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EDITORIALE

Don Alberione e la pastorale
     

   Vita Pastorale n. 4 aprile 1999 - Home Page È uscita la ristampa anastatica del volume Don Alberione di don Luigi Rolfo (Ediz. San Paolo 1998, pp. 407, L. 32.000). Nel raccomandarlo ai lettori, cogliamo l’occasione per presentare un ricordo del fondatore della Famiglia Paolina, e anche di questa rivista, nel 115° anniversario della sua nascita (4 aprile 1884).

Riprendo un "fioretto", risalente all’inizio degli anni ’20, che tolgo dal bollettino interno delle Pie Discepole del Divino Maestro, testimoni dirette del fatto (Il Divin Maestro, genn.- febbr. 1986). Il boom delle vocazioni era in crescita giornaliera: mancava l’essenziale, mancava il latte. «Il Sig. Teologo (così veniva chiamato don Alberione ndr) ci esortò a pregare san Giuseppe, poi chiamò il giovane Davide Cordero e gli disse di andare con fede per la via della Moretta in cerca di una mucca. Egli si avviò alquanto imbarazzato, non sapendo dove dirigersi. Camminando alla ventura, vide a distanza un vecchietto che conduceva per mano la propria mucca. Avvicinatosi incerto e titubante, lo guardava senza proferire parola. Il vecchietto gli chiese: "Dove vai, cosa vuoi?". "Il Teologo mi manda in cerca di una mucca, perché ne abbiamo bisogno". Il vecchietto gli mise in mano la fune e disse: "Prendi questa e vai"».

Abbiamo avviato un discorso d’umiltà, proseguiamo in esso. Alcuni personaggi di primo piano compresero appieno la novità del messaggio alberioniano. Tra questi, il card. Pietro Maffi, arcivescovo di Pisa. Per una istituzione che aveva appena realizzato la prima casa propria in Alba, egli si effondeva in elogi e in fervidi auspici. Don Alberione resisteva bene alle tempeste, ma dinanzi agli elogi capitolava. Rannicchiandosi nella sua piccola persona, replicò: «Eminenza, suma furic», cioè: «Siamo dei manovali», gli ingegneri sono altrove. In un’afosa serata estiva, nella casa di via Alessandro Severo, venne a far visita mons. Ettore Cunial, vicegerente del Vicariato. Don Alberione stava seduto con noi su un muricciolo per captare qualche alito del ponentino agostano in familiare conversazione. Il prelato intonò amabilmente una sviolinata. Don Alberione per un po’ resistette, poi con un segno della mano lo interruppe, o meglio dirottò il discorso verso di noi dicendo: «Eccellenza, se non ci fossero stati questi, non avrei combinato niente, hanno fatto tutto loro».

Umiltà struggente, che conviveva con la più profonda coscienza della grandezza carismatica consistente nell’affermare la perfetta equipollenza tra la predicazione tradizionale, fatta a viva voce, con quella strumentale, fatta attraverso i mass media. A questo proposito è interessante una testimonianza risalente ai vespri dell’Immacolata del 1917, quando la San Paolo contava appena tre annni di vita, e i primi quattro alunni stavano per pronunciare i voti privati. Don Alberione volle parlare in cotta e stola, dinanzi al SS.mo esposto e disse: «Solo quattro erano i primi gesuiti che a Montmartre facevano i voti nelle mani di sant’Ignazio. Questa è quindi una giornata storica, la seconda data storica della Casa». E aggiungeva: «Questo non per gloria nostra, noi siamo dei poveri manovali, dei servi inutili, ma perché si veda come Dio si serve dei soggetti più spregevoli per compiere le sue opere più grandi. Non è mio il merito di aver aperto la Casa, ma di san Paolo, che ha pregato l’Immacolata, e l’Immacolata ha pregato Dio».

Presentò poi il suo palmarès, che in seguito ha catalogato molte altre medaglie al valore: «Dal giorno della sua fondazione (20 agosto 1914, tre anni prima), la nostra Casa passò molte burrasche. L’essersi sempre composte bene è segno certissimo che Dio vuole quest’opera, che è Sua. Tutti, e specialmente io, fummo accusati di essere dei ladri, ma voi sapete che non sono un ladro, perché metto per voi quanto ho. Fummo denunziati a Roma (Nil sub sole novi!), e chissà come ce la saremmo cavata se non fosse che abbiamo un Vescovo sapiente e molto energico; accusati al Sindaco, al Sottosegretario, al Prefetto, frequentemente anche persone buone hanno sparlato della Casa». Purtroppo, terminò, «tali prove sono necessarie per tenerci nell’umiltà e ricordarci che Dio solo è il padrone. Ed io prego il Signore a volerci mandare prove anche più gravi». Caro Padre, sei stato esaudito anche in questo!

La predicazione fatta attraverso la stampa, e poi attraverso gli altri «mezzi di bene più celeri ed efficaci», esigeva strutture e macchinari. La San Paolo non aveva niente, ai simpatizzanti e benefattori domandava di tutto. Uno di loro, pur continuando nella sua cooperazione, lo fece notare per iscritto: «Ma voi domandate sempre, domandate tutto!». Rispose, per iscritto, il redattore del periodico dei Cooperatori: «Noi domandiamo tutto, e voi dateci tutto, noi lavoreremo per il Signore». Il flusso continuò. Fu chiesto loro di fare piantagioni di pioppi canadesi, in previsione dell’apertura della cartiera; se ne contarono subito seimila. Nelle famiglie c’era la damigiana di don Alberione; vi si raccolsero in una sola stagione 150 ettolitri di vinello, lo stesso avvenne per la farina col sacco di don Alberione. I contadini delle Langhe, e poi del Piemonte furono l’abitacolo amniotico dell’apostolato tecnotronico della prima generazione. I parroci dei dintorni, e poi tutti quelli della penisola, entrarono in questa galleria del vento pentecostale, non solo convogliarono beneficenza, ma anche biblioteche che avevano persino folianti e incunaboli, abbonamenti alle riviste, fondazione di biblioteche parrocchiali, aiuti d’ogni tipo. La "nuova predicazione" aveva un capocoro ad Alba, ed esecutori geniali nella nazione e nella Chiesa.

Quando si trattò di comprare la prima linotype, il bollettino dei Cooperatori lanciò una specie di crociata. Bisognava raggranellare 30.000 lire nei primi anni ’20. Si raccoglievano offerte di centesimi, le lire intere erano un lusso. Quando si raggiunse il quorum per sborsare la prima rata e avere in consegna la macchina, sembrò che si fosse liberato il Santo Sepolcro. Quando poi lo stesso traguardo fu raggiunto dalla Casa di Roma ancora bambina, si scrisse con fierezza: «La macchina doveva andare ad un giornale liberale di New York, e invece è stata messa al servizio del vangelo e della salvezza delle anime».

Oggi la missione domiciliare è diffusa a macchia d’olio. Il Papa e i vescovi la incoraggiano. Don Alberione avviò questa tecnica settant’anni fa, suscitando perplessità e irritazione, mentre i parroci ne furono entusiasti quasi al 100%. Egli non mollava. Pubblicava insistentemente le lettere di permissione e d’incoraggiamento che arrivavano da vescovi e dignitari. Doveva piegare il ginocchio con tanti Deo gratias e non rare volte doveva rinunciare in certe zone. A cominciare dagli anni ’60 piovvero le richieste di gruppi di Figlie di San Paolo per evangelizzare Roma e altre metropoli.

Al congresso catechistico delle Figlie di San Paolo, celebrato ad Ariccia dal 23 al 26 luglio 1962 confidava loro: «Vedete che non mi ero molto spaventato di quello che dicevano nel 1925, nel 1930-40: queste suore sono giovani, vanno di porta in porta, dopo si pervertono, ecc. Non mi sono certamente impressionato di questo, perché contavo sulla grazia. E poi, quando si sta solamente dieci minuti con una persona, dieci minuti in una casa, per trattare la diffusione del libro o della collana, ecc. non si prendono le idee degli altri». Sostava sui minimi, di fatto il dialogo dei propagandisti lasciava il segno, si sa di casi in cui la breve conversazione aveva evitato suicidi e rimesso sulla retta strada giovani e adulti che se n’erano allontanati seriamente.

Sostiamo ancora un istante sul suo femminismo, che è una realtà molto forte. La teorizzò fin dal 1915 pubblicando il saggio, ristampato più volte col titolo La donna associata allo zelo sacerdotale, nel quale parlava esplicitamente d’un femminismo cattolico da promuovere. Promosse per le religiose, già nel 1933, studi ecclesiastici identici a quelli seminaristici, affidò loro la redazione di opere storiche e pedagogiche e di riviste di un certo tono. Mi pare interessante riferirmi a un paio di circostanze collegate con la costruzione del santuario romano della Regina degli Apostoli. Nella pala argentea dell’altare maggiore volle la rappresentazione dell’Ultima Cena.

In un primo momento aveva ordinato di scolpire nel bassorilievo argenteo la Madonna che scostava la cortina ed entrava, poi si contentò di rappresentarla mandorlata, orante mentre i commensali consumavano la Pasqua. Progettava di rappresentarla al Concilio di Gerusalemme, dove intervenne anche San Paolo, con la tesi dell’uguaglianza tra ebrei e gentili. Ancora più significativo è l’affresco della Predicazione di Gesù, eseguito da Antonio G. Santagata nella cupola maggiore. Accanto al Divino Maestro volle la Madonna che «lo assisteva nella predicazione». Non contento, ispirandosi a Luca 8,1-2, ordinò al pittore di aggiungere "altre donne". Ne aggiunse due, ma il Signore non ha accanto a sé nessun maschio. L’affresco è lì.

Il collegamento vitale profondo è quello dell’Eucaristia: «Voi siete nati dall’Ostia» usava dire, e di fatto l’origine carismatica di tutti i gruppi della Famiglia Paolina risalgono all’adorazione di quattro ore che il sedicenne seminarista Alberione fece nel duomo di Alba nella notte tra il 31 dicembre 1900 e il 1° gennaio 1901. Quando poteva aprire una cappella o costruire una chiesa, toccava il cielo col dito. Ebbe il permesso di aprire la prima nella Casa Madre il 29 giugno 1918. Fu una giornata memorabile. Il calice era stato offerto dalla signora Amalia Cavazzi Vitali di Barbaresco, una figura di donna di ammirabile dedizione, che veniva ad Alba quasi ogni giorno in calesse per correggere bozze, preparare manoscritti, accudire i ragazzi.

Usava deporre sul calice le intenzioni più importanti, sull’altare deponeva i manoscritti propri e quelli dei suoi figli/e perché il "Maestro eucaristico" li benedicesse e ne favorisse la diffusione. In occasione della processione del Corpus Domini lungo il percorso venivano depositati pezzi di macchine tipografiche, pile di libri e di giornali. Il primo numero dell’Unione Cooperatori Buona Stampa (novembre 1918) pronto per la spedizione, fu impilato nella cappella per la benedizione eucaristica, poi su un carrettino tirato a mano fu portato alla stazione. Una delle giornate più drammatiche della vita del beato Timoteo Giaccardo, fondatore della filiale di Roma, fu quella in cui un funzionario del Vicariato, dopo una visita a Via Ostiense, rifiutò il permesso per la cappellina, perché il locale era troppo povero. Chissà cosa avrebbe detto a Maria, se gli avesse chiesto l’autorizzazione a far nascere il Figlio di Dio in una stalla a Betlemme.

«Fedeli al Papa, e seguirlo!». È questo l’anacoluto più delizioso che ho incontrato nelle opere dell’Alberione. Ed è il titolo di un articolo pubblicato nel bollettino dei Cooperatori paolini del 15 novembre 1924. La venerazione nei confronti del Sommo Pontefice è stato uno degli aspetti più forti del suo carisma, al punto che insistette instancabilmente per ottenere l’autorizzazione al quarto voto, da parte della Società San Paolo: «Fedeltà al Romano Pontefice quanto all’apostolato». Questa impostazione di fondo deve coesistere con le leggi della professione, così come ordini e congregazioni ospedaliere debbono essere in regola con la professione medica, e quelle educatrici o culturali con la ricerca e l’aggiornamento, quelle missionarie con gli studi etnologici, storici, ecc. In caso contrario non si obbedisce alla vocazione. L’autonomia delle realtà terrene riempie la Bibbia, e nella Chiesa è stata sempre postulata, particolarmente nella Gaudium et spes e nell’istruzione pastorale Communio et progressio.

Tale coesistenza nei problemi comunicativi non è semplice come negli altri rami della pastorale. Don Alberione ha accettato tutti i rischi, ha fatto e esortato a fare tutti i sacrifici che essa comportava. Al 2 novembre 1956 risale una sua dichiarazione di principio che riproduco perché può essere preziosa per molti: «Le nuove difficoltà che ostacolano, oggi più che mai, il nostro apostolato del cinema, non sono per arenarlo, ma per avviarlo verso nuove conquiste. Non bisogna smarrirsi, ma pregare e puntare verso la nostra indipendenza di attività nella Chiesa, cercando di passare illesi tra goccia e goccia. Non so quando, né come, ma noi dobbiamo avere, e avremo sicuramente libertà di azione nella Chiesa, perché lo esige la nostra missione»

(Gli strumenti di comunicazione sociale nel pensiero del Primo Maestro,
Roma 1964, p. 38).

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