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I FILM DI IERI E DI OGGI SUL PRETE (2)

Attori e registi e il problema religioso

di ROSARIO F. ESPOSITO ssp
   

   Vita Pastorale n. 2 - febbraio 1998 - Home Page La strumentalizzazione erotico-celibataria. Ci limitiamo all’essenziale, senza dimenticare che nell’epoca dell’informazione globale lo scandalo ha le gambe sempre più corte, e soprattutto gli spettatori si dimostrano sempre più vaccinati. L’unica molla di queste opere è la cassetta, il livello estetico è medio-basso, e qualche volta è scadente fino alla rozzezza. Degno di rilievo il fatto che la donna pur essendo, volontariamente o no, il motivo scatenante delle crisi, poi è la prima a rendersi conto dell’errore commesso e a farsi da parte.

La moglie del vescovo. Regista Henry Koster, Usa 1948; int. David Niven, Loretta Young, Cary Grant. Lo scandalo è più nel titolo che nel contenuto. Un vescovo protestante è combattuto tra l’amore coniugale e i doveri pastorali. Volendo costruire una cattedrale, per trovare i fondi si lascia circuire da una vedova molto ricca che non fa mistero sui suoi sentimenti, nella certezza di avere molte frecce al suo arco. Incapace di uscire dal ginepraio, Sua Eccellenza chiede l’aiuto del cielo, che gli manda un angelo sportivo e un po’ matto, che tra miracoli e spettacoli picareschi faticosamente lo riporta sulla retta via.

L’amante del prete, tratto dal romanzo di Émile Zola La faute de l’abbé Mouret. Regista Georges Franjou, Francia 1971; int. Francis Huster, Gillian Hills, Tino Carraro, Sylvie Feit. Il protagonista è figlio di una maniaca religiosa e di un alcolista, perciò è afflitto da psicopatia. Viene nominato parroco in un paese sperduto, dove l’instabilità del suo equilibrio si accentua: alterna depressioni a slanci mistici, pronuncia preghiere sensuali dinanzi alla Madonna, dà ampio spazio alle manifestazioni folkloriche e pseudo religiose. Recatosi da un miscredente in pericolo di vita, v’incontra Claudine, un’avvenente orfanella che fa anche la domestica in quel castello, se ne innamora e abbandona la cura d’anime. Il laborioso intervento dello zio Jean Bernard lo persuade a tornare al ministero.

La moglie del prete. Regista Dino Risi, Italia 1971; int. Sophia Loren, Marcello Mastroianni. Valeria, cantante napoletana poco fortunata, residente a Padova, durante una crisi depressiva medita il suicidio, ma si decide a chiamare il telefono amico. Le risponde don Mario, che la conforta e la convince a non cedere a gesti insani. Scoprendo che l’interlocutore è un prete, la cantante lo consulta ripetutamente, lo circuisce al punto che egli cede alle sue lusinghe. In attesa di ottenere la dispensa, i due convivono e i genitori del sacerdote finiscono per accettare il fatto compiuto. Rimasta incinta, Valeria rifiuta la proposta di don Mario di rimanere in quella situazione clandestina, e lo lascia libero andandosene.

Il prete sposato. Regista Marco Vicario, Italia 1971; int. Rossana Podestà, Lando Buzzanca, Salvo Randone, Luciano Salce. Il giovane D. Salvatore dalla Sicilia viene a Roma, dove viene inviato come vicecurato in una parrocchia della borghesia benestante, nella quale il vizio, le deviazioni e la corruzione dilagano. Il suo animo è profondamente turbato; nonostante i consigli di un monsignore e di un domenicano psicanalista, cede a Silvia, una ragazza squillo che lo seduce e lo persuade a convivere con lei. Domanda ai superiori la facoltà di sposarla senza abbandonare il ministero, ma la risposta è negativa. Egli sarebbe disposto a tirare avanti nell’equivoco, ma Silvia si ritira, per rispettare il suo attaccamento alla vocazione, di cui si è resa conto chiaramente.

La videocassetta del film sulla vita dell'abbé Pierre. La videocassetta del film
sulla vita dell'abbé Pierre.

Il prete bello, liberamente ispirato al romanzo omonimo di Goffredo Parise. Regista Carlo Mazzacurati, Italia 1989; int. Roberto Citran, Adriana Asti, Massimo Santella, David Torsello, Jessica Forde. Don Gastone, parroco nel vicentino, già cappellano militare ed attivatore di spettacoli di beneficenza, frequenta la famiglia di Sergio, figlio illegittimo, bisognoso di aiuto ed assistenza, che condivide gioco ed espedienti con l’amico Cena. Nel condominio viene ad abitare Fedora, una ex prostituta con la quale don Gastone intreccia una relazione, suscitando la gelosia delle bigotte che lo assediano da sempre. Per generosità e ingenuità rimane coinvolto anche in illeciti operati da Sergio e da altri criminali e donne senza scrupoli, dei quali finisce per diventare complice. Uno dei malviventi, il Cena, evade, ma viene travolto e ucciso da un camion militare. Don Gastone prosegue per la sua strada fatta di compromessi e di infedeltà.

Due sceneggiati di successo. Lo sceneggiato di Raidue richiama il suo illustrissimo precedente, cioè Uccelli di rovo, prodotto nel 1977 e messo in onda con un successo straordinario da Canale 5 nel 1980. È tratto dal romanzo omonimo della scrittrice australiana Coleen McCullough, che all’epoca aveva venduto dodici milioni di copie e aveva ottenuto una copertina di Time. Il cast è del massimo livello: regìa di Daryl Duke, interpretazione di Richard Chamberlain (P. Ralph), Barbara Stanwick (Mary Carson), Jean Simmons (Fiona Fee), Rachel Ward (Maggie adulta), Sydney Penny (Maggie bambina). La vicenda s’imposta sul P. Ralph de Bricassart, un prete giovane e avvenente, pieno di risorse umane e spirituali, parroco di un villaggio sperduto dell’Australia. L’anziana Mary Carson è una ricca signora irlandese che abita in un castello circondata dal fasto; lo accoglie e gli fa anche proposte abbastanza chiare, alle quali egli resiste amabilmente, ma decisamente.

Nella storia s’intrecciano avvenimenti e sentimenti di amici e parenti della zona e delle grandi città, facoltosi e benevoli verso il pastore, che li ricambia cordialmente. La prima volta che incontra Maggie, questa ha dieci anni: la consuetudine tra il sacerdote e la società affluente si approfondisce. Con Maggie, in seguito, stabilisce una relazione sentimentale dalla quale nasce Dan, che diventerà sacerdote e studierà a Roma, dove il padre intanto si è trasferito facendo una carriera ecclesiastica abbastanza elevata. Morirà annegato presso amici inglesi, ove si era recato in vacanza durante il viaggio di ritorno. Il protagonista nel momento della passione tende a giustificare teologicamente il suo traviamento, giungendo a teorizzare l’unione carnale come emblema dell’unione con Dio. Il momento dello sbandamento viene faticosamente superato cedendo il posto a una vita sempre brillante, ma irreprensibile.

Il suo errore è stato grave, e il film gli dà ampio spazio, ma non ha seguito il suo recupero spirituale che è serio. La chiave di lettura dell’opera viene indicata dalla McCullough nella leggenda dell’uccello così chiamato perché quando lascia il nido va alla ricerca di un grande rovo e non riposa fin quando non lo ha trovato. Poi cantando tra i rami crudeli si precipita sulla spina più lunga e affilata; e mentre muore trafitto vince il tormento superando nel canto l’allodola e l’usignolo.

Un prete tra noi cammina per strade profondamente differenti. Niente cornici levigate e conti in banca favolosi, ma immersione nelle miserie e nelle sofferenze dell’umanità: un prete da strada, come suonava il titolo iniziale dello sceneggiato. Don Marco veleggiava nell’intellettualità della ricerca archeologica, nella quale si sentiva perfettamente realizzato. Il vescovo deve provvedere all’assistenza religiosa di un grande carcere, dopo la morte di don Clemente, che vi ha lasciato ricordi incancellabili di dedizione e bontà.

Accetta con riserva, sente la nostalgia dell’ufficio confortevole e degli schedari eruditi, ai quali spera di tornare, ma l’immersione nella problematica dell’umanità che sconta pene anche molto severe, lo convince a proseguire l’opera di don Clemente. Egli stesso vive una situazione penosa: il padre li ha abbandonati, il fratello Gianni è un pigro pretenzioso e inconcludente; la sorella Elena, musicista, è separata dal marito, convive con un orchestrale, ma conserva i buoni sentimenti e lo sostiene nei momenti difficili.

Il sacerdote regge anche una piccola parrocchia, e questo cumulo di cariche è chiaramente una licenza poetica. Si dedica ai poveri, li sfama, li ospita, e per venire incontro alle esigenze dei detenuti qualche volta va di sguincio sulle leggi e sulla disciplina carceraria, come si addice a uno che dell’emergenza fa il suo pane quotidiano. Strappa da una casa d’appuntamenti Maria, che non vuol saperne di visitare il padre in carcere, l’accoglie in canonica, dove vive anche un adolescente rilevato dal brefotrofio, che diventa il suo diacono furbo e un po’ affarista. Con Maria sperimenta un momento di debolezza sentimentale che lo porta sull’orlo dell’apostasia. Ne esce faticosamente. Ripesca il padre che vive nella malattia e nell’abbandono, accogliendolo prima in canonica e poi inducendo la mamma a riconciliarsi e ad accoglierlo nella "sua" casa, dove muore in serenità.

L'attore Massimo Dapporto nelle vesti del cappellano del carcere nel film Tv "Un prete fra noi".
L'attore Massimo Dapporto nelle vesti del cappellano del carcere
nel film Tv "Un prete fra noi".

Errori e imprudenze si susseguono: l’avvocato Silvestri, alcolista pigro e cinico, cede le armi e si presta a risolvergli i casi più complicati. Riesce a far uscire un detenuto sotto la propria responsabilità perché riveda la moglie cardiopatica agli estremi e bisognosa di un’urgente e costosa operazione chirurgica per la quale trova i fondi, stabilisce un clima di fattiva collaborazione coi direttori e il personale sorvegliante, infine induce il "professore" ad ammorbidire il suo cinismo ed aiutarlo in momenti di complicati conflitti giuridici e mafiosi.

Non abbiamo un film da collocare tra i classici, ma si tratta di un’opera di buona fattura, nella quale le soluzioni scontate e le cadute di tensione non mancano, ma nel complesso non solo non sfigura nel museo della filmografia sacerdotale, ma vi si colloca in una fascia assai dignitosa. La preghiera e la meditazione sono presenti, anche se non quanto e come desidereremmo. Un altro fatto merita la dovuta attenzione, cioè la durata: per oltre dodici ore un pubblico crescente viene messo a contatto con la realtà ecclesiale, quasi tenuto per mano da un gruppo di artisti che sono diventati ospiti graditi delle famiglie e dei bar. In diversi momenti gli interpreti hanno raggiunto risultati molto apprezzabili. Il giudizio estetico dev’essere arricchito da quello sociologico e psicologico. L’interdisciplinarietà è una cosa seria: veneriamo Dreyer e Bresson, ma siamo interessati fino all’entusiasmo a Stanlio-Ollio, a Don Camillo e a Totò: molta gente, la maggioranza forse, comunica solo con loro, parla solo il loro dialetto.

Questo sceneggiato è dunque un appuntamento sociale oltre che religioso da valutare con cura e con quella cultura dell’immagine che deve diventare familiare nei seminari e nelle parrocchie. Magari queste opere si moltiplicassero! Non serve a nulla cedere alle sirene del perfezionismo e della rassegnazione; in caso contrario i propositi di rilancio culturale cattolico e la mobilitazione comunicativa saranno dei transatlantici che non reggeranno la navigazione, e potrebbero affondare prima ancora di levare le àncore.

Rosario F. Esposito

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