Periodici San Paolo - Home Page

L’ANOMALIA DI UN SILENZIO

Le donne e il Risorto

di CETTINA MILITELLO
      

   Vita Pastorale n. 4 aprile 1999 - Home Page   

Più volte, forse a ragione, si è rimproverato alla riforma liturgica un certo intellettualismo. Il ritorno a forme arcaiche, per ciò stesso ritenute esemplari, troppo spesso ha passato in secondo piano non poche istanze simboliche, certo smarrite o corrotte nel tempo sino a perdere immediatamente di significato. Tuttavia, nella fase attuale di riattenzione al simbolico, tale ipoteca intellettualistica non ha davvero giovato alla globale intelligenza e fruizione delle azioni liturgiche. Come spiegare l’anomalia selettiva che regge le pericopi evangeliche del giorno di Pasqua? È possibile che nel nuovo lezionario – accadrà prima o poi di rivederlo – la narrazione pasquale venga riproposta nella sua interezza?

Nei desiderata della riforma liturgica sta tra l’altro la promozione di una effettiva conoscenza di tutta la Scrittura e dunque l’impegno a proclamarla nella sua interezza nell’arco dell’anno liturgico. Fu per dar consistenza a questa istanza che lo schema risicato dei testi biblici in uso nel Messale di Pio V venne amplificato per far spazio agli scritti dell’Antico Testamento, ai Vangeli e alle Lettere apostoliche così da leggerli tutti nell’arco di tre anni. Non fu operazione senza conseguenze. Non solo perché si toccavano equilibri e assonanze consolidate ma perché il progetto di una lectio continua rendeva complessa l’armonizzazione dei diversi testi. Tanto più che la proclamazione delle Scritture nella liturgia non ha mai avuto tratti funzionalmente catechetici, ma sempre invece mistagogici, per ciò non facilmente integrabili con i ritmi di una lettura continua.

Se dunque l’anno A risulta il più forte ed esemplare – si veda l’articolazione delle domeniche di quaresima, in cui a Matteo subentrano i testi tradizionali di Giovanni con la forza delle loro figure simboliche, evocative del cammino catecumenale non meno che di quello mistagogico – non altrettanto può dirsi dell’anno B o dell’anno C. Nel tempo ordinario, di più difficile armonizzazione è la lettura apostolica, spesso incongrua rispetto alla convergenza interna della lettura evangelica con quella mutuata dall’Antico Testamento.

B. Godunov, "Deposizione nel sepolcro", icona del Monastero delle Vergini di Smolensk.
B. Godunov, "Deposizione nel sepolcro",
icona del Monastero delle Vergini di Smolensk.

Più volte, forse a ragione, si è rimproverato alla riforma un certo intellettualismo. Il ritorno a forme arcaiche, per ciò stesso ritenute esemplari, troppo spesso ha passato in secondo piano non poche istanze simboliche, certo smarrite o corrotte nel tempo sino a perdere immediatezza di significato.

Tuttavia, nella fase attuale di riattenzione al simbolico, tale ipoteca intellettualistica non ha davvero giovato alla globale intelligenza e fruizione delle azioni liturgiche. Viene il sospetto, tuttavia, che alle motivazioni colte o di urgenza pastorale se ne siano intrecciate di altre, magari inconsciamente. Come spiegare altrimenti l’anomalia selettiva che regge le pericopi evangeliche del giorno di Pasqua? Di per sé, com’è già avvenuto nei giorni precedenti, la celebrazione dovrebbe scandire nel tempo le azioni ultime di Gesù in sinergia mimetico-memoriale. Non è un caso, a Pasqua, che due messe diverse scandiscano l’evento misterioso dell’anastasi e poi la manifestazione del Risorto.

La celebrazione sembra, dunque, assumere lo scorrere degli eventi e, tuttavia, a un certo punto vi rinuncia. Di fatto, nella notte, leggiamo, nell’anno A, Mt 28,1-10 (le due Marie al sepolcro; angelofania e annuncio della risurrezione; invito alle donne di annunciarlo ai discepoli; apparizione alle stesse del Risorto); nell’anno B leggiamo Mc 16,1-8 (le donne, che vanno al sepolcro preoccupate per la pesantezza della pietra, la trovano già rotolata; l’angelofania rivela loro che il Signore è risorto e le invita a portare l’annuncio ai discepoli; il che esse non fanno perché piene di paura); nell’anno C si legge Lc 24,1-12 (le donne trovano la pietra rotolata; l’angelofania rivela loro più diffusamente che il Signore è risorto come aveva loro preannunziato; ricordandosi delle sue parole, esse recano l’annuncio agli undici che le credono in delirio; Pietro tuttavia accorre al sepolcro e ne ritorna pieno di stupore).

Non abbiamo varianti per la messa del giorno. Ogni anno leggiamo infatti Gv 20,1-9 (Maria di Magdala al sepolcro trova la pietra rovesciata e corre ad avvertire Simone e il discepolo che Gesù amava; accorsi i due comprendono che il Signore è risorto). Gli eventi di quello stesso giorno vengono rinviati alle domeniche successive. Il che, se è congruo alla considerazione dell’intero tempo pasquale come un "unico giorno", non ci impedisce di lamentare la perdita simbolica ed emotiva che scaturisce dalla interruzione delle narrazioni.

Certo, non viene omesso nulla dal vangelo di Matteo. Quanto narrato nei versetti seguenti non aggiungerebbe niente alla manifestazione del Risorto. Ma non è così per Marco o per Luca e, soprattutto, per Giovanni. Ciò che perdiamo dalla testimonianza di Marco è l’apparizione alla Maddalena che corre ad annunciarlo ai discepoli in lutto che comunque rifiutano di crederle (Mc 16,9-11). Perdiamo pure l’apparizione a due di loro in cammino verso la campagna (vv. 12-13) e l’apparizione agli undici che Gesù rimprovera perché non hanno creduto a quelli che lo hanno visto risorto (v. 14). Quanto a Luca, la pericope di Emmaus è troppo intrigante, troppo complessa perché non venga proclamata nello stesso giorno di Pasqua.

"La Maddalena annuncia agli apostoli la risurrezione", Chartres, Cattedrale.
"La Maddalena annuncia agli apostoli la risurrezione", Chartres, Cattedrale.

Lasciare alla discrezione del celebrante di proclamarla o meno – ragioni pastorali inducono nella stragrande maggioranza dei casi a riproporre il testo del mattino – è mettere in forse la necessità di appropriarsi nella sua forza evocativa di quel suo appello: «Resta con noi Signore perché si fa sera...». E al di là di esso – cosa ben più importante – ciò che rischiamo di perdere è la rilettura originaria e globale, eucaristica ed ecclesiogenetica, dell’incontro con il Signore risorto. È la liturgia della comunità primitiva, l’intreccio primordiale di parola e sacramento che il testo ci ripropone e con esso il senso stesso del radunarsi dell’ekklesia nel giorno del Signore, anamnesi di quel suo disvelare il senso nascosto delle Scritture, memoria epicletica del suo corpo per noi dato, racconto del suo stare a mensa, commensale e cibo, ai suoi.

Ma il paradosso vero lo viviamo in rapporto a Giovanni. Malgrado il canto della preziosa e antica "sequenza" ci abbia già ricordato il ruolo di testimone di Maria Maddalena, chiudendo al versetto 9 la lettura della pericope, ciò che omettiamo è proprio l’apparizione del Risorto a Maria di Magdala. Insomma, gli eventi così come li proclamiamo si fermano nella notte sulla soglia di un annuncio, quello alle donne, che esse non rendono o che la comunità non accoglie. E nel tripudio del giorno già alto il fatto ultimo è l’accorrere al sepolcro vuoto di Pietro e del discepolo che Gesù amava.

Accade così che nel giorno di Pasqua non ci sia spazio per colei che la letteratura apocrifa e la Scrittura stessa ci additano quale interlocutrice importante di Gesù. Lei che lo ha seguito sino alla croce – la sua presenza è attestata in Mc 15,40; Mt 27,56; Gv 19,24 –; che è presente alla sua sepoltura (cf Mc 15,47; Mt 27,61); che è esplicitamente ricordata, per prima (24,10) anche da Luca allorché finalmente scioglie nei nomi propri lo stereotipo relativo alle «donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea» (23,49.55). E, cosa davvero sconcertante, la si ignora proprio interrompendo la continuità di quel testo in cui essa appare come icona anticipatrice. Sì, nel giardino dell’Eden riaperto, Maria di Magdala, al pari delle altre figure femminili preposte ad ogni libro iconizza l’evento di cui è testimone.

Di più, essa è icona della Chiesa-Sposa. Non a caso Gesù la interpella con un termine fortemente evocativo, "donna" (gyné). Con esso, nel vangelo di Giovanni, sempre viene suggerita, al di là della contiguità dell’evento, la valenza simbolica dell’alterità uomo-donna e del suo vertice, la "dialogia nuziale".

È il Messia-sposo che sempre invoca la Sposa. Si tratti di Maria, la madre, a Cana di Galilea; si tratti della stessa ai piedi della croce; si tratti della donna di Samaria; si tratti ora della Maddalena. Il termine "donna" riconduce al disegno del princìpio, all’amore di Dio per l’umanità sua creatura. Compiutasi la passione del Signore Gesù verso la Sposa, ora, nel primo giorno dopo il Sabato, egli l’invoca per il tramite della figura femminile a lui più prossima, la cui rilevanza neppure la misoginia degli agiografi ha potuto omettere e che la densa simbolica femminile del vangelo di Giovanni a ragione mette al centro della manifestazione di Lui Risorto.

Il filo rosso delle nozze attraversa tutta intera la Scrittura, lo sappiamo. Non a caso la metafora nuziale è stata fatta propria dai profeti per denunciare il tradimento dell’alleanza o per riproporre l’alleanza rinnovata. Di fronte a Israele Dio sta nell’attitudine dello sposo, gioioso ed esultante nella corrispondenza amorosa, geloso e violento nell’amore disatteso e tradito.

Beato Angelico, Gesù appare a Maddalena", Firenze, Museo San Marco.
Beato Angelico, "Gesù appare a Maddalena", Firenze, Museo San Marco.

Non è certo un caso che il Cantico dei Cantici già in Israele venga letto come metafora del rapporto nuziale tra Dio e il suo popolo. Né è certo un caso che, nel Nuovo Testamento, Gesù stesso assuma i tratti dello sposo. Lo provano non poche contestualità di ovvio sapore nuziale. Si pensi, ad esempio, all’incontro di Gesù con la donna Samaritana (al pozzo è già avvenuto l’incontro di Isacco e di Rebecca); si pensi al dialogo con Maria di Nazaret a Cana (il vino sigillo del banchetto; il banchetto paradigma comunionale ed estroverso delle nozze).

Si pensi ora al dialogo con Maria di Magdala che non solo evoca ma ribalta il riconoscimento antico che Adamo fa di Eva (cf Gen 2,18 ss.). Ora è la Nuova-Eva a riconoscere il Nuovo-Adamo e a vivere nella gioia del riconoscimento la cesura del già e non ancora, la continuità-discontinuità della presenza dello Sposo nel suo corpo di risurrezione.

Il sospetto è che la pericope di Gv 20,10 ss. risulti troppo ingombrante. A uno sguardo culturalmente ristretto minimizzante, quasi, la testimonianza del Risorto resa dagli apostoli. Ci è nota l’insofferenza degli stessi nel coglierlo a "discorrere con una donna" (Gv 4,27). Questa insofferenza certo inconsapevolmente pare restare intatta dopo duemila anni... Accade così che il giorno di Pasqua, quello che ha ispirato moltissime ammirate omelie dei Padri circa la singolarità del ruolo delle donne, prima tra tutte Maria di Magdala, e il privilegio loro di vedere per prime il Risorto e di annunciarlo ai discepoli, rischi di perderle quali protagoniste.

E a pagare per tutte pare essere ancora una volta Maria di Magdala, a torto ritenuta peccatrice e penitente più che apostola apostolorum. Di sicuro furono diverse le ragioni che hanno suggerito di circoscrivere ai versetti 1-9 la lettura evangelica. Ma come non rammaricarsi della conseguente perdita di questa figura chiave intrinsecamente intrecciata all’evento e all’annuncio della risurrezione?

I biblisti che operano la scelta certo non hanno compreso il rischio sotteso di smarrire due istanze assolutamente fondamentali in questo nostro tempo liminare. Innanzitutto l’istanza sponsale, vera chiave di volta del nostro essere al mondo sul piano della creazione come su quello della grazia, ammesso pure che le due possano essere declinate in assoluta discontinuità e separatezza. A seguire l’istanza irrinunciabile di un discorso di genere che faccia spazio – lo abbiamo detto sino alla noia – alla reciprocità di maschile e femminile così come declinate nella storia della salvezza.

È una Chiesa che si depaupera quella che pensa di poter fare a meno della figura della Maddalena. Una Chiesa che con difficoltà saprebbe farsi carico del presente, dal momento che con difficoltà mette a fuoco il suo accadimento originante e originario. Ed è coerente, sin troppo coerente, la discrezionalità relativa alla pericope di Emmaus. L’omissione del seguito di Giovanni come quella del seguito di Luca ha lo stesso spessore, la stessa rilevanza. Il problema è quello medesimo di una convivialità che svanisce, di una comunione che si perde, di un dialogo che si interrompe.

La Chiesa allora celebra veramente la risurrezione del Signore allorché riconosce quale sua radice la testimonianza che, nello Spirito, uomini e donne insieme hanno resa e rendono di quest’evento.

Allorché riconosce uomini e donne insieme uniti nel divino banchetto della Sapienza di Dio fattasi carne. Banchetto gioioso, inutile dirlo, banchetto nuziale nutrendoci al quale la nostra stessa realtà creaturale viene transignificata nel Corpo stesso del Signore Risorto.

Ma forse nel nuovo lezionario – accadrà prima o poi di rivederlo – la narrazione pasquale verrà riproposta nella sua interezza. Ciò avverrà di certo perché cresce di giorno in giorno l’istanza inclusiva nella liturgia come nel vissuto della Chiesa. Allora, la celebrazione della Pasqua del Signore sarà più gioiosa.

Cettina Militello

   Vita Pastorale n. 4 aprile 1999 - Home Page