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Gaudium et spes - Rileggiamo il Vaticano II in attesa del Giubileo

La laicità e la concretezza...

di ROSARIO F. ESPOSITO
      

   Vita Pastorale n. 4 aprile 1999 - Home Page

La comparsa sulla scena conciliare dello "Schema XIII", che si trasformò nella "Gaudium et spes", suscitò entusiasmi incredibili nel mondo laico. Un giornale americano scriveva: «Mai prima d’ora, nei duemila anni di storia della Chiesa, un Concilio ecumenico aveva trattato dei problemi di vita quotidiana». Le tesi di teologia, morale, liturgia ed ecclesiologia cedettero il posto all’economia, alla politica, alle angosce e aspirazioni dei diseredati e affamati. L’Aula Vaticana fu sommersa da argomentazioni che un tempo restavano piuttosto circoscritte nei santuari che contano: le università, i consigli d’amministrazione, le banche, i laboratori di analisi e futurologia. Alla fine la GS fu approvata quasi all’unanimità.

Tutto il Concilio, dalla A alla Z, è una novità, ha rappresentato una svolta nella storia della Chiesa. Ma la GS è la novità per eccellenza, perché ha chiuso per sempre quello che potremmo chiamare il discorso ad intra della comunità cattolica, per portarlo effettivamente "sui tetti", e anche nelle case e nelle baraccopoli. I concili precedenti si erano invariabilmente occupati di dispute teologiche, rigorosamente riservate agli addetti ai lavori: tesi da arricchire, limare, migliorare, sulle quali il mondo laico non aveva nulla da dire, perché né veniva interpellato, né sentiva il bisogno di interessarvisi. I due mondi erano due parallele destinate a non incontrarsi mai. È vero, c’era stata l’eccezione di Efeso, ma, a parte il fatto che confermava la regola, in quel caso i teologi, con a capo san Cirillo d’Alessandria, avevano rinfocolato lo slancio espansionistico egiziano contro quello dell’Asia Minore, Antiochia in particolare.

Quando entrò in cantiere, nel 1965, lo Schema XIII, dopo che il mondo aveva fatto il pieno delle meraviglie, partecipando a dispute ignorate nel passato, come quella del dialogo interconfessionale o degli strumenti della comunicazione sociale, si trovò di colpo coinvolto in discussioni che riguardavano decisamente, anzi esclusivamente, le realtà mondane. Il Daily American lo scriveva il 21 ottobre: «Mai prima d’ora, nei duemila anni di storia della Chiesa, un Concilio ecumenico aveva trattato dei problemi della vita quotidiana». E il Novedades di Lisbona applicava la lezione delle sessioni precedenti prevedendo con brillantezza il cammino che la cristianità avrebbe dovuto percorrere in questa nuova prospettiva: «Dobbiamo dialogare con i nostri compagni di lavoro quotidiano e per questo l’apostolato dei cristiani dev’essere generoso e disciplinato, senza calcoli e senza limiti, sorretto da profonda persuasione interiore, ma senza pretesa di forzare la libertà personale, tesoro inalienabile che lo stesso Iddio vuole rispettato».

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Sono trascorsi più di trent’anni, il tempo è maturo perché nel nostro tentativo di bilancio lasciamo da parte qualsiasi preoccupazione, e tracciamo in piena serenità le grandi linee dell’Esodo. Nell’ultimo periodo conciliare la Chiesa si rivelò pronta a liberarsi dalla schiavitù d’Egitto. I condizionamenti più immediati, che per ragioni di metodo conglobiamo in tre fenomeni carichi di tensioni e di strascichi ereditari, sono stati sufficientemente delineati e documentati dalla storiografia. Ci teniamo a notare che sottintendiamo le difficoltà esteriori, soprattutto quelle delle guerre, come pure gli eccessi dei riformatori e la repressione delle autorità ecclesiastiche; tutto del resto è abbastanza noto. Si tratta della zavorra che nella GS, più chiaramente che negli altri documenti conciliari, viene decisamente gettata in mare. Essa può essere ricapitolata in alcuni grandi filoni:

1) Il modernismo. In certo qual modo può essere collegato con l’istanza riformatrice che parte da Rosmini, Lamennais, Hirscher, Bonomelli ecc., e attraverso numerosi filoni culturali esplode al tramonto del pontificato di Leone XIII e con san Pio X raggiunge toni drammatici. L’apertura alle esigenze del nuovo secolo trova un ascolto eccellente in larghi strati del clero e del laicato colto. Nulla fu preso in considerazione, era proibito vederci chiaro, la repressione fu attuata in maniera indiscriminata, nell’illusione che bastasse eliminare ogni ricerca perché i problemi si risolvessero per dissoluzione interna.

2) La centralizzazione. Negli anni successivi, particolarmente durante il pontificato di Pio XI, l’istanza prevalente fu quella della coesione e della disciplina, a spese dell’inventiva e della ricerca di nuove vie in rapporto al superamento del clericalismo e alla ricerca del dialogo con le realtà del mondo. L’autoritarismo che si affermò nei regimi assoluti d’Italia, Germania, Spagna e altri paesi, si affermò anche nella Chiesa.

3) Il nuovo antimodernismo, che ha il documento-principe nell’enciclica Humani generis di Pio XII (1950), in forza della quale gli intellettuali cattolici che impostavano il rinnovamento e l’aggiornamento furono allontanati dalle cattedre e dalle dignità, per essere richiamati da Giovanni XXIII, col quale il mutamento di rotta ecclesiale si affermò soavemente e irreversibilmente, nella preparazione e nella celebrazione del Concilio. Molti di essi figurano tra gli autori della GS, in cui si nota la pesante assenza del p. Teilhard de Chardin: i cardinali Congar, Daniélou e Pavan, gli ecclesiastici che ebbero un ascolto eccellente: tra gli altri Häring, Grillmaier, Schillebeeckx, Semmelroth, Labourdette, Tucci, Sigmond, Ferrari-Toniolo, Riedmatten, Lio, Klostermann, e tra i laici Vanistaendel, Baas, Duboit-Dumée, Folliet, Veronese.

Coscienti della sommarietà dell’affermazione, che avrebbe bisogno di accurate distinzioni, possiamo dire che il grosso delle tesi riformiste e di quelle moderniste, purificate dai loro eccessi, venne accolto nell’Aula vaticana. Qualcuno inventò una formula pittoresca non priva di verità: "Il Reno è sfociato nel Tevere". I patrimoni più rilevanti che la GS assimilò sul piano teologico sono la dimensione storica e quella pastorale, mentre dal punto di vista filosofico vengono aperte le braccia all’esistenzialismo, al personalismo e all’universalismo. I termini più interessanti, che furono liberati dall’interminabile e ormai intollerabile anticamera, sono: l’angoscia, i mutamenti, le aspirazioni, la dignità umana, la competenza, la politica, il dialogo, la discriminazione, l’interdipendenza, ecc.

L'assenza più qualificante e consolante è quella del clericalismo in tutte le sue possibili accezioni, implicite o esplicite. Altra assenza significativa: l’apologetica con la sua figlia inseparabile, la strumentalizzazione. La costatazione non ebbe bisogno di raccomandazioni, gli osservatori lo notarono a occhio nudo. A questo proposito è interessante la valutazione del quotidiano cattolico La Croix, che lo ribadiva subito dopo la prima lettura dello schema: «Non ha solo l’intento di studiare i problemi fondamentali dei nostri giorni. Esso intende definire in modo più ampio l’atteggiamento della Chiesa di fronte al mondo e l’azione in esso di ogni cristiano. I temi trattati sono brucianti, ma il tono del documento resta quello di un testo conciliare. Non si tratta insomma di una presa di posizione paragonabile a quella di un organismo politico».

I valori della laicità vengono assunti con coraggio e libertà di giudizio, anche quelli che più specificamente risalivano all’illuminismo e alla Rivoluzione francese, soprattutto la libertà, l’autonomia delle realtà terrestri, la fraternità alla quale dedicherò un apposito scholion. L’umiltà e il coraggio non solo s’incontrarono, ma – come era accaduto per Giovanni XXIII – si abbracciarono (cf Sl 84,119) e insieme tirarono la carretta della storia cioè si cinsero i fianchi per lavare i piedi dell’umanità e riempire lo stomaco degli affamati. Cominciava una vita nuova.

L'incontro tra Paolo VI e il patriarca Atenagora I in Vaticano, nel 1967.
L'incontro tra Paolo VI e il patriarca Atenagora I in Vaticano, nel 1967.

Il testo della GS presenta un’altra novità importante: il linguaggio, che esce decisamente dalla sagrestia. Anche i temi più fortemente implicati nella teologia parlano una lingua laica ed escludono il paternalismo esortativo che non è mai stato gradito fuori della cerchia degli addetti ai lavori. Gli stessi apporti contenutistici oltre a pervenire da tutti i continenti, accoglievano le consulenze degli uomini, delle donne, delle religiose, che nell’Aula avevano appena inaugurato come "uditrici" il loro ingresso nell’ecclesialità. Pure i non cattolici furono investiti della collaborazione, e la diedero abbondantemente. Sostanzialmente i Padri furono favorevoli alla GS, ma l’opposizione allo schema e all’iter conciliare fu molto dura. Emersero i rappresentanti della cosiddetta Scuola Romana, cioè la staticità istituzionalizzata, composta dai docenti degli Atenei pontifici, con interventi molto ostici da parte dei cardinali Ottaviani, Cento, Ruffini, Felici e seguaci.

Col trascorrere del tempo, sotto il martellamento dell’informazione globale, effettuata da operatori cattolici e laici, la validità delle scelte conciliari vinse le resistenze conservatrici. La votazione finale vide soltanto 75 no e 7 voti nulli su un complesso di 2.391 votanti.

La panoramica del documento, articolata in nove capitoli più due proemi, dimostra che gli argomenti un tempo abbandonati al "braccio secolare" delle università e dei grandi organismi politici, finanziari, e sociologici, avevano fatto il loro ingresso quasi trionfale e, ormai non esistono dubbi in proposito, definitivo, sotto le volte della Basilica Vaticana e delle cattedrali e cappelle del mondo, piccole o grandi che fossero.

La prima parte della GS è intitolata "La Chiesa e la vocazione dell’uomo". Il vocabolo "vocazione" viene declericalizzato, cioè sottratto all’esclusiva dell’iniziazione seminaristica e claustrale, per essere applicato all’ambito creazionale e all’essenza della natura umana. Il capitolo I si occupa della dignità dell’uomo; il II della convivenza umana, alla quale viene dato il titolo suggestivo di "comunità", a sua volta sottratto all’accezione puramente confessionale; il III parla dell’attività dell’uomo nell’universo, cioè impostato, ancora una volta, nella cornice creazionale, nel progetto divino eterno al quale la comunità umana è chiamata a collaborare; il IV entra nel vivo dell’ecclesiologia, occupandosi della missione della Chiesa nel mondo contemporaneo, al riparo da nostalgie, e impregnato di concretezza e futurologia.

La seconda parte è dedicata ad "alcuni problemi più urgenti": la Chiesa s’immerge nel cammino dell’umanità, e dà la netta impressione di sentire quasi sul collo il suo fiatone, perciò sente urgere la fretta di delineare i problemi e di impostarne la situazione. Il capitolo I è intitolato "dignità del matrimonio e della famiglia e sua valorizzazione"; il II si occupa della promozione e progresso della cultura; il III è dedicato alla vita economico-sociale; il IV alla comunità politica; il V alla promozione della pace e alla comunità dei popoli. La conclusione si articola in tre punti: i compiti dei singoli fedeli e delle Chiese particolari, il dialogo fra tutti gli uomini, un mondo da costruire e da condurre al suo fine.

La presenza del messaggio di Paolo VI nella GS è forte e costante. In alcuni tratti sembra di leggere alcuni discorsi pontifici o l’enciclica programmatica Ecclesiam suam, promulgata l’anno precedente, il 6 agosto 1964. Così, a proposito del dialogo, il documento scrive al n. 92: il dialogo «richiede che innanzitutto nella stessa Chiesa promuoviamo la mutua stima, il rispetto e la concordia, riconoscendo ogni legittima diversità... Sono più forti infatti le cose che uniscono i fedeli che quelle che li dividono; ci sia unità nelle cose necessarie, libertà nelle cose dubbie, e in tutto carità». E ancora, sempre nello stesso paragrafo: per quanto ci riguarda, «il desiderio di stabilire un dialogo che sia ispirato dal solo amore della verità e condotto con la opportuna prudenza da parte nostra, non esclude nessuno: né coloro che hanno il culto di alti valori umani, benché non ne riconoscano ancora la sorgente, né coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in diverse maniere».

Padre Pierre Teilhard de Chardin.
Padre Pierre Teilhard de Chardin.

I teoreti della comunicazione e della sociologia più avanzata da un pezzo portavano avanti il discorso relativo all’aspirazione di tutti gli uomini ad assidersi al convito dello sviluppo e dell’informazione. La GS coglie questa realtà fin dall’esordio: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, come pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (n. 1).

Questo filo d’argento percorre tutta la filigrana del documento. Così nel n. 9, immedesimandosi soprattutto con le istanze economiche e finanziarie, e con le aspirazioni delle donne, che raramente avevano trovato spazio nei documenti ecclesiali, i Padri scrivono: «I popoli attanagliati dalla fame chiamano in causa i popoli più ricchi.

«Le donne rivendicano, dove ancora non l’hanno raggiunta, la parità con gli uomini, non solo di diritto, ma anche di fatto. Operai e contadini non vogliono solo guadagnarsi il necessario per vivere, ma sviluppare la loro personalità col lavoro e prendere la loro parte nell’organizzazione della vita economica, sociale, politica e culturale. Per la prima volta nella storia umana, i popoli sono oggi persuasi che realmente i benefici della civiltà possano e debbano estendersi a tutti».

Il punto è questo: queste espressioni, e tutta la GS, in diversi momenti richiama alla mente i grandi documenti della rivoluzione sociale, e lo stesso "Manifesto del Partito Comunista". Ma per il fatto che il Concilio parte dalle altissime cause e si aggancia alla trascendenza, gli ottiene una credibilità sulla quale non è possibile esprimere dubbi, ma solo verificare se queste prospettive negli anni del dopo-Concilio hanno ottenuto sviluppo e applicazione. È su questa verifica che si gioca il futuro della Chiesa, anzi delle Chiese, perché sarebbe fuori luogo limitare ai confini della cattolicità una maturazione di queste proporzioni.

Tra i tanti altri argomenti che meriterebbero di essere rievocati dobbiamo fare una scelta. Ricordiamo il matrimonio, la cui dignità e santità viene presentata con larghezza di tematiche. I suoi fini tradizionali vengono illustrati alla luce dell’esperienza e della lunga maturazione teorica. Una riflessione più approfondita mi pare sia opportuno dedicarla a quella che in seguito verrà chiamata la paternità responsabile e la programmazione familiare. La GS ribadisce la «generosa, umana e cristiana responsabilità» dei coniugi, e manifesta il proposito di divisione dei compiti tra l’autorità ecclesiale e la coppia.

Nel n. 50 è detto che essi adempiranno i doveri connessi alla fecondità «con riverenza verso Dio, con riflessione e impegno comune, si formeranno un retto giudizio, tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli... e infine salvaguardando la scala dei valori del bene della comunità familiare, della società temporale e della stessa Chiesa». Il Concilio elimina ogni ingombro dalla strada della coppia, anche se poi mitiga la propria generosità: «Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi», anche se non devono agire arbitrariamente, ma restando sempre «retti da una coscienza che sia conforme alla stessa legge divina, docili al magistero della Chiesa, che in modo autentico quella legge interpreta alla luce del Vangelo».

Se la visione della GS è imbevuta "della gioia e della speranza" nei confronti della persona e della collettività, il realismo non resta tuttavia assente. In questo senso, la visione della nascita e della crescita della vita deve fare i conti con la sua cessazione. La morte viene definita «l’enigma della condizione umana (che con essa) diventa sommo» (n. 18), soprattutto «per il timore che con essa tutto finisca per sempre». Un primo cammino è aperto dal cosiddetto argomento psicologico, che però s’imbatte contro il muro dell’impotenza: «Il germe dell’eternità che l’uomo porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a colmare le ansietà dell’uomo: il prolungamento della longevità biologica non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore che sta dentro invincibile nel suo cuore». Interviene allora la fede, che apre l’anima alla speranza e al dialogo con i trapassati. Ma l’enigma resta tale, l’angoscia non è eliminata.

In questo documento ci sono tornanti di grande profondità, che hanno suscitato sviluppi gravidi di conseguenze. I mea culpa che si sono succeduti negli ultimi trent’anni, particolarmente nei vent’anni del pontificato di Giovanni Paolo II, vi trovano formidabili dichiarazioni di princìpio. Il più suggestivo è nel n. 36, largamente familiare pure ai lettori più profani. Riguarda l’autonomia delle realtà terrene, che traggono la loro legittimità e il loro dinamismo dalla volontà creatrice di Dio, e perciò sono inviolabili. Il documento riconosce che nella Chiesa questa inviolabilità è stata disattesa, e ha dato luogo al deprecabile conflitto tra scienza e fede. Con riferimento al processo di Galileo, la Costituzione pastorale scrive che «chi si sforza con umiltà a scandagliare i segreti della realtà, anche senza avvertirlo, viene condotto dalla mano di Dio... A questo punto ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali che talvolta non mancano nemmeno tra i cristiani, derivati dal non avere sufficientemente percepita la legittima autonomia della scienza, e che, suscitando contese e controversie, trascinarono molti spiriti a tal punto da ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro».

Il teologo Yves Congar.
Il teologo Yves Congar.

La sfida ateistico-sistematica. Gli articoli 20-21 si occupano dell’ateismo, uno dei drammi più dolorosi del nostro tempo, che in quanto sistema filosofico trasformato in organizzazione politica e statale, era stato reso obbligatorio e dittatoriale in tutte le nazioni in cui il marx-leninismo aveva preso il potere, cioè nell’Est europeo, nella Cina e in molte altre nazioni asiatiche e latino-americane. Il nucleo di questa ideologia può essere indicato nel sillogismo del nihilista russo Michaìl Bakunin: – «Se Dio esiste, l’uomo non è libero, – ora l’uomo è libero, – dunque Dio non esiste». È l’inversione del famoso argomento logico di sant’Anselmo d’Aosta: «Ciò di cui nulla si può immaginare più grande non può esistere solo nell’intelletto, perché in tal caso qualsiasi esistente nella realtà sarebbe superiore; esiste dunque anche nella realtà; questo Ente Supremo si chiama Dio; perciò Dio esiste».

A parte questi richiami di ordine storico, l’ateismo comunista era una realtà spaventosa, che provocava oppressione e persecuzione religiosa sanguinosa e oppressiva. La Costituzione pastorale prende in esame il fenomeno, riafferma la tesi dell’inammissibilità della limitazione dell’uomo nei propri confini psicologici e storici, e della libertà insita nella trascendenza: «La Chiesa, dice, si sforza di scoprire le ragioni della negazione di Dio, che si nascondono nella mente degli atei; consapevole della gravità delle questioni suscitate dall’ateismo e mossa da carità verso tutti gli uomini, ritiene che esse meritino un esame più serio e profondo» (n. 21). Il superamento del triste fenomeno sarà effettuato dagli studi, dalla esemplarità della vita dei singoli e della comunità ecclesiale, che renderà quasi visibile la presenza divina nel mondo.

La Chiesa respinge ogni forma di discriminazione fra credenti e atei, applicando la regola della carità verso tutti. Nel numero già citato è detto: «La fede deve manifestare la sua fecondità col penetrare l’intera vita dei redenti, anche quella profana, col muoverli alla giustizia e all’amore specialmente verso i bisognosi. A rivelare la presenza di Dio contribuisce infine moltissimo la carità fraterna dei fedeli, che, unanimi nello spirito, lavorano insieme per la fede del Vangelo e si mostrano quale segno di unità» (ivi).

La GS ha avuto il coraggio dell’imperfezione. Nelle pagine conclusive pur professando la volontà ecclesiale di rispondere alle istanze dell’umanità nella loro visione completa, confessa: «Volutamente, dinanzi alla immensa varietà delle situazioni e delle forme di civiltà, questa presentazione non ha, in numerosi punti, che un carattere del tutto generale; anzi, quantunque venga presentata una dottrina già comune nella Chiesa, siccome non raramente si tratta di realtà soggette a continua evoluzione, la proposizione della dottrina dovrà essere continuata ed ampliata» (n. 91).

Nel radiomessaggio natalizio del 1965 Paolo VI commentando il documento conciliare non perdette l’opportunità di ribadire la disponibilità ecclesiale al servizio: «La Chiesa non si pone a confronto, ma riconosce volentieri, incoraggia, benedice i grandi valori della vostra cultura e del vostro progresso; ella non ha alcuna ambizione di dominio, né di ricchezza; se una cosa chiede, è la libertà per la sua fede interiore e la libertà di darne l’annuncio esteriore; ma ella non si impone ad alcuno, anzi vuole che la responsabilità suprema e la scelta decisiva delle coscienze, anche di fronte alla verità religiosa, siano rispettate e tutelate» (Civiltà cattolica, 1966, I, 8).

Rosario F. Esposito

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