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UN GRUPPO DI PRETI DI TORINO RIFLETTE E PROPONE... (2)

La parrocchia. Quale futuro?

a cura di DOMENICO BRANDOLINO ssp
      

   Vita Pastorale n. 2 - febbraio 1998 - Home Page Il ruolo del prete. L’identità del prete, definita dal sacramento dell’Ordine, si attua in un ruolo concreto che potrebbe essere ricostruito secondo alcune caratteristiche della sua attività pastorale e del suo servizio in comunità. Normalmente si esplicano in tre diverse dimensioni: la capacità di relazione, l’intensa spiritualità, lo spirito di discernimento. Questo, però, non esclude altre forme di servizio pastorale, come risposta necessaria a una realtà molto variegata, non racchiudibile nella sola comunità parrocchiale.

Il prete è, anzitutto, uomo di relazioni. Il suo ministero è essenzialmente annuncio del Vangelo, della "notizia buona" rivolta a ogni persona come proposta unica e coinvolgente. Relazioni vitali con la gente a lui affidata e con la quale deve riuscire a stabilire un rapporto personale e immediato. Relazioni a livello formale, nella direzione spirituale e nelle diverse attività; relazioni a livello informale, che denotano ancor più lo stile "evangelico" dell’accoglienza, della disponibilità, della presenza positiva tra la gente. Relazioni "vere", non solo "strategie": dare tempo alle persone, incontrarle nella ferialità delle loro esistenze, condividere problemi e attese...

Il prete è, poi, uomo di spiritualità: è "discepolo e maestro" allo stesso tempo. Per condurre a Dio chi si avvicina a lui, per guidare nel cammino di fede, per "insegnare" uno stile di vita evangelico. Maestro di preghiera, uomo di misericordia, strumento sacramentale dell’incontro con Dio: in questa dimensione il prete agisce "in persona Christi", rendendosi a sua volta via per giungere alla comunione con il Padre.

Il prete è, infine, uomo di discernimento: anzitutto opera il discernimento su sé stesso e poi a riguardo delle persone a lui affidate. Discernimento necessario per diventare "pastore" e guida di una comunità. La "carità pastorale" fa del prete l’immagine viva di Gesù Buon Pastore. Egli «discerne sui carismi delle singole persone, guida e vigila sul cammino personale di fede; è chiamato anche a discernere sul cammino della comunità, valorizzando gli strumenti di partecipazione dei fedeli, per creare un vero spirito di comunione e di corresponsabilità».

Anche la vita del prete può diventare un valido aiuto, specialmente quando s’impara con umiltà a creare una vera fraternità: nel dialogo e nel confronto rispettoso con i fedeli, ma anche nel dialogo tra parroco e viceparroco e tra gli stessi preti fra di loro. In concreto: le "unità pastorali", di cui oggi così spesso si parla, «possono diventare un’occasione concreta per favorire la collaborazione fra i diversi ministeri».

Quale modello di pastorale parrocchiale? Il discorso sulla parrocchia viene, nella riflessione dei preti torinesi, ancora approfondito a partire dalle tre dimensioni fondamentali della pastorale: la catechesi, la liturgia e la carità. Ribadendo quanto affermato dai vescovi italiani (cf Il rinnovamento della catechesi), si insiste nel dire che la catechesi dev’essere "esperienziale", legata cioè alla vita dei destinatari non solo per gli obiettivi, ma anche per il metodo e il linguaggio.

La catechesi, pensata e attuata rispettando le diverse fasce di età, potrebbe essere collocata su tre livelli: uno personale, uno di gruppo, uno riferito alla comunità. Al fine di seguire le esigenze diverse, più o meno sviluppate, presenti in ogni persona.

Oggi – ancora una volta si fa notare – la pastorale è centrata sui ragazzi e sui giovani. «Ci sembra tuttavia necessario», dicono i preti torinesi, «passare di fatto a una proposta formativa che faccia perno sulla persona adulta. Pur non ignorando le difficoltà di un simile tentativo, che potrebbe costituire una vera e propria "rivoluzione copernicana" del nostro modo di operare in parrocchia, pensiamo sia sterile continuare a "bombardare" di proposte i ragazzi e i giovani e tralasciare gli adulti, che costituiscono e determinano il tessuto della società».

Sacerdoti, a Colle don Bosco durante un convegno d'aggiornamento. Sacerdoti, a Colle don Bosco durante un convegno d'aggiornamento.

Una "catechesi per gli adulti" articolata su più piani: – un accompagnamento di tipo "catecumenale", per aiutare la riscoperta e l’interiorizzazione dei valori di fede, per imparare a pregare e a vivere da cristiani; – un sostegno per restare fedeli al vangelo nel confronto con il mondo e negli "alti e bassi" del cuore umano. Formare persone capaci di "stare in piedi da sole", pur senza isolarsi da un contesto di relazioni fraterne; puntare alla creazione di piccoli gruppi di adulti, piccole comunità che stabiliscono, in modo non istituzionale, delle relazioni tali da aiutare la vita, la fede, il servizio (intra o extraparrocchiale) dei singoli: contesti caratterizzati dalla fraternità cristiana autentica, affidati ai laici stessi (possibilmente si trovino nelle case).

Realtà che adottino stili, metodi e contenuti differenziati: tutti però caratterizzati dalla riscoperta della fede, dalla spiritualità genuina, dal proprio contesto umano e professionale. La formazione degli animatori, in grado di unire maturità umana e spirituale a una sapiente gestione delle dinamiche di gruppo, resta, comunque, una priorità essenziale. Con la dimensione del confronto personale e di gruppo, è importante che gli adulti si sentano parte del tessuto parrocchiale. Questo senso di appartenenza si costruisce, nell’età adulta, a partire dalla Messa domenicale (che costituisce, in genere, il primo aggancio per ulteriori passi), ma può estendersi a ogni forma di servizio e di impegno all’interno della comunità.

A questo livello si pongono progetti e iniziative atte a coinvolgere gli adulti: conferenze, momenti di preghiera, giornate comunitarie, benedizione delle case, pellegrinaggi e forme di religiosità popolare, feste..., con l’obiettivo di rafforzare il senso di appartenenza. La parrocchia, e i singoli gruppi al suo interno, possono diventare "approdi di salvezza", desiderati e cercati da chi vive in un contesto urbano sempre più frammentato. Anche gli Esercizi spirituali possono essere rivalutati come proposta per gli adulti, sia come singoli, sia come piccoli gruppi, sia a livello dell’intera comunità parrocchiale.

Per una "catechesi dei giovani". La capacità di costruire e mantenere un forte legame con Dio nella preghiera e nei sacramenti; la capacità di amare sé stesso e il prossimo; la capacità di compiere scelte di vita definitive sono i tre "indicatori" di maturità per un giovane. Senza un cammino di direzione spirituale è difficile per un giovane crescere in modo profondo in queste tre dimensioni fondamentali dell’esistenza cristiana. I passi da fare sono: educare a una capacità di relazione autentica e schietta; aiutare ad acquisire una spiritualità robusta e aderente alla realtà, che non si accontenta di teorici quanto sterili spiritualismi, ma si traduce in un concreto cammino di fede personale, fatto di direzione spirituale, di preghiera personale e comunitaria, di partecipazione assidua all’Eucaristia anche feriale. Il gruppo come strumento della pastorale giovanile, integrato con la dimensione personale e comunitaria, conserva la sua funzione sia come gruppo di appartenenza, per i ragazzi, che come gruppo di riferimento, per i giovani (un utile riferimento è costituito dalla "partenza" all’interno dello scoutismo). Attraverso il gruppo si conferma l’appartenenza alla parrocchia e alla Chiesa. Il gruppo dovrebbe essere, per i giovani e i giovanissimi, il contesto in cui incontrare figure significative di educatori, che siano modelli di fede e di vita. La dimensione comunitaria fa perno sull’Oratorio che in una parrocchia è ritenuto indispensabile per l’evangelizzazione dei giovani e dei ragazzi: è la "porta aperta", lo spazio di accoglienza in cui ciascuno può sentirsi a casa propria.

Per la "catechesi dei ragazzi" (dalle elementari alle medie inferiori): un ragazzo cresce solo se si sente accolto positivamente e in modo idoneo da parte degli educatori (prete, religiosa, catechista, allenatore, animatore...). L’esperienza tipica di formazione cristiana è il gruppo di catechismo. Che si pone, comunque, due precisi obiettivi: da un punto di vista esperienziale, offrire un’immagine accattivante della Chiesa e della vita cristiana; da un punto di vista "veritativo", dare un quadro di riferimento minimo del cristianesimo e fornire "l’alfabeto della fede", per potersi capire tra cristiani. Una provocazione? «Se è vero che i gruppi catechistici», si dice nella riflessione citata, «vanno tarati sulla situazione concreta dei destinatari (quindi prevedendo anche la possibilità di itinerari differenziati), ci chiediamo che senso abbiano gli automatismi sacramentali, fonte di tante frustrazioni pastorali. Perché tutti devono ricevere la prima comunione e la cresima alla medesima età? È davvero scelta rispettosa delle persone, ma anche della ricchezza del sacramento? Riterremmo più giusto pensare il catechista come l’antico padrino (o madrina), che accompagnava il catecumeno nel cammino di formazione, verificandone i progressi e stabilendo tappe e momenti sacramentali... con la possibilità di seguire personalmente ogni ragazzo». Per evitare, poi, la sterilità di tante attività catechistiche, «ci sembra necessario», si dice ancora, «collegare maggiormente il catechismo con le altre attività aggregative che la parrocchia propone (sport, tornei, campi estivi, estate ragazzi...)».

La parrocchia è ancora il luogo di ritrovo non solo per la S. Messa e la catechesi, ma anche per la ricreazione giovanile.
La parrocchia è ancora il luogo di ritrovo non solo per la S. Messa
e la catechesi, ma anche per la ricreazione giovanile.

La liturgia. La lettura dell’esperienza parrocchiale fatta a partire dal ruolo della liturgia, dopo aver preso in considerazione alcuni aspetti, a giudizio dei proponenti, problematici («scollamento tra i riti della liturgia e la vita dei fedeli, se non addirittura fra la dimensione liturgica e gli altri ambiti delle attività parrocchiali, ovvero i momenti della catechesi e della carità»; «anche i gesti che compiamo nelle nostre celebrazioni e i segni che la caratterizzano spesso non comunicano nulla a chi vi partecipa...»), si avanzano alcune ipotesi che partono tutte dal dato incontestabile che la liturgia «crea l’unità, perché riunisce in Cristo la pluralità delle esperienze che caratterizzano la parrocchia». Ai giovani e agli adulti, ai quali in primis essa è destinata, «potrebbe essere maggiormente evidenziata la sua valenza di vera e propria scuola di spiritualità, nonostante le difficoltà enunciate». Un obiettivo che è possibile raggiungere attraverso celebrazioni ben curate nei loro vari aspetti. La liturgia «è capace di parlare al cuore della gente, al di là delle parole, rendendo vitale l’esperienza dell’incontro con Dio». A seguito di tale affermazione, vengono enunciate specifiche proposte, riferite in special modo all’Eucaristia, soprattutto domenicale, occasione visibile di comunione e di ritrovo della comunità parrocchiale.

La carità. Sotto il profilo della "carità", la parrocchia si propone «come comunità attenta e impegnata a far sì che "il Regno venga"». Essa ricerca la comunione con i molti,in uno stile di missionarietà articolato a partire da alcuni punti fermi: – la centralità della persona; – distinzione dei diversi ministeri, secondo progetti concreti di servizio; – apertura e radicamento nel territorio: all’interno dello spazio ecclesiale", ma anche in collegamento con i diversi servizi sociali presenti nel territorio; – formazione alla carità dei membri da parte della comunità parrocchiale; – la comunione con i molti «diventa concreta se applicata alle diverse fasce di età e alle molteplici situazioni di vita».

«Ma... chi farà tutto questo?», ci si chiede infine. «All’apparenza», ci dicono i summenzionati giovani preti torinesi, «stiamo vivendo una situazione diocesana poco entusiasmante: il forte ridimensionamento numerico del clero porta più facilmente a deprimersi e a disarmare che non a progettare e realizzare una pastorale missionaria. Eppure siamo convinti che, se vissuta in spirito di fede e con intelligenza e coraggio, anche l’attuale fase di transizione potrà rivelarsi feconda per la crescita della nostra Chiesa».

Il ridimensionamento del "ruolo pratico" del prete, per giungere a situazioni pastorali che siano meno "prete-dipendenti", senza che debba rinunciare al suo compito specifico, sperimentando eventualmente nuove forme di sinergia pastorale tra i preti, particolarmente nelle cosiddette "unità pastorali" e investendo sempre più nella formazione permanente del clero, è possibile lavorare insieme e meglio per il futuro. Di conseguenza, più spazio per i diaconi e gli operatori pastorali è possibile attendersi da una pastorale meno centrata sulla figura del prete. Religiosi e religiose, laici adeguatamente formati, Associazioni e Movimenti, gli Oratori parrocchiali eventualmente riuniti in federazione diocesana, possono garantire una costante e proficua presenza e sostegno.

«La risposta e la strada che noi abbiamo cercato di pensare, e in parte anche di realizzare nel nostro ministero», concludono gli estensori del progetto pastorale, «è una parrocchia che sia comunità: comunità di fede, comunità di vita, comunità nella varietà dei cammini e delle esperienze; comunità con Cristo, fonte della nostra fede, e comunità con il mondo, perché a esso siamo inviati e non "tolti o separati"».

a cura di Domenico Brandolino

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