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QUALE PASTORALE PER I DIVORZIATI RISPOSATI?

La Chiesa stia vicina a questi fratelli (3)

di GIORDANO MURARO
      

   Vita Pastorale n. 4 aprile 1999 - Home Page 1) Il tribunale ecclesiastico, unico strumento competente per valutare la validità del matrimonio. Come conciliare queste due affermazioni? Se il matrimonio trascende la dimensione giuridica, perché affidarne la valutazione a una struttura di natura giuridica? Non è forse uno strumento inadeguato per entrare nella valutazione di un rapporto di amore totalizzante che partecipa allo stesso amore del Cristo? Il fatto che il legislatore abbia modificato la definizione del matrimonio data dalla Gaudium et spes (n. 48) e l’abbia ritradotta in termini giuridici eliminando la parola-chiave "amore", che garanzie dà di capire veramente cosa si richiede perché un consenso di amore sia veramente tale? Giovanni Paolo II nel discorso alla Rota Romana del 17 gennaio 1998 raccomandava: «In particolare il retto intendimento del consenso matrimoniale, fondamento e causa del patto nuziale, in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue implicanze non può essere coartato in via esclusiva in schemi ormai acquisiti, validi indubbiamente ancor oggi, ma perfezionabili col progresso nell’approfondimento delle scienze antropologiche e giuridiche. Pur nella sua autonomia e specificità epistemologica e dottrinale, il Diritto Canonico deve, soprattutto oggi, avvalersi dell’apporto delle altre discipline morali, storiche, religiose...».

Si dirà: è quello che il giurista sta già facendo, perché alla grande esperienza che accumula nel tempo, si avvale dell’apporto degli esperti di altre scienze. È vero. Ma leggerà questi apporti con la mentalità del giurista cioè di chi vede e legge la realtà nella luce del suo oggetto formale, lo justum: un oggetto formale che è inadeguato per cogliere il mistero di natura e di grazia racchiuso nel matrimonio sacramento, e quindi per darne una valutazione. «La sua materia e il suo oggetto formale lo portano in un’altra direzione, quella dello justum, che deve essere chiaro, preciso, documentabile, quantificabile, senza incertezze e, per quanto possibile, senza approssimazioni. È un oggetto che tocca indubbiamente l’uomo, ma lo tocca in quei livelli in cui si formano i suoi diritti-doveri, e non a quei livelli in cui si formano le scelte di fondo della vita e dove si trovano molto spesso i condizionamenti più profondi di queste scelte». (9)

Primo piano di una donna che strappa la foto che ricorda il suo matrimonio.
Primo piano di una donna che strappa la foto che ricorda il suo matrimonio.

2) Insufficienza del tribunale a valutare le cause? Per questo viene spontaneo chiedersi perché mai si continua ad attribuire ad una struttura giuridica un compito che supera l’ambito del diritto, e non si crea invece un altro organismo di valutazione che copra maggiormente tutte le dimensioni di una esperienza di amore umano elevato dalla grazia?

«Oggi è anacronistico pensare che una sola persona con un solo tipo di formazione sia in grado di cogliere tutta la storia interiore ed esteriore che riguarda una esperienza così profonda e coinvolgente come la storia dell’amore coniugale nel suo avvio e nella sua continuazione. Nella "Lumen Gentium" e nello stesso "Codice" si ricorda che la "potestas regiminis" risiede nel vescovo, e a lui spetta scegliere i suoi collaboratori. Il criterio della scelta è dettato dalla competenza delle persone e dalla preoccupazione finale della "salus animarum". Finora il compito di giudicare le cause matrimoniali è stato affidato a persone competenti in diritto. Nulla vieta di pensare che queste cause vengano nel futuro affidate ad un gruppo di persone con competenze varie, che lavorino in modo interdisciplinare per giungere a una valutazione più completa e più aderente alla verità dei fatti. «Quando diciamo "in modo interdisciplinare" non intendiamo l’apporto che viene dato al giudice da altre scienze; ma intendiamo quel modo che è tipico di una vera attività consultoriale, dove gli esperti nelle diverse discipline esaminano insieme lo stesso caso, e lavorando insieme, nel confronto continuo acquisiscono poco alla volta i contenuti essenziali e la sensibilità delle altre discipline; per cui il giudizio finale non viene formulato da uno solo degli esperti con la mentalità e gli strumenti che gli vengono offerti dalla sua disciplina, ma da tutti gli esperti del gruppo che hanno raggiunto una certa sintonìa nel modo di accostarsi e di esaminare il caso. Questa soluzione richiede un "ampliamento" delle figure che formano il tribunale, nella forma della interdisciplinarietà, che permette agli esperti di interagire nel momento della ricerca, della valutazione e del giudizio. È una forma diversa da quella finora utilizzata della "multidisciplinarietà", in cui i giudici con mentalità giuridica si avvalgono dell’apporto di altri esperti e formulano da soli il giudizio ultimo e definitivo». (10)

Sappiamo che questa proposta suscita sempre forti reazioni, e si obietta che non è necessario chiedere un organismo di natura diversa, perché basterebbe chiedere al giurista una formazione nelle scienze psicologiche e morali. Ma allora si potrebbe contro-obiettare che la soluzione dovrebbe essere cercata piuttosto nella direzione di uno psicologo o di un moralista con competenza giuridica! In realtà la soluzione vera va nella direzione interdisciplinarietà, dove ogni scienza offre il suo apporto per la comprensione e la soluzione del caso. Lo stesso card. Ratzinger riteneva possibile una forma diversa da quella del tribunale, nella valutazione dei casi matrimoniali, esprimendosi in una intervista: «Ad esempio, in futuro si potrebbe arrivare a una costatazione extragiudiziale della nullità del primo matrimonio. Questa potrebbe essere costatata anche da chi ha la responsabilità pastorale del luogo. Tali sviluppi nel campo del diritto che possono semplificare le cose, sono pensabili». (11)

d) Applicazione della epikeia in foro interno. Abbiamo visto che nel sussidio si afferma con insistenza che il matrimonio, avendo una dimensione pubblica, dev’essere soggetto al tribunale ecclesiastico. Ma per superare l’eventuale divario che si può verificare tra la decisione del tribunale e la coscienza del fedele, il sussidio propone due provvedimenti. Il primo, codificato (CIC, cann. 1536 §2 e 1679 e CCEO, cann. 1217 §2 e 1365) ma non ancora sufficientemente applicato (p. 19) consiste nel dare forza probante alle dichiarazioni credibili delle parti, quando non è possibile portare prove oggettive (12):   «Sembrano così praticamente esclusi i casi, in cui un matrimonio invalido non sia dimostrabile come tale per via processuale» (p. 25). Il secondo, molto più coraggioso, lo ritroviamo per la prima volta in un documento, anche se preceduto da un prudente "non sembra" (non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione della epicheia in foro interno), e seguito dalla raccomandazione che si studi ancora il problema «allo scopo di evitare arbitri, e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio» (p. 26). E questo nonostante venga riportata l’opinione di altri che sostengono che i fedeli devono «assolutamente attenersi anche in foro interno ai giudizi del tribunale a loro parere falsi» (ibid.). E se ne dà la ragione: «Qui in foro interno sono pensabili delle eccezioni, perché nell’ordinamento processuale non si tratta di norme di diritto divino, ma di norme di diritto ecclesiale» (ibid.).

Questa prudente affermazione apre un capitolo di grande importanza, e sembra prendere in considerazione tesi e proposte che nel passato avevano cercato di farsi strada senza successo. La terminologia usata era varia, e non riguardava solo la parola, ma anche il contenuto. Si parlava di "giudizio in coscienza", di "buona fede", di soluzione in foro interno; si prendeva in esame normalmente il caso in cui il primo matrimonio era considerato nullo in coscienza, e non poteva essere dimostrato presso il tribunale; ma veniva esteso anche ai casi in cui il primo matrimonio era ritenuto valido, ma definitivamente finito.

Qui si precisa che si tratta solo di eventuali difformità tra giudizio del tribunale e giudizio del fedele. Il principio ha un precedente nella persona stessa del card. Ratzinger, il quale già nel 1972 metteva in luce i limiti di ogni dimostrazione processuale circa la dichiarazione di nullità di un matrimonio; e durante il Sinodo del 1980 (il Sinodo su "I compiti della famiglia cristiana nel mondo d’oggi") in una lettera agli operatori pastorali dell’archidiocesi di Monaco scriveva: «Il Sinodo indica come una categoria a parte coloro che sono giunti alla motivata convinzione di coscienza, circa la nullità del loro primo matrimonio, anche se non è possibile la prova giudiziaria a favore di sé. In un caso simile si può, evitando lo scandalo, concedere l’autorizzazione a ricevere la comunione venendo incontro a un motivato giudizio di coscienza». Questa posizione era stata successivamente rettificata in una lettera a The Tablet (26 ottobre 1991) dove precisava che nel 1972 aveva parlato da semplice teologo, ma ora riteneva che la soluzione in foro interno fosse impraticabile, perché il matrimonio non è un atto privato e ha grandi risonanze nella vita del coniuge, dei figli, della società civile ed ecclesiale; tenuto conto anche del fatto che il tribunale oggi ammette come probante la stessa testimonianza del teste.

Tuttavia, anche in questa situazione accettava la possibilità di un conflitto, per cui concludeva: «Naturalmente in qualche rarissimo caso nel quale l’appello alla pratica canonica della Chiesa non avesse giovato e fosse in questione una materia di coscienza, si può fare ricorso alla sacra Penitenzieria».

Il consiglio dato nel 1991 di ricorrere alla Sacra Penitenzieria Apostolica (che ha il potere di risolvere in foro interno quello che gli altri Dicasteri risolvono in foro esterno) potrebbe ridimensionare la portata dell’affermazione che oggi ritroviamo nel sussidio, e portare a concludere che nel caso di conflitto tra sentenza del tribunale e giudizio in coscienza, il singolo fedele può ricorrere alla Sacra Penitenzieria. Ma una simile interpretazione riduttiva non spiegherebbe l’invito a «ulteriori studi e chiarificazioni ...allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico – sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio» (p. 26). (13)

Due coppie di sposi, viste di spalle, durante la cerimonia in chiesa.
Due coppie di sposi, viste di spalle, durante la cerimonia in chiesa.

Conclusione. La comunità ecclesiale si sente spesso intimidita di fronte al problema dei fedeli divorziati risposati. Sa che non si esaurisce nella questione della partecipazione alla vita sacramentale, ma investe tutta la loro vita, in tutti gli aspetti della vita. Se pensa di essere in qualche modo preparata a rispondere alle loro richieste di aiuto e comprensione umana, si sente invece spesso incapace di dare risposte rasserenanti sul piano ecclesiale. L’impressione è quella di avere a disposizione solo dei "no" che creano un muro sempre più spesso di divisione.

Nel sussidio viene indicato un percorso che però deve impegnare non solo i fedeli divorziati risposati, ma tutta la comunità cristiana: ed è quello di riprendere coscienza di cosa significa essere stati inseriti nel Corpo Mistico e di essere chiamati a partecipare con i sacramenti al mistero dell’alleanza che lega Cristo alla Chiesa. È in questa direzione che va cercata la soluzione. Ma è proprio questa stessa indicazione che suggerisce di creare nuovi strumenti di valutazione del matrimonio dei battezzati, che abbiano una modalità meno giuridica e più pastorale.

Giordano Muraro

   
Note

1 Il sussidio ricorda continuamente questa Lettera. Era stata scritta dalla Congregazione per la dottrina della fede il 14 settembre 1994 ai tre vescovi della provincia ecclesiale del Reno superiore, i quali per riportare ordine nella prassi pastorale delle loro diocesi e per venire incontro a situazioni particolari dei fedeli divorziati risposati si erano appellati al principio del "foro interno", che avrebbe permesso a questi fedeli di accedere alla comunione, se – dopo un colloquio con un sacerdote prudente ed esperimentato – ritenessero nella loro coscienza di esservi autorizzati. «Così, ad esempio, quando fossero stati abbandonati del tutto ingiustamente, sebbene si fossero sinceramente sforzati di salvare il precedente matrimonio, ovvero quando fossero convinti della nullità del precedente matrimonio, pur non potendola dimostrare nel foro esterno, oppure, quando avessero già trascorso un lungo cammino di riflessione e di penitenza, o anche quando per motivi moralmente validi non potessero soddisfare l’obbligo della separazione» (p. 35).

L’iniziativa di questi tre vescovi fu accolta positivamente in molti ambienti della Chiesa. Però non pochi cardinali e vescovi si rivolsero alla Congregazione per la dottrina della fede e chiesero un chiarimento. La Congregazione lo diede con questa lettera. La lettera ricorda che il giudizio sulla validità del matrimonio non può essere lasciato alla coscienza del singolo, perché il matrimonio ha una dimensione pubblica; e nel caso estremo del fedele che è convinto della nullità del precedente matrimonio, pur non potendola dimostrare in foro esterno, ricorda che il tribunale può prendere come prova la testimonianza della parte, verificandone la credibilità. (torna al testo)

2 Tra gli altri ricordiamo (perché sono espressamente ricordati nel volume) vari autori, tra i quali B. Petrà col suo volume: Il matrimonio può morire? che ipotizzano la possibilità della "morte del primo matrimonio"; nonché l’opera di G. Cereti che ripropone la tesi della possibilità dell’assoluzione dal peccato di "digamia". (torna al testo)

3 Il riferimento all’ordine della creazione fa nascere un interrogativo sulla natura del matrimonio delle origini: era un matrimonio per sua natura assolutamente indissolubile, o lo era in forza dei doni preternaturali che permettevano di superare i limiti e le insufficienze umane, o era un matrimonio solo ordinato all’indissolubilità che le sarebbe però derivata in modo pieno solo nel tempo della Redenzione, con la dimensione sacramentale? (torna al testo)

4 L’autore del Supplementum tratta la questione del libello del ripudio nella q. 67. Si chiede se l’indissolubilità appartenga alla legge naturale primaria o secondaria, e nella risposta tiene conto della prassi del Vecchio Testamento e della Chiesa, e sostiene che è certamente di legge naturale, ma secondaria. Dopo di lui troviamo Scoto, Vasquez, Estius, Sylvius, Salmanticenses, Gonet, Billuart, Benedetto XIV, sant’Alfonso, Gasparri, ecc. Si può facilmente dimostrare che anche il matrimonio naturale ha una sua esigenza di indissolubilità, per il bene dei coniugi, dei figli e della stessa società; ma questa esigenza se è assoluta come esigenza, non lo è come capacità di realizzazione: è una esigenza sprovvista dei mezzi che le permettono di realizzarsi. (torna al testo)

5 Potrebbe essere una situazione simile a quella riportata dai moralisti quando ipotizzavano il caso di un fratello e una sorella che restano gli unici viventi sulla terra, o di un uomo che sopravvive con sua moglie e un’altra donna, e si unisce a questa donna perché la moglie è sterile, anche se in questo caso il bene in questione non è quello strettamente personale, ma dell’umanità. Il principio della vita e della continuazione della vita prevale su quello della proibizione dell’incesto e dell’adulterio. (torna al testo)

6 È una conseguenza della nuova logica di vita, quella delle beatitudini che si riassume nell’invito ad essere «come il Padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti» (Mt 5,45). (torna al testo)

7 La Commissione Teologica Internazionale nel suo documento sul matrimonio del 1987 aveva discusso il problema del matrimonio progressivo, negandone la possibilità (3.6). (torna al testo)

8 Non si potrebbe pensare a due coniugi battezzati che rinunciano a fare del loro matrimonio un cammino di salvezza, e si accontentano di un matrimonio naturale che risulta meno rigoroso del matrimonio sacramentale? La Commissione Teologica Internazionale nel suo documento sul matrimonio (1978), alla terza serie di proposizioni (3.5) dice: «Sarebbe contraddittorio sostenere che dei cristiani battezzati nella Chiesa Cattolica possano veramente e realmente regredire ad uno stato coniugale non sacramentale, ritenendo che sia loro sufficiente l’ombra nel momento in cui il Cristo offre loro la realtà del suo amore sponsale.

Tuttavia non si possono escludere casi in cui la coscienza dei cristiani sia talmente deformata dall’ignoranza e dall’errore invincibile da credere sinceramente di poter contrarre un vero matrimonio escludendo il sacramento. In questa situazione, da una parte sono incapaci di contrarre un matrimonio sacramentale valido poiché negano la fede e non intendono fare quello che la Chiesa intende; ma dall’altra permane in essi il diritto naturale di contrarre matrimonio. Sono dunque capaci di donarsi e accettarsi vicendevolmente come sposi, in forza della loro intenzione di creare un patto irrevocabile.

Questa mutua donazione crea tra di loro un rapporto psicologico che per la sua stessa struttura interna si differenzia da una relazione transitoria. Ma questa relazione non può in alcun modo essere riconosciuta dalla Chiesa come una società coniugale non sacramentale, anche se ha l’apparenza di un matrimonio. Infatti per la Chiesa non esiste tra due battezzati un matrimonio naturale separato dal sacramento, ma solo un matrimonio naturale elevato alla dignità di sacramento». (torna al testo)

9 G. Muraro, Il giuridicamente irrilevante e il moralmente rilevante nelle cause matrimoniali, in Rivista Diocesana Torinese, gennaio, 1998. Lo psicologo nella sua formazione deve seguire un training apposito (oltre alla supervisione che lo accompagna per anni) per raggiungere quella oggettività che gli permette di cogliere il racconto e le affermazioni del paziente senza filtrarle attraverso i suoi vissuti e le sue precomprensioni. Non bastano la serietà, l’impegno, la rettitudine interiore, ma è necessario conoscere i condizionamenti che talora possono diventare una vera lente deformante tra chi parla e chi ascolta.

È un atto di umiltà che diventa indispensabile per chi vuole esercitare un servizio di ascolto valutativo. Anche gli antichi dimostravano questa preoccupazione e attenzione ricordando i vari "idola" che possono modificare l’ascolto, e sintetizzavano questa verità in una serie di effetti, quali: Quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur; e intus existens prohibet extraneum. San Tommaso d’Aquino richiede addirittura una virtù particolare, la synesis (parte potenziale della prudenza), che permette di liberare l’intelligenza dalle precomprensioni che possono deformare l’ascolto della verità (II-II, q.51, a.3, ad 2um). (torna al testo)

10 G.. Muraro, ibid. (torna al testo)

11 J. Ratzinger, Il sale della terra. Un nuovo rapporto sulla fede in un colloquio con Peter Seewald, Paoline 1997 (p. 237). (torna al testo)

12 A questi problemi mons. M. F. Pompedda dedica lo studio che viene riportato nella terza parte del sussidio, col titolo: Problematiche canonistiche, pp. 68-74. (torna al testo)

13 Cf U. Navarrete, Conflictus inter forum internum et externum in matrimonio, in Investigationes theologico-canonicae, Romae 1978. (torna al testo)
    

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