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EDITORIALE

ROSARIO E ADORAZIONE EUCARISTICA?

di RICCARDO BARILE
         

   Vita Pastorale n. 10 ottobre 1999 - Home Page Su richiesta di un vescovo, la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha formulato un’ampia risposta circa la recita del rosario dinanzi alla SS.ma Eucaristia esposta per l’adorazione. La risposta è del 15.1.1997 e, oltre la lettera del Pro-Prefetto, prosegue con una serie di più ampie considerazioni nonché un documento della Penitenzieria apostolica che assicura potersi anche in tal modo lucrare le previste indulgenze. Un testo quindi lungo ed elaborato, pubblicato su Notitiae 7-8/1998, pp. 506-511. Di fatto, escluso un servizio su Vita in Cristo e nella Chiesa 5/1999, pp. 50-53, i testi di cui sopra non hanno trovato ampio riscontro su altre riviste pastorali, forse perché non si riteneva rilevante la problematica.

Eppure non c’è bisogno di citare Giovanni Paolo II nella Redemptoris Mater per costatare che «la pietà del popolo cristiano ha sempre ravvisato un profondo legame tra la devozione alla Vergine e il culto dell’eucaristia (...). Maria guida i fedeli all’eucaristia» (n. 44: Ench. Vat. 10/1396). Così come non ci si può nascondere che la recita del rosario di fatto avviene durante le esposizioni eucaristiche e non sempre in modo corretto. Tanto vale affrontare, anche se timidamente ma apertamente, la questione.

La risposta del Dicastero vaticano anzitutto rievoca alcuni princìpi orientativi: la necessità di armonizzare i pii esercizi con la liturgia e i tempi liturgici; la connessione dell’esposizione eucaristica con la liturgia e la raccomandazione autorevole del rosario nonché la costante per cui «il sentire cattolico non separa mai Cristo da sua Madre, né Maria da suo Figlio»; l’invito altrettanto autorevole a valorizzare la pietà popolare pur evangelizzandola di continuo. Per quanto riguarda l’esposizione eucaristica, essendo previsto che in essa i fedeli incentrino la loro pietà sul Cristo Signore – e allo scopo si predispongano letture bibliche, omelia, brevi esortazioni ecc. –, si rammenta che il rosario, secondo Paolo VI nella Marialis cultus, «è preghiera di orientamento nettamente cristologico (oratio... quae ad rem christologicam prorsus convertitur)» (n. 46: EV 5/77), lasciando così intendere che è possibile e forse anche agevole un suo uso nell’adorazione eucaristica.

In pratica il documento sopracitato orienta così le scelte:

  • a) la preghiera davanti al SS.mo va «fatta secondo lo spirito dei documenti della Chiesa» e non necessariamente «con lo stesso stile, mentalità e preghiere come prima del Concilio»;
  • b) «si deve promuovere la recita del rosario nella sua forma autentica, cioè con il suo senso cristologico»;
  • c) «non si espone l’Eucaristia solo per recitare il rosario, ma si può includerlo tra le preghiere che si fanno sottolineandone gli aspetti cristologici con letture bibliche relative ai misteri e lasciando spazio alla loro meditazione silenziosa e adorante».

Restano degli interrogativi e sono possibili altri sviluppi a partire dalla considerazione che, se prima recitare il rosario dinanzi al SS.mo era un dato di fatto da cui si poteva astrarre, ora siamo in presenza di una autorevole giustificazione che non può restare ignorata.

È inutile nascondersi che un certo numero di liturgisti o di operatori pastorali sensibili alla liturgia non hanno accolto con entusiasmo tali determinazioni, vedendole al massimo come una tappa di un più lungo percorso, destinata a essere modificata dalle tappe successive. Il che è sempre possibile, se si pensa che Leone XIII stabilì «che se il rosario si recita la mattina, si celebri contemporaneamente la Messa, se invece di sera, si esponga il SS.mo Sacramento all’adorazione dei fedeli» (Superiore anno: Ench. delle Encicliche 3/441) – si noti che questo tipo di esposizione è proprio quello escluso dalla normativa sopracitata –, o che Pio XII in un documento liturgicamente decisivo come la Mediator Dei scrisse: «È fuori strada (ex recto aberret itinere) chi vuole restituire all’altare l’antica forma di mensa» (I, V: EE 6/488). Comunque, al di là di simili considerazioni, è saggezza vivere il momento presente accettando la risposta della Congregazione e interpretandola al meglio.

Il punto più delicato è che non sembra sufficiente parlare di non dividere il Figlio dalla Madre o di orientamento cristologico del rosario: questi argomenti infatti, pur veri, sono generici e da soli potrebbero giustificare anche... il rosario durante la Messa. Forse bisogna andare un po’ oltre e considerare la tipicità dell’adorazione eucaristica e la conseguente tipicità di una eventuale relazione mariana. Ora, nella venerazione a Cristo presente nel Sacramento, va ricordato che la presenza deriva dal sacrificio e tende alla comunione, per cui l’intima familiarità con Cristo, la preghiera di intercessione, l’offerta della vita, l’aumento delle virtù teologali ecc. sono finalizzati a partecipare alla celebrazione eucaristica e alla comunione (Rito della Comunione fuori della Messa e culto eucaristico, n. 88); più in concreto nelle esposizioni del SS.mo «appaia con chiarezza il suo rapporto con la Messa» (Ibidem, n. 90).

Dunque, se il riferimento resta la celebrazione dell’eucaristia e in particolare la comunione, il riferimento del rosario mariano va cercato nella tipica presenza di Maria nella celebrazione e in particolare nella preghiera eucaristica, che potrebbe essere ispirato al noto Communicantes et memoriam venerantes della vergine Maria, madre di Dio e del Signore nostro Gesù Cristo. Di conseguenza i fedeli vanno avviati a interpretare l’Ave non tanto o solo come un saluto a Maria, ma come «lode incessante a Cristo, termine ultimo dell’annuncio dell’angelo» (Marialis cultus n. 46: EV 5/77) o ancor meglio come il rallegrarsi di essere, insieme a Maria, in comunione con Cristo. Ma ci vuole attenzione, perché l’Ave Maria di per sé orienta direttamente (e lecitamente) a Maria e non a Cristo, né è un saluto mariano/eucaristico, come lo è invece questo della tradizione etiopica: «(Ave) O Vergine, che hai fatto maturare ciò che stiamo per mangiare, e sgorgare ciò che stiamo per bere!».

Ma, oltre a spiegare, si potrebbe anche addivenire a qualche concreta soluzione che dia corpo a quanto spiegato e che mantenga quanto dopo la spiegazione rischia di svanire. Oltre all’uso delle letture bibliche, citato nella risposta del Dicastero, il senso cristologico del rosario può essere posto in evidenza inserendo in esso il mistero dell’istituzione dell’eucaristia. Si potrà anche ricorrere al metodo della clausola, cioè unire al nome di Gesù una proposizione relativa variante per ogni decina ed esprimente il mistero enunciato (e tralasciare la Santa Maria che potrebbe essere usata una volta sola nell’ultima Ave della decina). Meglio di tante spiegazioni, questo metodo pone in evidenza il nome e quindi la persona di Gesù Cristo quale sbocco cristologico dell’Ave, creando così un riferimento consentaneo all’esposizione eucaristica. Si potrebbe addirittura usare una clausola fissa ispirata alla seconda delle orazioni previste per la benedizione: «...Gesù, crocifisso e risorto, presente in questo santo sacramento» (cf Rito..., n. 115).

Atteso poi che, secondo la risposta del Dicastero, «il contesto cambia sensibilmente se si tratta di un gruppo di seminaristi, di religiose, di giovani o di fedeli di una parrocchia», con alcuni gruppi particolari perché non sostituire la stessa Ave Maria con una formula di saluto mariano/eucaristico come quello etiopico o con un altro ispirato ad esempio alla finale del prefazio del formulario M. V. fonte di luce e di vita: «La Chiesa imbandisce la mensa eucaristica per nutrire i suoi figli con il pane del cielo che Maria ha dato alla luce per la vita del mondo, Gesù Cristo nostro Signore»? Sono solo testi ai quali ispirarsi, ma che vanno riformulati e non è detto che i primi tentativi sempre riescano.

Ci si potrebbe anche domandare se questo è ancora rosario. No, non lo è più, ma certo è uno sviluppo che porta avanti una linea iniziata – anche se non esplicitamente tracciata – dalla risposta del Dicastero vaticano.

E infine, in questo anno del Padre, anche nell’esposizione eucaristica bisognerebbe ricordarsi non solo di relazionare Maria a Cristo, ma Cristo al Padre (cf Rito..., nn. 88.113), evitando ogni forma di gesuismo. In fondo già la Mediator Dei interpretava la benedizione eucaristica non tanto come benedizione di Cristo, ma del Padre tramite Cristo (II, IV: EE 6/558). L’uso del rosario di Maria risulta quindi corretto se a suo modo favorisce l’itinerario classico della preghiera cristiana: per Cristo nello Spirito al Padre.

Riccardo Barile

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