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EDITORIALE

SINODO EUROPEO
«HO FATTO UN SOGNO»

di RENZO GIACOMELLI
         

   Vita Pastorale n. 12 dicembre 1999 - Home Page L'unico testo ufficiale del Sinodo sull’Europa (che si è svolto in Vaticano dal 1° al 23 ottobre u.s.) è, per ora, il messaggio finale. "Per ora": perché è certo che, sulla base della quarantina di propositiones, elaborate dai Padri dopo gli interventi nelle sessioni generali e il dibattito nei nove gruppi linguistici, il Papa preparerà una Esortazione apostolica, che probabilmente vedrà la luce nel Duemila. Stiamo quindi al messaggio finale, che ha i contenuti e i toni di un’esortazione alla speranza. Fin dal titolo: "Testimoniamo con gioia il Vangelo della speranza in Europa".

Senza nascondersi i drammi personali e sociali che colpiscono gran parte del nostro Continente (dalla disoccupazione alle migrazioni, dal vuoto esistenziale ai conflitti etnici), i vescovi riuniti in Sinodo proclamano che nella vecchia Europa la speranza è possibile. È possibile anzitutto sul fondamento della fede in Cristo. È lui la «speranza sempre nuova della Chiesa e dell’umanità».

La speranza è possibile anche perché i "segni dei tempi" dicono che essa non è un’utopia. Ha fondamenti reali nell’esperienza dei cristiani: i tanti martiri di questo secolo, di tutte le confessioni cristiane, tanto all’Est quanto all’Ovest; la santità di tanti uomini e donne («non solo di quanti sono stati proclamati ufficialmente dalla Chiesa»); la libertà delle Chiese dell’Est europeo; il concentrarsi della Chiesa sulla sua missione spirituale; la diffusione dei nuovi movimenti cristiani; il maggiore dinamismo della vita consacrata, delle parrocchie e delle associazioni laicali; l’accresciuta corresponsabilità di tutti i cristiani nella missione della Chiesa; la crescente presenza delle donne nella vita della comunità cristiana. Sono segni di speranza che, soprattutto in vista del nuovo millennio e di un maggiore slancio evangelizzatore, vanno coltivati con un nuovo impulso «all’annuncio mediante la testimonianza della vita, alla predicazione, alla catechesi, alla ricerca teologica, alla cultura religiosa, al dialogo tra scienza e fede».

Anche sul versante "laico" sono visibili segni di speranza: la crescente reciproca apertura tra i popoli europei; la riconciliazione tra nazioni un tempo nemiche; l’allargamento progressivo del processo unitario ai Paesi dell’Est; l’emergere di una coscienza europea che, soprattutto fra i giovani, può far crescere sentimenti di fraternità e di condivisione.

Dopo questi riconoscimenti, i padri sinodali rivolgono alcuni appelli alle classi dirigenti dell’Europa, esortandole a difendere i diritti umani, la vita e la famiglia (fondata sul matrimonio), ad affrontare con senso di solidarietà il crescente fenomeno delle migrazioni («rendendole nuova risorsa per il futuro europeo»), a garantire ai giovani un futuro «veramente umano con il lavoro, la cultura, l’educazione ai valori morali e spirituali»), a tenere «aperta l’Europa a tutti i Paesi del mondo, anche con il condono del debito estero».

Per trovare questi toni di speranza il Sinodo europeo ha dovuto operare una virata rispetto ai primi passi. Sulla scia dell’Instrumentum laboris, il cardinale spagnolo Rouco Varela nella relazione introduttiva aveva dipinto un quadro a tinte fosche della realtà spirituale, pastorale e culturale del nostro Continente. Nelle sessioni generali, parecchi interventi hanno arato lo stesso solco, parlando di "apostasia tranquilla" dei cristiani europei (cardinale Eyt, arcivescovo di Bordeaux) o di "afasia religiosa" (cardinale Poupard, presidente del Pontificio Consiglio della cultura). Altri hanno lamentato le chiese e i seminari vuoti, la sordità alle direttive morali della gerarchia, il neo-paganesimo galoppante.

La virata è giunta con alcuni abili interventi, efficaci nel saper coniugare realismo e impulso alla speranza. Ha incominciato l’arcivescovo di Genova, cardinale Dionigi Tettamanzi, che ha invitato all’«ottimismo che nasce dalla fede nella presenza del Signore Gesù». Un ottimismo che poggia anche sulla memoria storica: nel passato il nostro Continente ha attraversato momenti forse più drammatici di quello attuale. Tettamanzi ha pure sottolineato che molti dei fenomeni, che oggi possono spaventare, sono in realtà "ambivalenti", e quindi aperti a soluzioni positive: come il grande sviluppo dei mass media, la legislazione delle istituzioni europee, il progresso tecnologico e scientifico.

Anche l’arcivescovo di Malines-Bruxelles, cardinale Godfried Danneels, ha messo l’accento sull’ambiguità dei molti fenomeni che stiamo vivendo. «In Europa occidentale», ha detto, «viviamo in una cultura diffusa come in un giardino, dove crescono diverse piante velenose: il desiderio sfrenato di consumo, l’edonismo, l’orgoglio del non serviam. Ma ogni pianta velenosa contiene il suo antidoto. Non tutto è negativo». Tra gli esempi di questa ambivalenza, Danneels ha citato: «In molti Paesi la Chiesa diventa minoritaria e povera di personale, di mezzi finanziari, di potere e di prestigio. Forse Dio ci conduce verso una sorta di nuovo "esilio babilonese" per insegnarci a diventare più umili e a vivere la dottrina dell’onnipotenza della grazia».

L’intervento che più ha colpito l’opinione pubblica è stato quello del cardinale Martini. La stampa, che ha potuto accedere al testo integrale grazie all’agenzia Adista, vi ha dedicato largo spazio. Citando il card. Hume, morto il 17 giugno scorso, che era solito introdurre i suoi interventi ai Sinodi con le parole: I had a dream (Ho fatto un sogno), anche l’arcivescovo di Milano ha esposto tre sogni. Il primo: maggiore familiarità con la Sacra Scrittura nella comunità cristiana. Il secondo: maggiore inserimento dei nuovi movimenti e delle nuove comunità nella pastorale parrocchiale.

«Un terzo sogno è che il ritorno festoso dei discepoli di Emmaus a Gerusalemme per incontrare gli apostoli divenga stimolo per ripetere ogni tanto, nel corso del secolo che si apre, un’esperienza di confronto universale tra i vescovi, che valga a sciogliere qualcuno di quei nodi disciplinari e dottrinali che forse sono stati evocati poco in questi giorni, ma che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino delle Chiese europee e non solo europee.

«Penso in generale agli approfondimenti e agli sviluppi dell’ecclesiologia di comunione del Vaticano II. Penso alla carenza in qualche luogo già drammatica di ministri ordinati e alla crescente difficoltà per un vescovo di provvedere alla cura d’anime nel suo territorio con sufficiente numero di ministri del Vangelo e dell’Eucaristia. Penso ad alcuni temi riguardanti la posizione della donna nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale, i rapporti con le Chiese sorelle dell’Ortodossia e più in generale il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica, penso al rapporto tra democrazie e valori e tra leggi civili e legge morale. Non pochi di questi temi sono già emersi in Sinodi precedenti, sia generali che speciali, ed è importante trovare luoghi e strumenti adatti per un loro attento esame. Non sono certamente strumenti validi per questo né le indagini sociologiche né le raccolte di firme. Né i gruppi di pressione. Ma forse neppure un Sinodo potrebbe essere sufficiente. «Alcuni di questi nodi necessitano probabilmente di uno strumento collegiale più universale e autorevole, dove essi possano essere affrontati con libertà, nel pieno esercizio della collegialità episcopale, in ascolto dello Spirito e guardando al bene comune della Chiesa e dell’umanità intera. Siamo cioè indotti a interrogarci se, quarant’anni dopo l’indizione del Vaticano II, non stia poco a poco maturando, per il prossimo decennio, la coscienza dell’utilità e quasi della necessità di un confronto collegiale e autorevole tra tutti i vescovi su alcuni dei temi nodali emersi in questo quarantennio. Vi è in più la sensazione di quanto sarebbe bello e utile per i vescovi di oggi e di domani, in una Chiesa ormai sempre più diversificata nei suoi linguaggi, ripetere quella esperienza di comunione, di collegialità e di Spirito Santo che i loro predecessori hanno compiuto nel Vaticano II e che ormai non è più memoria viva se non per pochi testimoni».

Non mi scuso per la lunga citazione, perché è giusto che i lettori valutino quanto detto dal cardinale Martini avendo presenti le sue parole e non sintesi monche. L’intervento dell’arcivescovo di Milano è stato tra i più applauditi dai padri sinodali, ma il cardinale Tettamanzi e l’arcivescovo di Lubiana, monsignor Rodé, all’ultima conferenza stampa sui lavori sinodali hanno detto che esso non ha avuto alcuna eco nel Sinodo.

Nella stessa occasione, l’inglese Vincent Nichols (amministratore diocesano di Westminster) e il tedesco Josef Homeyer (vescovo di Hildesheim) hanno affermato che i temi sollevati dal card. Martini sono da tener presenti, perché di grande importanza. Forse, l’arcivescovo di Milano ha anticipato buona parte dell’agenda dei lavori del prossimo Sinodo episcopale, quello del Duemila, che avrà per tema la missione dei vescovi nella Chiesa e nel mondo di oggi.

Renzo Giacomelli

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