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QUALE PASTORALE PER I DIVORZIATI RISPOSATI?

La Chiesa stia vicina a questi fratelli(2)

di GIORDANO MURARO
      

   Vita Pastorale n. 4 aprile 1999 - Home Page 1. Due osservazioni.
a) Nel sussidio non si parla di divorziati risposati, ma di fedeli divorziati risposati. Con questa precisazione si chiarisce che i destinatari del sussidio non sono i divorziati risposati in genere, ma le persone battezzate che hanno contratto un matrimonio sacramento e si sono risposate dopo aver divorziato.

b) Nel sussidio ritroviamo alcune affermazioni che sembrano offrire nuove possibilità di soluzioni al problema dei divorziati risposati. In realtà sono precisazioni dottrinali che non possono essere utilizzate forzatamente per risolvere in altro modo il problema. La prima è l’affermazione che l’indissolubilità assoluta non è proprietà di ogni matrimonio, ma solo del matrimonio sacramento (p. 21). Questa affermazione unita all’altra in cui si chiede che si chiarisca «se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è ipso facto un matrimonio sacramentale» (p. 27) potrebbe far pensare all’esistenza di matrimoni tra battezzati che non raggiungono le condizioni per essere indissolubili; e quindi potrebbero essere sciolti per una ragione grave, come avviene col privilegio paolino o petrino. In realtà il sussidio non conclude alla possibilità della compresenza di due tipi di matrimoni, di cui uno gode della assoluta indissolubilità e l’altro no; ma conclude alla necessità di un più accurato esame delle condizioni per contrarre un matrimono valido. Infatti due battezzati o contraggono un matrimonio sacramentale o non contraggono nulla. In altre parole, non c’è possibilità di pensare che un matrimonio tra due battezzati non goda della indissolubilità assoluta. Per liberare da una indissolubilità vissuta come oppressiva, l’unica via da seguire è quella di dimostrare che il rapporto che lega due battezzati non è matrimonio.

2. Quattro riflessioni. In questa direzione vanno le nostre riflessioni. La prima e la seconda cercano di dimostrare che non si può vivere il matrimonio in modo indissolubile con una fede qualunque, ma si richiede una fede che inserisce realmente e profondamente il battezzato nel flusso di vita del Cristo. Ed è da questa costatazione che nasce la domanda: quanti matrimoni tra battezzati sono validi e quindi indissolubili? La terza riflessione riguarda lo strumento di cui la Chiesa oggi si serve per valutare la validità di un matrimonio, cioè il tribunale ecclesiastico: uno strumento che per certi aspetti sembra insufficiente, perché non copre tutti gli aspetti della vita matrimoniale, per cui è possibile ipotizzare la creazione di una struttura giudicativa più adeguata.

L’ultima riguarda l’affermazione della possibilità dell’applicazione in foro interno dell’epikeia: un’affermazione che può aprire prospettive nuove per l’impostazione e la soluzione di casi personali.

1) Matrimoni con diversa esigenza di indissolubilità. Nel sussidio si parla di matrimonio naturale e di matrimonio sacramentale, e si dice che «l’indissolubilità assoluta vale solo per questi matrimoni che si collocano nell’ambito della fede in Cristo», mentre «il cosidetto matrimonio naturale ha la sua dignità a partire dall’ordine della creazione ed è pertanto orientato all’indissolubilità, ma può essere sciolto in determinate circostanze a motivo di un bene più alto – nel caso la fede» (p. 21). Non c’è nulla di nuovo nella sostanza. Ma questa distinzione può essere l’occasione per riprendere una riflessione sulla indissolubilità del matrimonio dei battezzati. (3)

Sappiamo che la legge naturale comprende princìpi di legge naturale primaria e secondaria. I princìpi della legge naturale primaria sono universali, certi, immutabili, mentre quelli della legge naturale secondaria sono dedotti dai primi per modum conclusionis o per modum determinationis, e indicano quei comportamenti che permettono di realizzare nel modo migliore i valori contenuti nei primi. Per esempio, la proprietà privata e l’indissolubilità sono princìpi derivati, funzionali a una realizzazione perfetta della vita sociale e della vita di amore. (4)

Ma se per assurdo (e l’assurdo può verificarsi in regime di peccato, come è avvenuto propter duritiam cordis) diventassero un impedimento per realizzare i valori della vita e della vita di amore, allora il principio secondario (quali sono la proprietà privata e l’indissolubilità) deve cedere il passo al principio della vita, anche se si costata che una vita di amore senza la fedeltà e l’indissolubilità diventa più povera, e può produrre anche qualche effetto negativo sui singoli e sulla società. È l’applicazione dell’epikeia (ma correggeremo in seguito questa espressione), che permette di fare la scelta migliore in un contesto particolare.

Il card. Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.
Il card. Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.

a) Identità tra indissolubilità e amore salvifico. Molti fedeli divorziati risposati ricorrono a questo ragionamento per giustificare (nel senso etimologico di "rendere giusto") il secondo matrimonio: meglio risposarsi che morire di solitudine. La loro decisione non è la risposta a un fatto opzionale o a un capriccio, ma è una istanza che emerge dalla natura, e che è stata riconosciuta dallo stesso Creatore, il quale vi ha risposto creando Eva per Adamo. È vero che l’indissolubilità dovrebbe garantire e migliorare la qualità della vita e dell’amore; ma – come già abbiamo accennato – in regime di peccato l’ottimo può diventare nemico del bene; e se dovesse verificarsi il caso che l’indissolubilità conduce alla morte, allora l’indissolubilità deve essere sospesa in nome della fedeltà alla vita. La solitudine uccide, mentre la decisione di sospendere l’indissolubilità permette di riprendere il cammino della vita. (5)

In verità questo ragionamento può valere per il matrimonio "naturale" ma non vale per il matrimonio sacramentale. Anche il matrimonio sacramentale inizia dalla natura umana e risente delle condizioni dell’uomo storico e delle ferite del peccato. Ma poi viene chiamato (è una vera vocazione) a tuffarsi nel flusso di amore che unisce Cristo alla Chiesa (come Naaman Siro nelle acque del Giordano). Ne esce trasformato, acquistando modalità e finalità nuove. Il fine non è più la vita, ma la salvezza; la natura non è più una semplice esperienza umana, ma una esperienza che introduce nel mondo di Dio; il modo non è più quello che si esprime in un amore di compiacenza e di benevolenza, ma in un amore fedele e misericordioso.

Per questo nel matrimonio sacramentale la fedeltà-indissolubilità non è solo una proprietà richiesta dall’amore, ma si confonde con l’amore stesso: non è ad melius esse, ma ad esse. In altre parole: l’amore non può essere in alcun modo salvifico se non possiede la qualità della fedeltà indissolubile e misericordiosa. In questo caso non c’è possibilità di applicazione dell’epikeia (usiamo questo termine in senso ampio) perché nell’amore salvifico l’indissolubilità non è – come avviene nell’amore umano – una proprietà, ma entra nella costituzione dell’essenza. Gesù lo ha dimostrato con la sua vita. Il principio del «non sono venuto ad abolire, ma a perfezionare» trova una sua piena attuazione nella elevazione dell’amore umano a quello divino, dove non c’è più distinzione tra essenza e proprietà, ma la proprietà entra a costituire l’essenza stessa. (6)

b) L’indissolubilità un dono, non un peso insopportabile. Di fronte a queste affermazioni il battezzato potrebbe reagire come gli apostoli e dire che tra il matrimonio sacramentale indissolubile e il matrimonio naturale che in particolari casi può essere sciolto, è meglio accontentarsi del matrimonio naturale, o addirittura «è meglio non sposarsi». Ma questo modo di ragionare se è realistico – perché corrisponde al modo di pensare di molti – dimostra che può essere fatto solo da chi non ha capito il dono di Dio. L’amore indissolubile non è un peso imposto ai battezzati, ma è il dono che Dio fa agli sposi, e che li mette in grado di realizzare il sogno presente in ogni amore, quello in cui ognuno dei due si sente preso in carico dall’altro e ognuno dei due si sente sicuro e sereno perché vive sempre nel cuore e nell’attenzione amorosa dell’altro, superando insieme anche le barriere della morte perché realizzano insieme un progetto di salvezza.

È questo il messaggio-dono dell’amore fedele e indissolubile. Ma se non viene vista e vissuta in questa prospettiva, l’indissolubilità apparirà sempre come un onere aggiunto all’amore; e il "per sempre" non sarà sentito come un fatto rassicurante, ma come il tragico chiudersi di una porta che impedisce a chi è entrato di uscirne! Questo modo di vedere viene bene espresso nel sussidio, quando dice: «La parola di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio è il superamento dell’antico ordine della legge nel nuovo ordine della fede e della grazia. Solo così il matrimonio può rendere giustizia alla vocazione di Dio all’amore e alla dignità umana e divenire segno dell’alleanza di amore incondizionato di Dio, cioè "sacramento"» (p. 21).

Il battezzato, che non si rende conto del dono ricevuto nel sacramento e non educa sé stesso a viverlo, ritorna di fatto a vivere l’amore nella modalità naturale, cioè ad un amore che richiede l’indissolubilità come qualità che lo arricchisce, ma non trova in sé la forza per viverlo in questo modo. E se le vicende della vita lo portano alla separazione, non trova in sé la capacità di dare significato e vita alla sua solitudine.

c) Non uscire dal Getsemani, per non uscire dalla salvezza. A questo punto non c’è soluzione. Si entra nella situazione descritta da Gesù quando diceva: «Se il sale diventa insipido, con che cosa si salerà?». Ogni soluzione diventa insoddisfacente. Il separato si sente solo come Gesù nel Getsemani, ma senza la presenza di Dio, e senza la capacità di pronunciare il fiat che è invece l’unico modo per continuare a realizzare il progetto salvifico. Se resta nella solitudine, muore; per non morire esce da quel luogo, ma così esce anche dal progetto che Dio ha tracciato per raggiungere la salvezza. Si mette – come la pecorella smarrita – su una strada sconosciuta che sembra corrispondere realisticamente alle sue possibilità, ma che non sa dove conduce, perché si scosta da quella tracciata e percorsa per primo dal Cristo. L’unico modo per uscire da questa situazione è quello di recuperare la dimensione cristiana della vita. È quello che la Chiesa propone, ma che non può essere accolto finché non sono le stesse persone a capire che l’unico modo per recuperare la sapidità della vita è quello di ributtarsi nel mare della Vita

Per rimediare a questa situazione era stata fatta la proposta del matrimonio progressivo. Finché il battezzato non è e non si sente preparato a vivere il matrimonio in modo sacramentale e quindi indissolubile, si accontenta di un matrimonio meno impegnativo, un matrimonio che si limita ai fini naturali e quindi porta in sé una esigenza di indissolubilità minore del matrimonio sacramentale, cioè del matrimonio che alle finalità naturali aggiunge il compito più impegnativo della salvezza. La Chiesa ha rifiutato questa ipotesi. Non accetta per i battezzati la possibilità di due tipi di matrimonio. Il battezzato è già inserito nel Corpo Mistico col battesimo, e quando incontra l’amore viene invitato a viverlo da persona nella quale pulsa la stessa linfa che pulsa nel tronco, cioè amando in modo salvifico. Per questo la Chiesa continua ad affermare il principio della identità del contratto e del sacramento. Il battezzato o contrae un sacramento o non contrae nulla. (7)

Ciò non toglie che oggi molti battezzati si sposino civilmente, e molti pastori invitino i battezzati che non hanno più fede a sposarsi, creando la situazione contradittoria di matrimoni che non sono tali, ma sono concubinati continuati. Si spera in una maturazione che li porti a prendere coscienza della loro situazione e a risanarla, specialmente quando nasceranno i figli e diventeranno responsabili della loro educazione.

Un matrimonio con rito civile celebrato davanti al sindaco.
Un matrimonio con rito civile celebrato davanti al sindaco.

2) Natura del matrimonio dei battezzati non credenti. Nel quarto punto delle risposte alle obiezioni (pp. 26-28) viene rifiutata l’idea che il matrimonio possa morire quando i due coniugi non si amano più. «L’opinione secondo cui il Papa potrebbe eventualmente sciogliere matrimoni irrimediabilmente falliti, deve pertanto essere qualificata come erronea» (p. 27). Ma viene aperto un altro problema. «Ulteriori studi approfonditi esige invece la questione se i cristiani non credenti – battezzati, che non hanno mai creduto o che non credono più in Dio – veramente possano contrarre un vero matrimonio sacramentale. In altre parole: si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è ipso facto un matrimonio sacramentale» (p. 27).

Nascono allora due domande:

a) se il matrimonio di due battezzati non credenti non è un matrimonio sacramentale, cos’è?;

b) e se non è un matrimonio sacramentale, è ancora indissolubile?

Alla prima domanda si potrebbe rispondere con le riflessioni del capitolo precedente: in base al principio della identità del contratto e del sacramento, il battezzato o contrae un matrimonio sacramento o non contrae nulla. In questo caso i due battezzati danno vita ad un rapporto che ha un significato solo psicologico-affettivo, ma non è un matrimonio (8). Di conseguenza, non essendo matrimonio, non è neppure un rapporto con esigenza di indissolubilità.

a) Dalle condizioni minime per entrare nel sacramento, alla fede vera per viverlo. In realtà la domanda sembra nascondere altre preoccupazioni. Non si tratta di sapere che cosa è, se non è sacramentale: a meno che non si voglia rimettere in discussione il principio dell’identità tra contratto e sacramento, e la possibilità per due battezzati di contrarre un matrimonio valido ma non sacramentale. Il che è fuori discussione. La preoccupazione sembra un’altra: quella di rendere tutti i fedeli di Cristo maggiormente consapevoli che l’indissolubilità assoluta è legata non al matrimonio, ma al matrimonio realizzato in modo sacramentale. Per cui se si chiede ai battezzati di vivere il matrimonio in modo indissolubile si deve chiedere che siano consapevoli e preparati a celebrarlo e a viverlo in modo sacramentale.

Sappiamo che negli anni ’70 il problema era stato ampiamente dibattuto, e che erano state proposte varie soluzioni. Per esempio, nel documento della Cei del 1975 Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, si distingue tra sacramento valido e sacramento fecondo di grazia (nn. 54-56); nel documento della Commissione Teologica Internazionale si dice apertamente che questa nuova situazione apre problemi non ancora sufficientemente risolti (2.3); mentre nella Esortazione apostolica Familiaris consortio del 1981 si dice che è possibile ammettere al sacramento anche chi è imperfettamente disposto, se l’uomo e la donna dimostrano di impegnare «tutta la loro vita in un amore indissolubile e in una fedeltà incondizionata» (n. 68).

Qui però il problema non riguarda le condizioni minime per ammettere o escludere dal sacramento; ma le condizioni vere per vivere il matrimonio in modo indissolubile. Non basta essere battezzati; non basta neppure una conoscenza teorica della fede e una pratica religiosa convenzionale; ma si richiede che il matrimonio venga vissuto «nell’ambito della fede in Cristo» (p. 21): una fede che rende le persone consapevoli di essere state inserite nel Corpo Mistico col battesimo, e di aver acquistato col sacramento del matrimonio la capacità di amare «come Cristo ama»: cioè sono state rese capaci di vivere tra loro lo stesso amore fedele e misericordioso che lega Cristo alla Chiesa. «Solo così il matrimonio può rendere pienamente giustizia alla vocazione di Dio all’amore ed alla dignità umana e divenire segno dell’alleanza di amore incondizionato di Dio, cioè "sacramento"» (p. 21).

Da questo punto di vista un sacramento valido ma non fecondo di grazia diventa solo una carta di credito che resta infruttuosa, un talento che crea paura, e si trasforma in un obbligo che non si riesce a soddisfare (come quando si regala un computer a chi sa scrivere solo con la biro!). Solo il matrimonio vissuto nella prospettiva della fede garantisce l’indissolubilità; anche se questa concezione crea non poche difficoltà a chi deve poi giudicare sulla validità di un matrimonio tra battezzati: «Resta da chiarire la questione giuridica circa quale evidenza di non fede abbia come conseguenza che un sacramento non si realizzi» (p. 28).

b) Quanti sono in condizione di vivere l’indissolubilità? Il problema diventa oggi urgente. Se è vero che l’indissolubilità «è frutto dell’impegno dell’uomo ed è dono di Dio» (come ricorda la Cei nel documento del 1978, n. 4, e la Familiaris consortio del 1981, n. 20), c’è da dubitare che queste due condizioni siano presenti nella vita di molti giovani che vivono in un mondo secolarizzato e sembrano concentrare la loro attenzione sulla gratificazione che ricevono da una relazione affettiva senza un particolare progetto di vita e senza interesse per il mondo della fede. È vero che per ottenere i doni di Dio non è necessario avere una fede esplicita, ed è sufficiente affidarsi al Dio della salvezza, lasciando che sia Lui a sopperire a ciò che manca all’uomo per la sua fragilità e la sua ignoranza; ma è anche vero che se si può essere cristiani senza essere teologi, non si può esserlo senza un impegno a seguire il Cristo e a impostare la propria vita secondo il suo insegnamento: anche per quello che concerne l’amore.

Ed è proprio su questo punto che incominciano i dubbi e ritorna la domanda: quanti matrimoni di battezzati sono sacramenti? Se non lo sono – nonostante l’apparenza della celebrazione e dei documenti – non portano in sé le condizioni e le premesse per viverlo in modo indissolubile. Bisogna allora concludere che un matrimonio valido ma non fruttuoso è simile (anche se non identico) a quelli dei pagani, almeno nel senso che non gode del dono dell’indissolubilità assoluta perché non porta in sé l’energia per realizzarla?

Allora si capisce che l’assenza della sacramentalità non può essere posta sullo stesso piano dell’assenza di altre qualità e finalità ritenute essenziali; perché solo un matrimonio che inserisce vitalmente due creature in Dio può essere vissuto in modo "indissolubile". In questo caso la distinzione tra sacramento valido e sacramento fruttuoso può servire per risolvere il problema dell’ammissione al sacramento, ma complica enormemente il problema della validità del matrimonio e della sua indissolubilità.

c) Attribuzione delle cause matrimoniali al tribunale ecclesiatico. Nel punto quarto (pp. 26-28) viene riaffermato con insistenza il principio che nel matrimonio devono essere considerati e rispettati sia l’aspetto personalistico che quello istituzionale; e la preoccupazione del bene delle persone non deve far dimenticare l’aspetto pubblico, il quale non si esaurisce nell’aspetto giuridico, ma lo trascende. Il matrimonio va «molto al di là dell’aspetto puramente giuridico affondando nella profondità dell’umano e nel mistero del divino» (p. 27). Nello stesso tempo si «conferma la competenza esclusiva dei tribunali ecclesiastici nell’esame della validità del matrimonio dei cattolici...» (Lettera, n. 9).

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