima comunione e della Cresima (alla stragrande maggioranza dei quali interessa la data della cerimonia per prenotare ristorante, vestito, fotografo, ecc.); ci si illude con i più o meno sopportati incontri in vista del matrimonio (mio cugino di Roma, sposato da poco, si è espresso così a proposito dei corsi: «Non ho mai sentito tante sciocchezze dette tutte in una volta; ...hanno parlato perfino della purezza»).

Credo si debba continuare la pastorale tradizionale di Messe, Prime comunioni, Cresime, Catechesi pre-sacramentali per amore della gente. Ma di lì non salta fuori nulla.

A Bologna, agli inizi degli Anni Settanta, si lanciarono le catechesi prebattesimali come un toccasana. A distanza di quasi 30 anni si riprende a pestare lo stesso tasto. Evidentemente non era e non è la strada giusta. Io mi meraviglio come preti e vescovi non riescano o non vogliano capire che la maggioranza di chi chiede il Battesimo o la Cresima cerca solo un vago gesto religioso («Bisogna battezzarlo, non è mica una bestia...!»). Occorre abbandonare questa strada: se l’80% del nostro lavoro va in questa direzione, occorre cambiare rotta almeno di 180 gradi.

Occorre più catechesi agli adulti (non in preparazione a quelli che noi sappiamo essere sacramenti e che loro invece non sanno bene cosa siano). Nell’editoriale citato leggo: «E mai una formula unica per tutti...». Questo si deve dire ai parroci, ma molto di più ai vescovi. Sto seguendo il cammino neocatecumenale; anche a Bologna il cardinale (senza aver mai presenziato a una liturgia della comunità) ci ha voluto mettere (malamente) le mani; ha messo cioè "una camicia di forza"; ma il bello è che altri vescovi hanno messo le mani sul "Cammino". La cosa più buffa è che chi ha decretato una cosa chi un’altra; almeno potevano mettersi d’accordo nella Cei.

Un altro male molto grande è la scollatura tra parroci e vescovi. Quando ero giovane prete si andava in Arcivescovado; se in anticamera c’era, su un piatto, la berretta rossa il cardinale riceveva tutti i preti. Mi ricordo un giorno di aver aspettato due ore il mio turno. Mi sono assentato da Bologna sei anni; al mio rientro vado in Arcivescovado e mi dicono che occorre fissare un appuntamento. Lo sento ancora come un pugno nello stomaco (forse perché avevo bisogno urgente di parlare con il cardinale e credo che il segretario fissasse l’appuntamento per la settimana dopo o forse oltre). Sento da preti di altre diocesi che le cose non vanno molto meglio.

Lettera firmata

Quanti confratelli si sentono di condividere il giudizio di mons. Lanza? Credo la maggior parte. Eppure, nelle parrocchie continua ancora ad andare avanti una catechesi di preferenza rivolta ai bambini. «Nelle nostre parrocchie», scrive il confratello, «l’80% del nostro lavoro è per i bambini (quasi tutto), per i ragazzi (un po’ meno), per i giovani (ancora meno), e poi?». E poi ognuno dovrebbe confrontarsi con la propria realtà parrocchiale, ma anche vicariale o foraniale e diocesana. A livello nazionale abbiamo già i catechismi: La verità vi farà liberi, Catechismo degli adulti, 1995, Io ho scelto voi, Il catechismo dei giovani/1, 1993, e Venite e vedrete, Il catechismo dei giovani /2, 1997. Testi fatti bene, indubbiamente. A volte sorge un interrogativo: tutto questo basta? A volte sembriamo non essere in sintonia con gli uomini di oggi. Scrive il card. Carlo M. Martini nel volumetto Parlo al tuo cuore: «Vorrei farmi tuo compagno di strada: ascoltare le domande vere del tuo cuore, confessarti le mie. Questo è importante: non è possibile trovare e dare risposte, se non si sono riconosciute le domande. Una "regola di vita" vorrebbe anzitutto essere un tentativo di dare risposte a domande vere (o forse, più modestamente, l’indicazione di un tracciato, lungo il quale cercare e incontrare risposte vere)» (n. 1).

Il confratello parla anche della "scollatura" che a volte si crea tra parroci e vescovi. È un auspicio fatto proprio già dal Concilio e anche da VP più volte. Che cosa ne pensano i confratelli? Si potrebbe aprire un rispettoso confronto di esperienze.

  

NON EMARGINIAMO I SACERDOTI ANZIANI

Oggi, più che nel passato, si nota nell’ambiente ecclesiastico-clericale della "diffidenza" (non uso, per motivi di carità, altro vocabolo...!) tra sacerdoti anziani e sacerdoti giovani. E non è uno spettacolo edificante, anche in raduni mensili, osservare giovani preti baldanzosi o indifferenti verso gli anziani. Il vescovo, talvolta presente, guarda..., ma dalla sua bocca nessuna parola e, semmai, uno sguardo di compatimento o di compassione per gli anziani.

E mi sono ricordato di san Girolamo e del chierico Nepoziano, nipote del vescovo Eliodoro. Nel 394 san Girolamo, mentre era penitente a Betlemme, su richiesta del chierico, scrisse un trattato per lui nel quale sono puntualizzate le doti che il sacerdote giovane deve possedere: la sapienza e la scienza; l’amore per la povertà e i poveri; la delicatezza nel trattare con tutti, ma specialmente con le donne; la condanna dell’affarismo; la docilità al vescovo; la moderazione negli alcoolici (oggi anche nel... fumo!); il digiuno e l’umiltà; il segreto professionale; l’ardore nella predicazione e la generosità con tutti.

Ma, prima di tutte queste doti, san Girolamo indica il rispetto e il docile ascolto dei sacerdoti anziani.

Premesso questo, supposto indispensabile, san Girolamo ricorda al giovane Nepoziano che la maturità con l’esperienza degli anni si affina e si fa più saggia: un celebre sapiente dell’antica Grecia si rammaricava all’età di 107 anni che soltanto allora cominciava ad essere saggio; Platone morì a 81 anni, mentre scriveva libri di filosofia che sono immortali; e con Platone gli altri dell’antichità greca e pagana, filosofi, poeti e saggi, che non è qui il luogo di ricordare.

I giovani preti dovrebbero ricordare il dovere e, di più, il bisogno di ascoltare gli anziani «fratelli nel sacerdozio, ma padri per vecchiaia». La saggezza di san Girolamo irrobustiva la sapienza del giovane Nepoziano.

Oggi è umiliante per il sacerdote anziano l’indifferenza (e non dico l’ostilità e il disprezzo...) dei giovani preti.

Non sono esenti da questa considerazione i giovani vescovi, che emarginano in nome della discussa disposizione dei 75 anni (!)..., con tanta facilità i sacerdoti anziani, escludendoli dagli incarichi. È umiliante per i sacerdoti anziani, ancora in piena efficienza fisica, morale e intellettuale, vedersi emarginati.

Anche oggi la collaudata esperienza dei sacerdoti maturi può contribuire ad arricchire di virtù, di sapienza e di impegno per Cristo e per la Chiesa i giovani sacerdoti spesso lontani dai confessionali e da una predicazione veramente evangelica.

Utinam

«Ma, prima di tutte queste doti, san Girolamo indica il rispetto e il docile ascolto dei sacerdoti anziani». Ogni tanto torna questo richiamo, dimenticando, però, che ogni persona dev’essere rispettata e ascoltata, perché è una persona, «fatta a immagine e somiglianza di Dio». Quando andavamo a scuola era gratificante tradurre il motto di Giovenale, che sembrava indirizzato in nostra difesa, contro genitori e insegnanti: maxima debetur puero reverentia. Anche qui, non servono leggi, richiami, ma soltanto buon senso e amore disinteressato e discreto.

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