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NEI TRASFERIMENTI SONO COINVOLTI I PARROCI,
I VESCOVI E LA COMUNITÀ

    

   Vita Pastorale n. 4 aprile 1999 - Home Page Nel n. 1/1999, p. 25 di VP leggo la frase: «Se queste parole erano vere ai suoi tempi, prima del Concilio Vaticano II, quando i trasferimenti erano rari, esse sono ancor più attuali oggi che i trasferimenti "debbono" avvenire, "per regola", a scadenza fissa, ogni nove anni». Senza alcun giudizio sul resto dell’articolo, debbo osservare che la base da cui l’autore parte, cioè la frase qui trascritta, non è esatta. Non è vero, infatti, che i trasferimenti «debbono avvenire per regola». Anzi la regola dice il contrario. Il trasferimento è un’eccezione alla regola che sanziona la stabilità dell’ufficio di parroco. E ciò dopo il Concilio e in virtù di un canone del Codice del post-concilio. Il canone 522 è chiaro: Parochus stabilitate gaudeat oportet ideoque ad tempus indefinitum nominetur. Oportet non significa è opportuno, come con approssimazione si legge in alcune traduzioni; ma più correttamente è necessario, è conforme allo scopo.

«Il parroco è necessario che goda di stabilità, "perciò" sia nominato a "tempo indefinito"». Questo è il principio base, la regola. A questa regola il legislatore postconciliare fa seguire l’"eccezione"; ma è tanto rispettoso e fermo nella regola che l’eccezione non la propone lui, non se ne prende lui la responsabilità diretta. La demanda a quei vescovi che volessero introdurla, e a una condizione: i vescovi non da sé stessi possono stabilire l’eccezione (la nomina cioè ad tempus), ma solo se la loro Conferenza episcopale con decreto ha stabilito che il vescovo può fare la nomina a tempo determinato. Quindi, anche quando la Conferenza ha deciso in tal senso, è «in facoltà del vescovo» (=potest, non debet) fare le nomine a parroco a tempo determinato.

Dice infatti il secondo comma del canone: Ad certum tempus tantum ab Episcopo dioecesano nominari (parochus) potest, si id ab Episcoporum conferentia per decretum admissum fuerit (= «Il vescovo diocesano "può" nominarlo a tempo determinato "solamente" se ciò fu ammesso per decreto dalla Conferenza dei vescovi»). La Cei ha emanato il decreto, che non obbliga ma conferisce ai vescovi diocesani la facoltà di poter nominare parroci a tempo determinato (stabilito in nove anni). Il secondo comma del can. 522 costituisce perciò l’eccezione alla regola decretata nel primo comma che stabilisce il principio della stabilità del parroco; stabilità che il legislatore ritiene necessaria, più confacente, più conforme allo scopo della missione pastorale del parroco, a meno che nei singoli casi il vescovo diocesano non ravvisi, per il bene delle anime, che convenga la nomina ad tempus. Non il trasferimento per il trasferimento dopo un numero di anni. Un numero – 9 o un altro – non è criterio pastorale, non è per sé valido a derogare da una regola o a decretarla.

Come per ogni altro negozio, il numero da solo nulla dice se non è legato a un elemento o fattore umano, esistenziale o istituzionale. Ad esempio, per i vescovi il decreto conciliare non fissa una data, ma parla di età ingravescente: «...si ob ingravescentem aetatem aliamve gravem causam...» (CD 21). L’unico criterio sicuro da seguire sempre è il bene delle anime, che secondo il legislatore è maggiormente assicurato – nel nostro caso – dalla stabilità, tanto che ne ha fatto la regola. Anche di recente il Papa ha ricordato che «la finalità suprema dell’attività della Chiesa (cf can. 175) sta nella salus animarum» (cf Osservatore Romano del 22 gennaio p. 5). Il can. 1752 ricorda ai vescovi questo supremo principio della salus animarum, proprio a proposito dei trasferimenti dei parroci, esortando gli stessi vescovi ad avere «presente la salvezza delle anime, che "deve" sempre essere nella Chiesa la legge suprema».

Un vicario parrocchiale
    

Risponde mons. Cesare Battaglino.
Lo scrivente, Vicario parrocchiale, commentando l’articolo di VP del 1/1999, p. 25 ss., contesta l’interpretazione del can. 522 riguardante il trasferimento dei parroci indicato come «di dovere, per regola, a scadenza fissa, ogni nove anni». Inoltre sottolinea con dotta discettazione da manuale che nello spirito del legislatore la nomina "a tempo indeterminato" dev’essere la regola mentre quella "a tempo determinato" l’eccezione. Gli argomenti addotti sia d’ordine lessicale che di diritto hanno anche del vero poiché ad esempio l’espressione oportet tradotta dal Codice con "è opportuno" in verità può spaziare tra "conviene, è doveroso, bisogna, è opportuno" secondo i buoni dizionari.

Sono esercitazioni superate essendosi la Cei pronunciata, come previsto dal Codice, fissando il tempo determinato in nove anni e affidandone l’operatività alla scelta pastorale dei singoli vescovi per la loro diocesi. Le forzature in un senso o nell’altro non aiutano a cogliere il problema sia della nomina che del trasferimento dei parroci, che pure esiste, perché è quanto mai delicato ed è in grado di mettere in crisi i rapporti tra sacerdote e vescovo e, non dimentichiamolo, di ambedue con la comunità servita dal sacerdote, anch’essa soggetto e non solo oggetto di pastorale. Quante volte leggiamo nei documenti post-conciliari l’espressione «tocca alla comunità...», «la comunità si faccia carico...». La comunità di cui si parla non è una vaga e generica dizione, ma una "comunità di fedeli" che forma la parrocchia (can. 515), Chiesa locale nell’ambito della Chiesa particolare, con una sua storia, una sua identità da tenere presente e da coinvolgere nell’operazione di trasferimento del parroco ad altra mansione.

I rapporti d’ordine spirituale e non di funzionariato che nascono tra sacerdote e fedeli vanno tenuti in considerazione e per questo motivo alla comunità stessa si deve una spiegazione e una motivazione ispirata al servizio ecclesiale per non provocare ferite che lasciano il segno. Si tenga presente che ogni medaglia ha il suo rovescio. Ad esempio, la nomina ad tempus e i "nove anni" in questione sono il risultato di una benefica evoluzione storica, frutto del Concilio (PO 20), che ha portato al superamento del sistema beneficiale mutuato dalla società gerarchico-feudale dove la collazione del beneficio finiva per precedere e primeggiare sull’ufficio. La corsa alla titolarità dei benefici ha introdotto nella Chiesa, ripiegata sulla società del tempo, competizioni e arrivismi, guasti e simonie di ogni genere. Ma anche la stessa libera designazione del parroco da parte del vescovo così come il suo trasferimento, pur dopo averne accertato i requisiti secondo le indicazioni del can. 521, lascia ampi spazi alla discrezionalità e alla soggettività con possibili margini di errore «fino a lasciare il parroco in balia delle decisioni del vescovo» (Comunicationes 1982, p. 271).

Come uscirne? L’articolista di VP ricorda opportunamente le parole del card. Elia Della Costa, e siamo prima del Concilio: «Il trasferimento dei parroci è il più grande tormento del vescovo». Dopo il Concilio i termini del problema, dicono alcuni, sembrano essersi invertiti e il tormento sembra passato sul versante dei parroci coinvolti. Per grazia di Dio i rapporti tra le persone nella Chiesa non si risolvono solo in punta di diritto ma a un livello più alto dove la consapevolezza della comunione da conservare, la missione da promuovere in una Chiesa tutta ministeriale supera le leggi e i regolamenti, anche i meglio ispirati. Non si tratta perciò di una scacchiera con pedine e posti da coprire ma di persone cui affidare ministeri ecclesiali di grande rilevanza, decisioni che esigono l’ascolto delle persone e il dialogo sui problemi pastorali prima di giungere alle decisioni, il tutto in clima di autentica parresia, merce ancora rara negli ambienti ecclesiastici. La tentazione della fretta e delle decisioni a tavolino, spesso, crea più problemi di quanti ne risolva e lascia dietro di sé una coda di malumori che incrinano e a volte spengono la comunione. Dopo il Concilio il tormento del card. Elia Della Costa circa il trasferimento dei parroci è semmai accresciuto perché l’esercizio del ministero del discernimento nella designazione agli uffici e ai ministeri, ivi compreso il trasferimento dei parroci, affida al vescovo la solitudine dell’ultima parola.

Anche sull’altro versante, quello di chi è chiamato a dire di sì al vescovo, nascono problemi. La promessa di obbedienza al vescovo nel giorno dell’ordinazione sacerdotale ha un ruolo decisivo come scelta e come impegno di servire la Chiesa, ma è pure di grande aiuto al vescovo nella designazione agli uffici e ai ministeri nella Chiesa particolare. Tempo addietro si diceva che l’obbedienza non è più una virtù a condanna di una certa ubbidienza deresponsabilizzata, qualificata come pronta, cieca, assoluta, presente nella società e non di rado esaltata come virtù nella Chiesa. Non è degno dell’uomo consegnarsi nelle mani di altri uomini se non nella linea di una libera scelta di amore e di servizio. Se a Dio che chiama è d’obbligo come dice il Vaticano I l’ossequio della fede conforme a ragione (obsequium rationi consentaneum, DS 3009), alla Chiesa che chiama con la voce del vescovo il ragionevole ossequio si veste di dialogo, di paternità spirituale: il ministero della sintesi proprio del vescovo incontra la disponibilità del presbitero per una valutazione che lascia però al vescovo l’ultima parola. In questo contesto il presbitero ricorda e vive la promessa di "rispetto e di obbedienza" del giorno dell’ordinazione.
   

PASSATO E FUTURO

Capita spesso di leggere gli sfoghi dei confratelli che lamentano i ritardi della Chiesa nell’aggiornare leggi e strutture secondo le esigenze del momento. Eppure, quanto cammino si è fatto nell’ultimo secolo! All’indomani dell’unità d’Italia i vescovi, nelle loro relazioni ad limina, lamentavano "la deficienza di sacerdoti"! Non era tanto l’apostolato ad gentes a turbarne i sogni, quanto la difficoltà a riempire i quadri delle varie strutture, oggi quasi del tutto superate. Così nel 1886 il vescovo della nostra diocesi, a sud di Salerno, pur disponendo di 500 sacerdoti per 83 mila anime, segnalava la responsabilità di provvedere alle esigenze del Capitolo cattedrale: 4 dignitari, più 14 canonici, più 6 mansionari, più 6 cappellani. Poi c’erano le parrocchie, il seminario, la curia, una vicaria autonoma...

Il Bollettino diocesano evidenzia il cammino percorso nel campo della pastorale e dei rapporti interpersonali nel periodo fra le due guerre mondiali. Il vescovo dell’epoca, persona culturalmente preparata, ma rigida con i suoi collaboratori, solo "per benevola concessione" e dopo regolare concorso "si degnava" di nominare o di trasferire i parroci. Frequenti le sospensioni a divinis; ridotto il rispetto per il sacerdote come persona e come consacrato! Per l’abilitazione a predicare come per confessare e allontanarsi per ferie, per cure... occorrevano domande e attestati di varia natura! Il clima fascista si respirava anche nelle nostre strutture: «Non è giusto», scriveva il buon vescovo del tempo, «abbandonarsi a sollazzi, svaghi e sperperi, quando i nostri soldati combattono per conquistare nuove terre al genio italico, abolitore di schiavitù e portatore di civiltà! Vogliamo l’espansione coloniale per dare pane e ricchezza alla nostra amata Italia...».

Quando si volle celebrare il primo Sinodo diocesano, tutto avvenne in due giorni: i sacerdoti furono mobilitati per partecipare alla sfilata in cattedrale «con le insegne del proprio grado»! Dopo l’exeat, rivolto ai fedeli per acuire il senso del mistero, e dopo l’affermazione di principio: «Il vescovo è l’unico legislatore», la lettura di quanto era già stato stabilito e stampato! Oggi i Sinodi durano anni per coinvolgere le varie realtà ecclesiali e camminare insieme verso l’avvenire!... Come si evolverà la vita ecclesiale nel prossimo secolo? Nessuno può dirlo con sicurezza! È certo però che la struttura organizzativa di supporto all’annunzio del vangelo dovrà adeguarsi alle mutate situazioni socio culturali, conseguenti all’affacciarsi di tanti popoli e di categorie sinora ignorate alla ribalta della storia. La nostra generazione può intuire qualche cambiamento probabile, ma le trasformazioni future, purtroppo, interessano i più giovani!

don Giuseppe Ippolito
San Rufo (Sa)

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