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PERCHÉ L’ALTARE SI PREFERISCE DI PIETRA?
    

   Vita Pastorale n. 4 aprile 1999 - Home Page Ho un altare di marmo rivolto verso il muro e siccome voglio sempre tornare all’origine, per trovare l’acqua limpida della sorgente della verità, ho fatto costruire dal falegname un altare di legno, rivolto verso il popolo, perché Gesù celebrò la sua prima Santa Messa su un tavolo di legno. Alcuni confratelli mi hanno fatto osservare che non posso celebrare su un altare di legno, ma debbo celebrare su un altare di marmo. Sono rimasto perplesso e perciò vorrei una risposta da voi. «Se Gesù Cristo ha usato un tavolo di legno, perché io non posso usarlo...?».

Vorrei sapere inoltre perché non si possono usare come ornamento nella chiesa i fiori artificiali, ben fatti, di seta e plastica? Io personalmente sono contrario ai fiori naturali, perché non voglio che siano tagliati i fiori dei campi, perché li vedo poi agonizzare piano piano. Non disse Gesù: «Guardate i gigli nei campi...»? Non è meglio lasciarli nel loro ambiente naturale?... Un’ultima domanda: non sarebbe meglio usare le candele elettriche, invece delle candele di cera?... Siamo nel 2000 e ora nessuno, al di fuori della chiesa, usa quel lume... Non bisogna aggiornarsi?

don Angelo Romanelli
Cicerale (Sa)
    

Risponde p. Rinaldo Falsini.
A
queste domande per la loro "esiguità" converrebbe forse una risposta privata, ma poiché rivelano un atteggiamento individualistico e parziale non del tutto raro, abbiamo pensato di invitare a una riflessione di "aggiornamento" anche il nostro lettore che si dichiara "un parroco all’antica" ma che è convinto di essere al passo con i tempi. L’appello al vangelo, o se vogliamo, il confronto del nostro attuale comportamento con le parole del Signore è frutto del concilio nel quale la Chiesa ha riscoperto appieno il valore della parola di Dio e si è posta sotto, non al di sopra, della medesima per rispondere alla sua vocazione e missione. Ma per il singolo cattolico l’appello "diretto" per ogni questione che non ci tocca nell’intimo o personalmente non può prescindere dalla Chiesa. Questa non può essere scavalcata, a meno che non si voglia passare al protestantesimo. La Bibbia è stata consegnata alla Chiesa e dalla Chiesa noi la riceviamo. La Chiesa rimane dunque la "mediazione" o almeno l’interprete legittima, tutta la Chiesa che nel caso si esprime particolarmente nella sua gerarchia o magistero. Non è detto però che si debba aspettare il suo intervento con atteggiamento passivo, anzi si può e si deve sollecitare, se è il caso, ma non ci è consentito ergerci a interpreti autonomi, passando magari subito agli atti.

Ma mi pare assai strano che ci si appelli per questioni marginali, come per esempio la tavola invece del convito, con il comando «prendete e mangiate, prendete e bevete», trascurando il calice e le ricche parole che l’accompagnano ed escludendo in via ordinaria i laici dalla comunione al medesimo. Il racconto della cena è un paradigma sul quale ci si deve specchiare e con il quale confrontarsi in continuazione.

Per un sacerdote poi il passaggio immediato all’attuazione di un singolare comportamento a proposito della celebrazione è doppiamente censurabile perché egli non è padrone del rito ma il custode, non è un "altro" Cristo ma un suo "ministro" a favore del suo popolo e inscindibilmente "ministro" della Chiesa – agisce a nome di ambedue – scelto e delegato dalla medesima perché assieme, quale presidente dell’assemblea, proceda alla celebrazione eucaristica. Ogni gesto fantasioso, personale e autonomo non ponderato né confrontato che viene a turbare visibilmente l’equilibrio e l’armonia della celebrazione e la sensibilità dei fedeli non è tanto una disobbedienza (su cui nel passato si è tanto insistito) quanto un’invadenza impropria, una violazione, in ogni caso una scorrettezza. Questo non mi pare moralismo, ma rispetto delle competenze e delle persone. Esiste d’altra parte un buon margine di libertà (che i fedeli a volte criticano perché non conoscono) e un "dovere" di adattamento di cui troppi sacerdoti non tengono conto.

Infine brevemente ai singoli elementi. La "tavola" dell’ultima cena ha conosciuto un’evoluzione a cominciare dal terzo secolo con il concetto di "altare" del sacrificio e con la scelta della "pietra" suggerita dalla frase allegorica di Paolo che «la pietra era Cristo» (1 Cor 10,4) – così in tutte le chiese – assieme all’idea di Cristo «pietra angolare» (1 Pt 2,4). La legislazione attuale (Principi e Norme del Messale, nn. 259-267) è molto blanda e non esclude l’uso dell’altare di legno sia pure occasionalmente. Si ricordi che l’altare rappresenta Cristo e rimane il cuore, il centro delle nostre chiese: venerato in Occidente fino al sec. XIII e anche oggi in Oriente.

Sui fiori artificiali è in gioco la verità e la genuinità delle cose. Nessuno pensa di offrire a una signora un mazzo di fiori artificiali. Simpatica la sua sensibilità per i fiori: perché non usarla per altri simili prodotti della terra? Sulle candele non è questione di "luce" – e questo fin dall’inizio – ma di onore, di omaggio. Che freddezza in quelle lampadine elettriche e quanta ricchezza "simbolica" nella candela che lentamente si consuma e riscalda! Le suggerisco di leggere un meraviglioso libretto di Romano Guardini, I santi segni, edito dalla Morcelliana di Brescia. Guai se viene a mancare un po’ di poesia e di bellezza, un tocco di arte e di armonia nelle nostre celebrazioni tanto appiattite!
   

COLPA DEI FEDELI O DEI SACERDOTI?

«Padre, devo pagare la messa», «Padre devo ordinare la messa», «Quanto le devo?». Ecco le parole che i sacerdoti sentono spesso in sacrestia dopo aver celebrato una messa in suffragio d’un defunto. Queste espressioni si sentono di più prima e durante il mese di novembre dedicato alla commemorazione dei fedeli defunti; in quel periodo si osserva negli uffici parrocchiali una corsa frettolosa per "ordinare le messe" o prenotarle. Qui si pone un problema serio di comunicazione tra sacerdoti presidenti delle celebrazioni liturgiche e fedeli partecipanti: le due categorie non usano più lo stesso linguaggio. Infatti ogni settore della vita umana possiede il suo linguaggio: esiste, il linguaggio medico, il linguaggio del commercio, il linguaggio religioso...

Dunque il linguaggio liturgico ecclesiale subisce l’influsso del consumismo moderno. Esso usa il linguaggio religioso per colpire i destinatari; basta vedere quanto la pubblicità televisiva sfrutta le risorse bibliche e liturgiche: angeli, demoni, paradiso, inferno, preti, frati, suore... tutto serve per pubblicizzare il caffè, un telefonino, una bella macchina... L’influsso reciproco tra linguaggio pubblicitario e religioso contribuisce a banalizzare le cose sacre. Infine si ordina una messa come si ordina una cura medica in ospedale o un caffè al bar.

Anche se la Chiesa italiana cerca di accedere al Terzo Millennio promuovendo l’opera della nuova evangelizzazione con l’uso professionale dei mezzi di comunicazione sociale, questo non toglie ai sacerdoti, operatori pastorali, catechisti parrocchiali di combattere l’ignoranza dei fedeli nella formazione catechistico-liturgica, determinante per la maturazione della fede. Quest’impegno porterà i fedeli a stabilire da soli le frontiere tra il linguaggio commerciale e quello sacro liturgico. Per non lasciar affogare il popolo di Dio nell’analfabetismo liturgico, occorre scrutare i segni della speranza nel mondo di oggi.

Possiamo affermare con certezza che nel fondo del cuore la gente è consapevole che non esiste una messa a pagamento. La parola offerta potrebbe rendere meglio il senso della gratuità che va oltre le tariffe ufficiali e oltre i gesti eclatanti di beneficenza. Ricordiamo come Gesù ha esaltato l’obolo della vedova equivalente a due spiccioli (Lc 21,1-4). L’importante è dare col cuore, non importa la quantità del denaro, quando si tratta di rendere grazie a Dio che ci ha donato gratuitamente il suo Figlio Gesù, morto e risorto per ciascuno di noi.

don Emmanuel Gasana
Bracciano (Rm)

   
Risponde don Silvano Sirboni.
Non c’è dubbio: le citate espressioni che accompagnano solitamente l’offerta (o la tariffa?) per la celebrazione della messa sono più adatte in un mercato che non in chiesa. Ma di questo linguaggio sono forse colpevoli i fedeli? Non è piuttosto colpa di una prassi che è invalsa in un particolare contesto storico della vita della Chiesa (che non sarebbe corretto giudicare con la mentalità di oggi), e che è stata conservata e favorita in seguito dal clero e che oggi persiste con giustificazioni che non sono più accettate e comprese, per quanto rivestite di devote espressioni? Da tempo l’argomento ritorna puntuale alla ribalta, suscitando dibattiti assai più vivaci di quanto non si faccia per problematiche pastorali più importanti (per una trattazione più completa dell’argomento rimando ai nn. 1, 4 e 6/1991 di VP).

Per quanto riguarda l’offerta per la messa il diritto canonico precisa che bisogna «tenere assolutamente lontana anche l’apparenza di contrattazione e commercio» (can. 947). Il decreto Nos jugiter (1991) cerca di andare incontro alla nuova sensibilità indicando nuove prospettive e permettendo messe con intenzioni comunitarie, pur con prudenti restrizioni per evitare lo scandalo da una parte e la tentazione di lucro dall’altra (cf art. 2). Eminenti giuristi hanno più volte ribadito che il rapporto ex iustitia che obbliga in coscienza a celebrare una sola messa per una sola intenzione nasce unicamente dalla proposta e dall’accettazione bilaterale di questo sistema (cf in particolare VP 1/1991, p. 11; 6/1991, p. 26). Sistema che, sebbene con prudenza e tatto, può e deve essere cambiato, specialmente in Italia dove vige un sistema per il sostentamento del clero che non si aggrappa più ai cosiddetti "diritti di stola". In breve, la normativa della Chiesa ha aperto nuovi orizzonti a questo riguardo e la nostra gente, anche quella poco praticante, da tempo testimonia verso la Chiesa una generosità che va oltre le "tariffe".

Non si tratta quindi di continuare a dare contorte spiegazioni (come sembra prospettare l’autore della lettera) per giustificare le "offerte" in occasione dei sacramenti, come si diceva un tempo. Si tratta invece di porre dei gesti chiari e concreti che, oltre al rispetto per la vera natura della messa e degli altri sacramenti, rivelino anche la gratuità del servizio evangelico e il totale e personale distacco dal denaro da parte del clero. I gesti comunicano molto più che non le parole. Il popolo di Dio rimane profondamente disgustato e deluso di fronte a certe controtestimonianze riguardo al denaro, ma si apre alla più grande generosità di fronte alla chiara testimonianza della carità e dell’impegno per la carità.


LA DONNA NELLA CHIESA

Ho letto con piacere e profitto, e non senza addirittura stupirmene, l’articolo "Dio Padre secondo le donne" comparso sul numero di marzo, e ho constatato una volta ancora quanto poco noi preti conosciamo questa "metà del cielo". Le donne, per struttura psicologica, sono più "religiose" dell’uomo; collaborano con la parrocchia con maggior generosità e dedizione del maschio; risultano più concrete nell’individuare obiettivi ma... che cosa davvero pensino, sentano e vivano, il più delle volte ci sfugge. E dire che sono la fascia più rilevante del nostro gregge!

Mi piacerebbe quindi che si moltiplicassero su "Vita" i loro interventi, in ordine certo alla Scrittura e alla Liturgia, ma anche al costume, alle tematiche quotidiane della vita familiare e a quelle più drammatiche che interpellano la coscienza umana: dal concepimento eterologo, alla pedofilia, all’eutanasia... Proprio per incontrarle sul loro terreno, esserne aiutati e aiutarle con qualche piccola competenza in più.

don Dino Airoldi
Arona (No)
    

Solo con le donne, nei loro riconosciuti ruoli, la Chiesa continua a essere quella del Calvario: un uomo, Giovanni, e poi le donne. Nessuno si sogna di contestare un fatto così evidente. Eppure, a livello decisionale, la donna non è stata mai presa in seria considerazione. Oggi l’ondata rosa sembra inarrestabile: nessuno riuscirà più a tenerle fuori della porta.
   

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