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I FILM DI IERI E DI OGGI SUL PRETE (1)

Attori e registi e il problema religioso

di ROSARIO F. ESPOSITO ssp
   

   Vita Pastorale n. 2 - febbraio 1998 - Home Page Presentiamo uno schedario documentato e analitico di 22 opere leader della filmografia relativa al sacerdozio e alla pastorale negli anni 1938-1997. Ci sono vari capolavori e molte opere di buon livello. Questa variegata e a tratti splendida galleria è stata imbruttita dai film di ispirazione erotico-sentimentale che col tempo hanno provocato il rigetto da parte di un pubblico ormai vaccinato. Nell’epoca dell’informazione globale è indispensabile abbandonare la tentazione del perfezionismo e della rassegnazione, in caso contrario non solo non cresceremo, ma perderemo definitivamente il contatto con le masse. La cultura dell’immagine: una reale possibilità di crescita.

Accettare la sfida dello schermo. Raidue ha messo in onda uno sceneggiato dal titolo Un prete tra noi, prodotto da Achille Manzotti su soggetto di Massimo De Rita, con la regìa di Giorgio Capitani: sei puntate distribuite in tre settimane, a partire dal 28 ottobre. Il protagonista è il cappellano delle carceri don Marco (Massimo Dapporto, figlio del comico Carlo), la partner è una ragazza sbandata (Julia Brendler). Nel cast di notevole livello emerge una dolce Giovanna Ralli nel ruolo della madre del sacerdote e Carlo Croccolo in quello del "professore", il capomafia che in carcere fa il bello e il cattivo tempo.

Un’opera di buona fattura, che ha proposto il tema vocazionale a un pubblico che è cresciuto fino a raggiungere i nove milioni di presenze.

È importante ricapitolare il significato che nella storia della filmografia ha avuto la riflessione sulla vocazione e l’implicazione del prete nella storia e nella sociologia. Una tematica tanto vasta che occorre fare delle scelte. Ognuno può integrare l’elenco secondo i propri gusti. Il criterio di giudizio è il metodo Via Verità e Vita inculcato da don Alberione. Il suo fondamento è l’interdisciplinarietà, sulla base di Gv 14,6. Questa trina definizione cristologica lo induce ad attribuire uguale dignità alle funzioni della razionalità, dell’etica e dell’emotività.

Il criterio estetico è importante, ma lo è altrettanto quello sociologico e semiologico, che dà pari importanza, al linguaggio accademico e al dialetto, al dramma, al documentario e alla commedia. Il giusto peso dev’essere poi riconosciuto ai contenuti, e alla capacità critica degli spettatori, che sono in grado, o devono esser messi in grado, di collegare lo spettacolo con l’esperienza personale; essi possiedono i doni dello Spirito, che li aiutano a completare per conto proprio e nell’ambiente la proposta effettuata dagli operatori dello schermo.

Va da sé che si deve tener conto dello spirito delle scuole cinematografiche d’origine: l’americana way of life, il conflittualismo teologico francese, il peso della storia e della sociologia della tradizione italiana, il rigore luterano operante nel Nordeuropa, ecc., tenendo ben presente che l’eventuale radicalizzazione di questi aspetti dev’essere decodificata e portata negli argini della norma. Nel giudizio complessivo non dev’essere trascurato il successo che il film ottiene tra le masse.

Opere di livello elevato. Ordet, cioè La Parola: il miracolo non è sorpassato. È la Divina Commedia della cinematografia religiosa, è giusto che occupi il primo posto. Regista Carl Dreyer, Danimarca 1943; interpreti: Victor Sjöström, Rube Lindström, Wanda Rothgardt. Il riferimento al messaggio biblico è esplicito. Il patriarca di una famiglia contadina è profondamente credente, ha due figli: uno è ateo, l’altro è uscito di senno nel corso degli studi teologici, e crede di essere Gesù, perciò capace di fare i miracoli. La moglie del primogenito muore di parto, il fratello promette di risuscitarla; non vi riesce, ma lo farà il padre nella potenza del Verbo. Presentare sullo schermo una risurrezione è impresa colossale. Dreyer la rende credibile trasfigurando attori e spettatori. L’opera vibra per austerità, concentrazione, solennità. Il film ottenne consensi entusiastici; nel 1955 il regista ne curò una nuova edizione.

La Città dei ragazzi: il recupero della criminalità giovanile. Regista Norman Taurog, Usa 1938; int. Spencer Tracy (P. Flanagan), Mickey Rooney (il giovane criminale), Henry Hull, Gene Reynolds, Sidney Miller. Il P. Flanagan, dopo aver assistito a una condanna a morte, decide di dedicarsi alla lotta contro la criminalità mediante la prevenzione: raccoglie ragazzi deviati e piccoli criminali in una struttura chiamata Città dei ragazzi. Tra loro c’è il fratello di un gangster che viene ferito durante un conflitto a fuoco con la polizia; gli altri ospiti portano disordine, schiamazzi, risse e latrocini. I benpensanti del quartiere sono irritati per le loro scorribande e chiedono la chiusura dell’istituzione. Al processo il giovane viene riconosciuto innocente. Gli episodi conflittuali si alternano con quelli patetici. Il successo dell’opera fu talmente lusinghiero che nel 1941 ne fu realizzata la continuazione col titolo Gli uomini della Città dei ragazzi. Questa istituzione nel dopoguerra fu creata in molte nazioni.

Spencer Tracy nei panni di padre Joseph E. Flanagan, nel film "La città dei ragazzi". Spencer Tracy nei panni di
padre Joseph E. Flanagan,
nel film "La città dei ragazzi".

Roma città aperta: patriottismo e martirio. Regista Roberto Rossellini; int. Aldo Fabrizi e Anna Magnani, Italia 1943-44. Questo film inaugurò la stagione del neorealismo. Fu prodotto con mezzi di fortuna, pervenendo a una carica tragica nella quale i due, unitamente agli altri artisti e agli attori presi dalla vita, vanno di meraviglia in meraviglia, senza mai alzare la voce, escludendo ogni tentazione retorica, ma gridando con le immagini la nobiltà della libertà e della dedizione, fino all’olocausto. Don Pietro non ha nemmeno l’ombra del personaggio eroico, non rifugge dall’ironia, ma dimostra coi fatti che il prete è intimamente radicato nel dramma della sua gente, e l’accompagna nella quotidianità non solo in nome della religione, ma anche dei valori umani. Viene fucilato alla schiena come traditore della patria, sotto gli occhi attoniti dei giudici più inappellabili, i suoi ragazzi.

La mia via: la vocazione meditata in levità. Regista Leo McCarey, Usa 1944; int. Bing Crosby (P. Bonelli), Barry Fitzgerald (il vecchio parroco), Rise Stevens (la compagna d’università); vincitore di 6 Oscar. Il viceparroco è un cantante sentimentale, che si serve di questo dono anche nella pastorale, nella quale porta un afflato di cordialità e di metodologie innovative che scandalizzano il vecchio pastore. Crea un ambiente gradevole e costruttivo, ma non dà molto spazio all’interiorità; non lo si vede mai in preghiera. È fedele alla scelta vocazionale, sintetizzata nella canzone Going my way, da lui composta ed eseguita più volte.

Il centro focale del film è nell’incontro con la collega di studi, diva dell’opera lirica, che risveglia dolci ricordi condivisi. Lei esprime meraviglia per la sua scelta ecclesiastica, quando un avvenire felice gli si apriva davanti, lui le spiega il senso della vocazione "per gli altri", nella quale si sente pienamente realizzato. Stando al pianoforte, le dice: – Guarda, il Cristianesimo non è così (e suona un accordo funereo in chiave di basso), ma così (e ne digita uno gioioso in chiave di violino).

Le campane di S. Maria: prete e suora nella pastorale. Regista L. McCarey, Usa 1947; int. Bing Crosby, Ingrid Bergmann. Riprende lo schema vincente del film precedente, del quale in un certo senso è la continuazione. Padre O’ Malley guida la parrocchia, Sr. Benedetta la scuola cattolica: le differenze di vedute e gli amabili litigi sono pretesti per portare avanti un discorso sereno e piacevole, a tratti poetico ed emotivo. Il merito della narrazione consiste nel presentare in termini sereni e costruttivi la collaborazione tra l’uomo e la donna nella pastorale.

Inquietudine: i seminari si vuotano. Registi Vittorio Carpignano e don Emilio Cordero, Italia 1946, prodotto dalla San Paolo (Romana Editrice Films): int. Vittorio Duse (Pietro), Adriana Benetti (Silvia), Luisella Beghi (Rita), Aldo Silvani (Matteo), Lia Gollmar (Elisabetta), inoltre Ione Morino, Silvio Bagolini, Ennio Ameri, Vittorio Ripamonti; liberamente ispirato al romanzo La fattoria di René Bazin. Pietro frequenta il seminario, è giunto al punto di decidersi seriamente accedendo alla vestizione, ma nel corso di una vacanza ritrova l’amica d’infanzia Elisabetta, e ne subisce il fascino. Andando all’altare per il rito sviene, e si rende conto di non essere fatto per la vita ecclesiastica: lo dice al padre Matteo che s’indigna e lo caccia di casa, mentre la sorella Rita lo sostiene e incoraggia.

Si trasferisce in città e si crea una posizione invidiabile; sta per fidanzarsi con Elisabetta, ma subisce un’altra delusione: lei ama un altro. Rita gli comunica la grave malattia del padre e lo prega di tornare e di riconciliarsi con lui; in famiglia gli imputano tutte le traversìe che vi si sono abbattute. Fugge disperato col proposito di suicidarsi gettandosi in mare; il grido di Silvia, una brava giovane che lo ama segretamente, lo trattiene. Egli, allora, chiede perdono a Dio e a fatica riprende il cammino dell’esistenza. Esteticamente è un’opera di livello normale, mentre il suo messaggio è rilevante: è in crisi la formazione seminaristica e ha perduto attrattiva quella ministeriale, ma la vita del mondo non appaga l’uomo. Bisogna rinverdire i valori di tutt’e due le prospettive.

Diario di un curato di campagna: immersione nelle brutture del mondo. Regista Robert Bresson, Francia 1951; int. Jean Claude Laydu, Nicole Maurey, Jean Riveyre. Il regista è stato definito "il teologo dello schermo". L’opera è tratta dall’omonimo romanzo di Georges Bernanos, un "teologo" della letteratura, dal quale riprende i dialoghi. La finezza artistica raggiunge altezze insuperabili. Alla base del linguaggio di Bresson non c’è l’intensità espressiva dei singoli elementi – gesto, fisionomia, scena, paesaggio, – ma la coralità dinamica e interiore dei loro rapporti intrecciati: il curato è il crocevia delle passioni. Spunta la tenerezza tra lui e la figlia del conte. Egli è sensibile alla bellezza e all’amore: due solitudini, senza spendere molte parole, scoprono la possibilità di risolvere felicemente l’angoscia dell’esistenza. La macerazione dell’ecclesiastico raggiunge e sublima l’annientamento della personalità e le altezze della religiosità, che contagia anche la ragazza. L’opera si conclude con le parole del romanzo: "tutto è grazia".

Dio ha bisogno degli uomini: missione indefettibile. Regista Jean Delannoy, Francia 1951, rieditato nel 1966; int. Pierre Fresnay, Madeleine Robinson, Daniel Galin. Anche l’umanità più scristianizzata nei momenti cruciali sente appassionatamente la fame e la sete del soprannaturale, veicolato dal prete. In un’isola lontana dalla comunità umana non solo territorialmente, ma anche spiritualmente, da tempo non c’è un sacerdote. Il sagrestano lo sostituisce in quello che può, ripetendo i gesti che il pastore faceva e rivolgendo alla popolazione delle prediche semplici e integrate nella dura concretezza condivisa. Esse sono accolte con gratitudine.

Tutti sanno che non si tratta di un prete vero, ma la nostalgia della normalità religiosa riempie i vuoti e appaga gli animi. Una ragazza madre sta per partorire, e nel timore di non farcela domanda angosciosamente l’assoluzione. Il sacrista non vuol saperne, perché sa di non averne la facoltà. Si decide a tentare il traghetto in barca verso il continente, per presentarla ad un prete vero, ma nel corso della traversata la giovane si sente agli estremi; urla, e con lei le persone che stanno a bordo. Alla fine il protagonista si decide a tracciare il segno della croce. La donna muore nella gioia.

Fronte del porto: nel cuore del gangsterismo. Regista Elia Kazan, Usa 1954; int. Marlon Brando, Karl Malden, Eve Marie Saint. Nel porto di New York, come in tutti gli altri degli Stati Uniti e di tante altre località, non si muove foglia che gangsters e mafiosi non vogliano, dall’assunzione degli scaricatori e degli impiegati, fino alle tangenti e al ricorso ai delitti più efferati, tra cui l’uccisione del fratello di M. B., il quale si trova nel vicolo cieco: se parlerà probabilmente ne seguirà la sorte, se tacerà sarà complice d’infiniti delitti. Si confida col cappellano, un duro abituato a fronteggiare le tempeste, e si decide a rompere il cerchio dell’omertà: la normalità della vita si ristabilisce. Molti rifiutarono questa soluzione del terribile caso, ritenendo che il film facesse l’apologia dello spionaggio. Arthur Miller scrisse il dramma Uno sguardo dal ponte con il chiaro intento di contraddirlo. Ma si sa che tra lo spionaggio e il ristabilimento della giustizia il passo è lungo.

Aldo Fabrizi è don Pietro nel film "Roma città aperta" di Roberto Rossellini.
Aldo Fabrizi è don Pietro nel film "Roma città aperta" di Roberto Rossellini.

Lo spretato: il deserto dell’apostasia. Regista Leo Joannon, Francia 1954; int. Pierre Fresnais, Pierre Trabaud, Nicole Stéphane. È ambientato nel clima integralista e polemico di una città nella quale clericalismo e miscredenza si scontrano ai ferri corti. Il prete in seguito a una crisi razionale e sentimentale abbandona il ministero; viene considerato apostata, perciò entra a vele spiegate nella ribellione: diffonde il disprezzo e l’odio contro la Chiesa medievale e reazionaria, fa ampia propaganda delle tesi anticlericali e irreligiose, raggiungendo il colmo nel sacrilegio pubblico. Durante una rumorosa festa danzante in un ristorante di lusso, tra il furoreggiare del cancan, ostentatamente recita la parodia della Messa e consacra una torta di cioccolato e una coppa di spumante. Quando un giovane sacerdote si presenta alla sua casa per ammonirlo e convertirlo, lo colpisce duramente con il crocifisso che questi con un gesto teatrale gli agitava davanti.

La mano sinistra di Dio: le vie traverse del ministero. Regista Edward Dmytryk, Usa 1955; int. Humphrey Bogart, Gene Tierney, Lee J. Cobb. Il pilota americano Jim Carmody nel 1947 precipita con l’aereo nella Cina comunista; per salvarsi indossa la talare di un certo P. O’ Shea e compie i ministeri guadagnandosi ampie simpatie. Rendendosi conto della necessità di uscire dall’equivoco, si rivolge per consigli a un pastore protestante, che gli suggerisce di parlarne col vescovo. Giunge nel villaggio anche un generale maoista con propositi ostili verso i cristiani. Egli lo affronta, stabilisce un rapporto amichevole e gli propone una partita ai dadi. Vince e in compenso assume la direzione del villaggio. Tornano i missionari espulsi, ai quali O’ Shea svela il problema, pronto a sottomettersi alle decisioni dell’autorità ecclesiastica; questa invece lo incoraggia a proseguire mantenendo il segreto per continuare nell’opera benefica, tra l’edificazione della gente. La vera identità è nota solo all’infermiera americana che è innamorata di lui.

Nazarin: il Vangelo "sine glossa". Regista Luis Buñuel, Messico 1958; int. Francisco Rabal, Marga Lopez, Rita Macedo, Jesùs Fernandez. Il regista si proclama "ateo, per grazia di Dio". Allievo dei gesuiti, è esperto in teologia e in storia della Chiesa, ma ogni qualvolta se ne presenta l’occasione l’attacca ferocemente. Il protagonista, lo dice il nome, è un "piccolo Nazareno", un prete itinerante sempre pronto ad aiutare i bisognosi, impegnato nel diffondere sentimenti religiosi e la solidarietà, senza barriere di nessun tipo, per questo viene condannato dall’autorità ecclesiastica. Viene seguito incessantemente da due "Pie donne", la dolce ma irregolare Beatrice, l’ex prostituta Àndara e il Nano, un mostriciattolo allegro e giocoliere. Essi lo servono e cooperano alla diffusione del suo messaggio di fraternità. Il Nano non si stanca di ripetere ad Àndara, sempre rude e sbrigativa: «Io ti stimo». I tre rifiuti della società scoprono la dignità, ne sono felici e la diffondono ben sapendo che il Divin Maestro predilesse i pubblicani e i peccatori.

Luci d’inverno: il naufragio della fede. Regista Ingmar Bergman, Svezia 1962; int. Gunnar Biörnstrand, Ingrid Thulin, Max von Sydow. Il parroco Thomas (i nomi per Bergman non sono casuali) perde la fede in seguito alla morte della moglie.La chiesa è squallida, la gente non trova motivi per fequentarla. Una donna atea, Martha, lo assedia e gli si offre per colmare la sua solitudine, ma egli non cede. Il pescatore Jonas, psicotico per natura, piomba nello sconforto ossessionato dalla notizia della Cina rossa che possiede la bomba atomica ed è decisa a servirsene. Va dal parroco in cerca di luce e di conforto, ma questi gli fa capire che non è in grado di dargli ciò che non ha. Jonas cade nella disperazione, si appoggia alla barca e si toglie la vita con un colpo di fucile. L’ufficio del pastore è illuminato da una luce fredda che inutilmente fa capolino alla finestra.

Léon Morin prete: assedio al confessionale. Regista Jean Pierre Melville, Italia 1962; int. J. P. Belmondo, Emmanuelle Riva, Irene Tunc, tratto dall’omonimo romanzo di Béatrix Beck. Il personaggio principale è la penitente, l’atea Barny, la quale rivive l’itinerario dello spirito dando anche l’interpretazione dei sentimenti del confessore, che viene avvicinato per pura curiosità, ma diventa ben presto il suo rifugio e sostegno. Abbandona la sua ideologia e riprende la pratica religiosa, ma non tarda a rendersi conto che non ha trovato Dio, bensì un uomo del quale è profondamente innamorata. Lo assedia con incontri, confidenze, attrattive e proposte non mascherate e spesso irresistibili. Morin però crede seriamente nella sua missione, sente il fascino dell’amore, ma nonostante i momenti di smarrimento, fronteggia la situazione con sofferta dignità.

Trilogia di don Milani (Italia). Il priore di Barbiana viene unanimemente considerato un maestro di pedagogia e di una pastorale che non si rassegna ad applicare schemi ripetitivi, dei quali denuncia lucidamente e non sempre prudentemente l’obsolescenza, per cui va incontro alla disapprovazione della gerarchia ecclesiastica. I poveri, i prediletti montanari di Barbiana, e gli intellettuali dei quali mobilita la collaborazione, ne sentono il fascino, e il cinema non si sottrae al fenomeno, enfatizzando il senso della sua contestazione che si muove comunque rigorosamente all’interno della Chiesa. Tre film gli sono stati dedicati; la loro ammirazione e buona volontà è indiscutibile, mentre il livello estetico è inferiore al tema affrontato. Essi sono: 1) Un prete scomodo: regista Pino Tosini, 1975, int. Enrico M. Salerno e attori non professionisti; si fonda sulle opere del sacerdote, del quale riprende i testi, e lo presenta sotto una luce unilaterale; 2) Don Milani: regista Ivan Angeli, 1976, con Edoardo Torricelli, Claudio Gora, Marina Berti; un’opera lineare e semplice, sostanzialmente fedele alla realtà dei fatti; 3) Don Milani, priore di Barbiana, 1997: film in due tempi di cento minuti ciascuno, andato in onda con un alto indice di gradimento il 2 e 3 dicembre dopo sei anni di attesa nei magazzini dell’emittente. Registi Andrea e Antonio Frazzi; protagonista Sergio Castellitto. Pur con i limiti degli altri film, allarga e approfondisce le istanze del priore e pone tutte le serie problematiche sulle quali è indispensabile tornare nellla promozione degli umili e nell’aggiornamento della pastorale.

Segue: Attori e registi e il problema religioso - 2

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