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UN GRUPPO DI PRETI DI TORINO RIFLETTE E PROPONE... (1)

La parrocchia. Quale futuro?

a cura di DOMENICO BRANDOLINO ssp
      

   Vita Pastorale n. 2 - febbraio 1998 - Home Page Il lavoro che presentiamo è frutto di alcune riflessioni condotte, a partire dal marzo 1996, da un gruppo di preti della diocesi di Torino, ordinati negli ultimi 15 anni. Il dialogo è partito dall’esigenza di confrontare il vissuto pastorale, con l’obiettivo di delineare alcune convinzioni condivise come prioritarie per la pastorale di oggi e del futuro. È un testo che si inserisce volentieri come una fra le diverse voci che – in sintonia con la riflessione suscitata dal Sinodo diocesano – tentano di leggere il presente della Chiesa torinese, per tratteggiare percorsi che facciano guardare in maniera fiduciosa e propositiva al futuro. È possibile – e su quali dati – allargare il confronto e la discussione?

Introduzione. A partire dal marzo 1996, un gruppo di preti della diocesi di Torino, ordinati negli ultimi quindici anni, impegnati in realtà e servizi diversi, hanno condotto una riflessione comune spinti dall’esigenza di confrontare il loro vissuto pastorale, «con l’obiettivo di delineare alcune convinzioni condivise come prioritarie per la pastorale di oggi e del futuro». Ne è scaturito un lavoro che ci sembra utile presentare a una cerchia ecclesiale più ampia. «Non pretende né si illude», scrivono gli autori, «di contenere la verità o di prospettare soluzioni per ogni problema pastorale. Si inserisce volentieri come una fra le diverse voci che in questi ultimi mesi – in sintonia con la riflessione suscitata dal Sinodo diocesano – tentano di leggere il presente della nostra Chiesa per tratteggiare percorsi che permettano di guardare in maniera fiduciosa e propositiva al futuro».

Crediamo che il lavoro su menzionato – condotto con umiltà, intelligenza e passione – possa rappresentare uno stimolo (anche per altre realtà, diocesane e parrocchiali) onde avviare un dialogo sereno e aperto con tutti coloro che desiderano annunciare efficacemente il vangelo. Le riflessioni sono frutto dell’esperienza quotidiana, meditata e confrontata in una serie di incontri, protrattasi per più di un anno, che però necessitano di opportuni adattamenti per adeguarsi alle esigenze delle comunità locali dislocate in contesti assai diversificati.

La situazione attuale: frammentarietà e inadeguatezza. "Quale parrocchia per domani?" è il titolo del documento della diocesi di Torino su cui si sta articolando un proficuo lavoro, mentre si cercano insieme le linee di una pastorale più efficace ed evangelica. Nel dibattito, avviato già da tempo, si inserisce il lavoro di cui siamo venuti a conoscenza. «Il contesto pastorale in cui siamo chiamati a operare», dicono i giovani sacerdoti della diocesi subalpina, «ci lascia, nel suo insieme, insoddisfatti: ereditiamo dal passato strumenti e impianti che ci paiono sempre più inadeguati per l’annuncio di Gesù Cristo». È a tutti noto che c’è stato negli ultimi decenni in Italia, e nella società torinese in particolare, un processo di secolarizzazione di notevole rilevanza; e intanto si continua a perpetuare proposte pastorali sorte in un contesto di cristianità diffusa, che oggi non esiste più.

Dinanzi a ciò, non è difficile cogliere, specie nel clero, diverse reazioni. In alcuni è forte il senso di frustrazione, che si traduce in un atteggiamento rinunciatario: la nave va irrimediabilmente a fondo. Altri, invece, hanno cercato in questi decenni di percorrere con coraggio "strade nuove". "Strade nuove" che per alcuni si sono identificate con i movimenti, talvolta adattati al contesto parrocchiale, e comunque ritenuti più adeguati a rispondere alle mutate situazioni rispetto alle offerte pastorali classiche. Altri hanno tentato di progettare di persona nuovi itinerari, ispirandosi e adattandoli alle realtà parrocchiali in cui erano stati inviati. Una scelta senza dubbio generosa, ma segnata dalla tentazione dell’individualismo, che rischia di rendere chiuse in sé stesse e non riproducibili anche le sperimentazioni più stimolanti.

Un gruppo di giovani in un incontro di preghiera.
Un gruppo di giovani in un incontro di preghiera.

Gli aspetti positivi presenti in queste risposte ci sono; è innegabile, però, che il quadro da esse prodotto è quello di una "frammentarietà pastorale" non riconducibile a unità, se non nel riferimento ai valori ultimi della fede. Una frammentazione che si ripercuote all’interno delle parrocchie: parroco e viceparroco che operano a partire da concezioni notevolmente differenti della pastorale. Può capitare addirittura che qualche gruppo o ambito della pastorale parrocchiale si trasformi in un orticello privato, in perenne contrapposizione all’interno della stessa comunità parrocchiale.

Come ovviare a questa frammentazione, che rischia di vanificare ogni seria programmazione pastorale? «Ci sembra si debba», dicono i presbiteri anzidetti, «ricomporre un’immagine comune e condivisa della parrocchia, struttura nella quale pochi credono, anche se praticamente tutti la usano. Proprio la parrocchia ci pare essere l’anello debole dell’attuale situazione pastorale, anche nella nostra diocesi». Fanno problema alcune forme pratiche di attuazione dell’istituzione "parrocchia": parrocchie che si riducono a "spazi del sacro" o a "sportelli" di servizi religiosi o semplici "dispensatrici" di servizi sociali. Parrochie che di fronte alla ricorrente tentazione di stabilire rigidi criteri di appartenenza ecclesiale, si limitano esclusivamente a una stretta proposta religiosa, trasformandosi in comunità elitarie.

Problematico resta il rapporto tra le parrocchie e alcuni movimenti ecclesiali, che hanno una certa presa sul laicato e che paiono rispondere ad alcune esigenze che le comunità parrocchiali spesso disattendono. Qual è, allora, l’identità della parrocchia, oggi? qual è, in essa, il ruolo del laicato? quale lo specifico del ministero ordinato? «La nostra sottolineatura – ci tengono a precisare i giovani presbiteri torinesi – è una risposta al contesto pastorale in cui operiamo, non l’ennesimo tentativo di "ristrutturare i campanili"».

L'identità della parrocchia. «La parrocchia ha come specifico di essere "porzione" della Chiesa universale in un preciso territorio: è il volto della Chiesa che la gente incontra vicino alla propria casa, là dove vive». Essa, quale "porto di umanità", varco aperto e riferimento immediato e vitale per quanti vi abitano intorno, conserva una ricchezza eccezionale e rimane possibilità vera e "popolare" di essere Chiesa e annunciare Gesù Cristo. Negli odierni contesti urbani e sociali sempre più anonimi e disaggregati, la parrocchia può essere, in quanto "comunità", luogo di fraternità e di accoglienza.

Ma la parrocchia – vien detto nel testo citato – «non si identifica immediatamente con il territorio che la delimita, riducendola al suo sostrato sociologico, né con i battezzati che abitano in essa o con coloro che vi prendono parte attiva. Piuttosto che da un elenco più o meno esteso di nomi, la comunità è costituita da un "insieme di relazioni" tra battezzati e con il Cristo Signore. Essi trovano nell’Eucaristia il loro culmine». In tal modo è possibile ipotizzare un «livello di appartenenza progressivo e concentrico, proporzionale alla maturità di fede e all’intensità delle relazioni interpersonali».

I tre "filoni" tradizionali della pastorale (catechesi, liturgia, carità) possono aiutare ad approfondire l’identità della parrocchia. Sono tre "sguardi" che attraversano l’intera azione pastorale della parrocchia: nessuno di essi è sufficiente ma, integrato con gli altri, permette di abbozzare un profilo della parrocchia nella sua complessità e ricchezza.

La chiesa parrocchiale, luogo d'incontro tra persone che vivono la stessa fede. La chiesa parrocchiale,
luogo d'incontro tra persone
che vivono la stessa fede.

Nella prospettiva della catechesi, la parrocchia è senza dubbio e principalmente un "luogo educativo": in essa le persone vengono aiutate a crescere secondo un orizzonte unitario, integrando nella vita l’esperienza della fede. In questo senso, dicono i presbiteri torinesi, «riteniamo che nell’azione pastorale debba essere privilegiata la dimensione della formazione». Infatti, il cristiano è "formato" «non quando abbia ricevuto una certa quantità di contenuti di fede, ma quando ha assimilate le verità cristiane, trasformandole in convinzioni radicate a livello personale e in atteggiamenti coerenti e adeguati di vita». Non una formazione standard che vada bene per tutti, né una formazione approssimativa, fonte di un cristianesimo qualunquista. È auspicabile, invece, pensare e proporre una "pastorale della persona": ogni persona dovrebbe trovare in parrocchia occasioni di ascolto e di accoglienza fraterna, e un itinerario di fede adatto per lei, anche se offrire proposte flessibili e adattabili, non deve far smarrire il senso della comunità «perché la parrocchia – rispecchiando in questo la realtà profonda della Chiesa – è sempre più ampia del luogo di relazioni in cui si inserisce il singolo fedele». L’idea di parrocchia come comunità di comunità ci sembra rispondere a tale esigenza.

Dal punto di vista della liturgia, «la parrocchia è il luogo in cui viene celebrata la fede vissuta e condivisa». Le diverse forme di preghiera e, in modo eminente, la celebrazione dei sacramenti, soprattutto dell’Eucaristia, dànno unità visibile alla comunità, costituita per lo più da grande varietà di gruppi, appartenenze e sensibilità diverse presenti al suo interno. Sotto il profilo della liturgia, «ci sembra si possa proporre l’idea di parrocchia in comunione con Cristo... Senza il Signore non possiamo fare nulla e tutto trova in lui il suo vero senso». Ma la liturgia, per essere viva e significativa, «presuppone un tessuto di relazioni umane autentiche e coinvolgenti... altrimenti non potrà incontrare la vita degli uomini».

Dal punto di vista della carità, poi, «la parrocchia è luogo di servizio sia al suo interno che verso l’esterno. È il livello in cui essa si apre ai problemi del territorio, si fa carico di una realtà sociale sempre più difficile...». Ma la parrocchia, a questo livello, è più preoccupata di testimoniare il Regno, che non di risolvere una volta per tutte i problemi contingenti. "Una parrocchia in comunione con i molti" eviterà da una parte di ripiegarsi su sé stessa e dall’altra di ridursi a "sportello sociale" per le emergenze, senza alcuna connotazione di fede. La pastorale parrocchiale deve, comunque, operare sempre più non solo all’interno dello "spazio ecclesiale" della propria comunità, ma pure in collegamento con altre "agenzie sociali ed educative" presenti in loco.

I laici coinvolti nella conduzione delle attività pastorali.
La fede – scoperta nella catechesi, celebrata nella liturgia e vissuta nella carità – va integrata nella vita quotidiana e nei diversi contesti ed esperienze. Una parrocchia che aspiri a essere una vera comunità, cioè un riferimento vitale per la gente che abita nel territorio, ha nei laici i soggetti maggiormente qualificati, in grado di operare con efficacia attraverso la loro azione educativa. Non più, dunque, soltanto soggetti passivi all’interno della Chiesa, quasi contrapposti e subordinati al clero da cui debbano ricevere gli insegnamenti, i mezzi di grazia, cioè i sacramenti, e i comandi, ma soggetti attivi e partecipi.

«Il riconoscimento della dignità profetica, sacerdotale e regale del laico», si dice nel testo, «è stato giustamente esteso dopo il concilio Vaticano II (cf Lumen gentium), per opera del Magistero e della riflessione teologica, a ogni fedele – laico, chierico, o consacrato – facendo riaffiorare la consapevolezza neotestamentaria che ci definisce "stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le sue opere meravigliose" (1 Pt 2,9)».

Qual è, allora, il ruolo del laico all’interno delle comunità? I presbiteri torinesi «ritengono inaccettabile la riduzione dei laici a meri recettori della nostra azione. Ciò deve spingerci a un serio esame di coscienza di fronte alla tentazione di un eccessivo protagonismo clericale... Ugualmente riduttiva è quella prospettiva che vede nei laici gli esecutori o, nella migliore delle ipotesi, i collaboratori dei nostri progetti». L’estrema complessità del tessuto sociale suggerisce, invece, un coinvolgimento graduale dei laici nella conduzione delle attività pastorali, in seguito, ovviamente, a un’adeguata preparazione biblico-teologica di base, unita a una solida spiritualità «che, oggi, per lo più manca e non può essere supplita con iniziative improvvisate e slanci di buona volontà».

Ma il ruolo dei laici – dicono i giovani presbiteri torinesi – «non può esaurirsi all’interno delle attività parrocchiali, ma deve tendere a una presenza evangelizzatrice nei contesti loro propri: la famiglia, la scuola, il lavoro e la politica. A livello di formazione e di proposte potrebbe trovare spazio e senso l’Associazionismo cattolico, liberato da forme ormai superate, rivalutato nella sostanza». Un coinvolgimento, dunque, nella conduzione delle attività pastorali, che non confonde i ruoli né dissolve la peculiarità del prete, ma permette di superare l’illusione che questi tutto possa sapere e decidere; con il riconoscimento che l’obiettivo finale da perseguire è la maturazione di uomini e donne capaci di vivere nel mondo, portando in esso il lievito di una fede assimilata e celebrata. I laici debbono finalmente poter trovare nella loro comunità punti certi di riferimento e di sostegno.

Segue: La parrocchia. Quale futuro - 2

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