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L’ESPERIENZA DI UNA DONNA OPERATRICE PASTORALE
    

   Vita Pastorale n. 12 dicembre 1999 - Home Page «A chi dunque paragonerò gli uomini di questa generazione, a chi sono simili?...» (Lc 7,31-35). Questi versetti potrebbero già condensare tutto ciò che desidero esprimere in questo scritto, che non pone specifici quesiti, né casi umani personali, ma che vorrebbe essere uno spunto di comune riflessione, occasione di dialogo, di scambio di idee, di confronto... Sono una "donna in carriera", di media età, laureata, sposata con quattro figli di diverse età, e sono per scelta un’operatrice pastorale "a tempo pieno", nel senso che dedico alla pastorale parrocchiale tutto il mio tempo libero.

Fin da ragazza ho sentito l’esigenza di approfondire la mia fede, e già da allora ho iniziato a seguire corsi di teologia, di liturgia e di Sacra Scrittura. Vivo e opero in una parrocchia retta da religiosi, che conta cinquemila abitanti, in una cittadina di provincia un po’ addormentata, di cultura medio bassa. Parrocchia che dopo molti anni di gestione un po’ grigia e sciatta, ora, grazie alla presenza di nuovi presbiteri, illuminati, di grande cultura teologica, biblica, liturgica e pastorale, e anche umana si è un po’ mossa. Presenza che ha rivitalizzato la pastorale. Catechesi, liturgia e carità sono state, con progressivi e non facili passi, ricaricate di idee, di contenuti, di vita!

Alcuni esempi: la liturgia è curata in modo da parlare veramente delle meraviglie di Dio. È stato istituito un gruppo liturgico; si è dato vita a corsi di formazione permanente per accoliti e lettori (non istituiti); si sono curati gli addobbi, sobri ma significativi; si prega ogni giorno, laici e presbiteri insieme, la Liturgia delle Ore. A tutta la comunità è periodicamente offerta una catechesi liturgica, attraverso schede dal linguaggio semplice. Vi è gran fermento riguardo alla Sacra Scrittura: proposte varie e diversificate per età e sensibilità: dalla Lectio divina settimanale, aperta a tutti, alla scuola biblica per anziani, alla lettura settimanale del vangelo domenicale per le famiglie coi figli di varie età, ecc. Si sono rinnovate e arricchite le iniziative di carità, con frutti sorprendenti. Si sono ridati vita e vigore, con profusione di forze, ai gruppi parrocchiali di Azione Cattolica, Scout e gioventù francescana. Si è costituito, infine, un gruppo formativo e ricreativo per anziani.

La catechesi dei ragazzi, giovani e adulti, è stata rivisitata, cercando di "rieducare" i genitori a non delegare (si veda l’articolo di S. Sirboni su Famiglia Cristiana n. 40/’99) tutto alla parrocchia, ma cercando di restituire loro, con un costante e pazientissimo accompagnamento il compito di educare i figli alla fede. Gli operatori pastorali non si improvvisano, ma seguono corsi permanenti di formazione. Non si è dimenticato il "nazionalpopolare", facendo rinascere la festa patronale, con sobrietà ma con simpatiche iniziative coinvolgenti tutte le età! Vengono seguite con percorsi lunghi e ben strutturati le famiglie che chiedono il battesimo dei bambini (che conoscono fin dal primo giorno dell’anno pastorale orari e date degli incontri e le quattro date dei battesimi comunitari), i cresimandi adulti e i fidanzati. Si lavora con gran delicatezza e molta pazienza per destrutturare le domande non motivate dalla fede, e per rimotivarle, con rispetto e sapendo attendere. E potrei continuare all’infinito.

«Bene», si potrebbe dire da parte di alcuni. Invece bene per niente! Il consenso della massa è nullo! Disturbata nel tranquillo adagiarsi su di un passato e talora su tradizioni (con la "t" minuscola!), ormai vuote e insignificanti, ma comunque consolidate, la gente ci è ostile, e non perde occasione per esternare a presbiteri e operatori pastorali, e anche tra loro nei luoghi di ritrovo più comuni, l’aggressività, nei modi più diversi. Direi che, tranne le botte fisiche, presbiteri e operatori han preso di tutto!

Io sono una cuoca discreta: me lo concedete un paragone "gastronomico"? Noi trascorriamo, gratuitamente e per amore, l’intera giornata sui fornelli a preparare manicaretti da presentare con gioioso affetto alla nostra gente. Ma sembra che nessuno abbia fame, anzi, ci viene rimbrottato che ai manicaretti si preferisce pan secco e ammuffito! E tu, con pazienza, cerchi di spiegare che non esiste solo il pane secco e ammuffito, ma anche il pane solo secco, e poi quello fresco, e poi quello imbottito di prosciutto e infine anche l’arrosto con le patatine, che fanno crescere meglio e giovano di più alla salute.

Parole al vento. Eppure i risultati, piccoli e lenti, ci sono. Faccio due esempi: i nostri bambini, fin dalle prime classi elementari, hanno dimestichezza con la parola di Dio, sanno fare una piccola Lectio, dimostrano recettività e comprensione del significato assai di più di quanto non si sospetterebbe! E i cresimati, almeno coloro che si impegnano nel cammino proposto, celebrato il sacramento non "mollano", anzi si impegnano personalmente nell’animazione, nei gruppi, e altro. Però ci viene rimproverato che sono pochi (in genere possiamo dire 15 su 20 circa; gli altri, che non si sentono di impegnarsi vengono o seguiti con percorsi diversificati o emigrano in altre parrocchie, da dove poi spariscono per sempre.

Purtroppo, pur essendo il nostro un Vicariato e una Diocesi abbastanza discreti, ci sono tantissime realtà. C’è sempre chi è disponibile a dare il battesimo senza neppure un incontro, a fronte di percorsi prolungati e impegnativi. Si ha la sensazione di lavorare tantissimo per poco, con attacchi e critiche senza poter dialogare. La gente, spesso, vorrebbe la parrocchia come un supermarket, dove prendere ciò che piace, e spendendo il meno possibile. Che fare? Continuare con questo impegno? «Se il Signore non custodisce la città, vana sarà la fatica dell’uomo».

o.p.
    

Anche Simon Pietro, dopo una nottata di pesca in cui aveva faticato tanto senza prendere nulla, spinto dalla "curiosità", ma anche fidandosi del Maestro, dichiara: «Ma sulla tua parola getterò le reti» (Lc 5,5).
     

freccia2.GIF (131 byte) A PROPOSITO DEI VESCOVI EMERITI...

Sono un vescovo residenziale. Leggendo l’articolo di mons. Giuseppe Casale (VP 10/1999, pp. 52-53), con la presente voglio intervenire nel dialogo sui vescovi emeriti di cui VP più volte si è occupata. Ho l’impressione che il problema dei vescovi emeriti non esiste. Infatti, da quel che so la maggioranza dei vescovi emeriti sono contenti di essere stati esonerati dalle responsabilità pastorali e tutti godono dell’affetto del loro successore. Ne è prova lo sparuto numero di vescovi benemeriti che interviene portando motivi giusti e giustificabili a favore del mantenimento dei vescovi ultra 75enni nella loro sede. Ma vi sono motivi giusti e giustificabili per sostenere anche la tesi opposta.

Sono stato nominato vescovo nel 1974 (in questi giorni ho compiuto 25 anni di episcopato) all’età di 38 anni non compiuti. La sede che occupo si era resa vacante per la rinunzia del mio predecessore per raggiunti limiti di età (75 anni) dopo 27 anni di servizio episcopale alla diocesi. Egli è rimasto in diocesi e siamo stati insieme per più di cinque anni, fino a quando improvvisamente ci ha lasciati facendo ritorno al Padre. Per me sono stati cinque anni magnifici.

E ho sempre considerato una benedizione del Signore avere vicino il mio predecessore. Tanto che quando l’ho visto morto posso dire che i miei sentimenti di tristezza sono stati piuttosto egoistici. Non mi sono addolorato tanto per la morte quanto per aver perduto io il mio sostegno nell’esercizio del mio servizio episcopale. Mi sono sentito orfano e solo. Verso il mio predecessore nutrivo sempre sentimenti filiali che esprimevo in ogni occasione. Lo consideravo mio padre.

Per apparire effettivamente chiara la successione apostolica, ma anche per sentirmi più legato al mio predecessore gli avevo chiesto fin dal principio che lui stesso mi consacrasse vescovo. Con lui mi consigliavo, gli chiedevo informazioni su varie questioni, gli esponevo le mie intenzioni prima di realizzarle. Nelle solennità, anche se ero presente, lo invitavo a presiedere l’Eucaristia, ma lui non ha mai accettato. Preferiva concelebrare.

Sebbene il mio modo di esercitare il servizio episcopale (ispirato dal Vaticano II) era molto diverso da quello che era il suo, dovuto anche alla differenza di età (ci dividevano 38 anni), lui era ossequiente e contento per quello che si realizzava in diocesi, partecipava alle manifestazioni e riunioni. Tutti, io e i sacerdoti, lo circondavamo con tanto affetto che lui ricambiava. Insomma era per noi il padre amato. In questo clima il mio predecessore ha trascorso i suoi ultimi anni di vita. Non si è sentito mai inutile o messo da parte. Anzi...

Credo che il problema dei vescovi emeriti, se esiste, bisogna cercarlo nel carattere personale di ognuno e nelle relazioni tra predecessore e successore e non generalizzarlo per tutti i vescovi emeriti e benemeriti.

Francesco Papamanolis
vescovo di Syros, Santorino e Creta
    

freccia2.GIF (131 byte) L’UNITÀ ECCLESIALE NEL GIORNO DEL RISORTO

La nostra Chiesa è costruita su un piano rialzato. Al piano superiore c’è la grande aula per i giorni di festa. Al piano inferiore, accanto alle aule del catechismo, è stata creata la cappella feriale, simile alla cripta della chiesa antica. Così la Messa con poca gente è più raccolta, ci si difende meglio dal caldo o dal freddo, si pregano bene le lodi e i vespri. Inoltre risparmia agli anziani due rampe di scale e serve anche come cappella domestica ai religiosi che animano la nostra parrocchia.

Alcuni sacerdoti però sostengono che ciò è antiliturgico perché rompe la centralità spirituale della parrocchia, formata dall’unico altare e dall’unico tabernacolo.

Che ne dice l’esperto liturgista?

Il gruppo del consiglio pastorale
    

Risponde p. Rinaldo Falsini.
Le ragioni sono più che sufficienti per la soluzione che del resto è tanto diffusa da diventare "normale" e oltretutto gode di un fondamento storico sull’esistenza di qualche chiesa "invernale" hiemalis

L’ottimo nel caso sarebbe nemico del bene, perché nella grande aula ecclesiale e domenicale il gruppo si troverebbe sperduto, fuori di quel contesto logistico che ne favorisce l’unità e la familiarità. Non va poi dimenticato che l’unità ecclesiale (parrocchiale) si realizza in forma propria nel giorno del Risorto che è anche giorno dell’assemblea.
   

freccia2.GIF (131 byte) GUARDANDO CON OCCHI DI FEDE...
    
Tra i punti obbligati per chi si reca a visitare i Luoghi Santi, c’è quello dove si è celebrata la Prima Eucaristia e che riempie di amarezza il cuore del pellegrino (papa Paolo VI, di venerata memoria, pianse alla vista del cenacolo, nel suo storico pellegrinaggio in Terra Santa) per via della tomba di Davide che viene custodita nel vano sottostante e che rende tuttora difficile la cessione dell’edificio ai cristiani... per cui del Cenacolo si può ammirare soltanto il sito, tutto spoglio e disadorno...!

Ma questa apparente "sfortuna" può rispondere a una logica ben precisa, sul piano della fede: l’Eucaristia è "pegno di risurrezione". E la tomba di Davide, situata nello stesso stabile del Cenacolo, ci richiama a quando tutti usciremo dai nostri sepolcri, proclamando la Gloria del "Figlio di Davide" che viene a portarci nel suo Regno Eterno. Ma l’Eucaristia è anche dove Gesù più "nasconde la sua Gloria". E le pareti del Cenacolo rimaste (per la causa suaccennata) del tutto nude e disadorne, fanno da paradigma a questa umiliazione a cui il Grande Sacramento fa riferimento. Che questa lettera possa giovare specie a quanti, magari nella ricorrenza del Grande Giubileo, programmano di visitare la Terra Santa.

p. Michele Massaro
Leverano (Le)
    

freccia2.GIF (131 byte) LA SEMPLICITÀ DEI POVERI

Provo sempre una certa impressione di sofferenza, quando mi capita di sentir dire o di leggere difficili contorsioni dialettiche di sapore più o meno teologico o filosofico, per spiegare, secondo un certo punto di vista, alcuni aspetti della vita religiosa cristiana. Allora ammiro ancora di più la semplicità del vangelo, dove si dicono le cose più grandiose fatte da Dio per il bene dell’umanità e s’insegnano le cose più importanti da sapere e da fare in una forma così comprensibile da tutti, che sono un vero godimento dello spirito.

La premessa serve per descrivere il mio stato d’animo, dopo aver letto su Vita Pastorale n. 10/99 l’editoriale: "Rosario e adorazione eucaristica?".

M’è venuto di ragionare così: poniamo che io incontri un uomo, che conosco e, dopo i soliti convenevoli, che comprendono magari qualche domanda sulla salute della sua mamma, mi mettessi a invocarla, a supplicarla o a esaltarla con l’intenzione d’andare avanti piuttosto a lungo. Credo che quell’uomo mi direbbe: «Se crede, glielo vado a domandare»; oppure: «Scusi sa, ma sarà bene che queste cose gliele dica direttamente a lei». E sarebbe un comportamento normale.

Così mi pare logico e semplice pensare dell’adorazione eucaristica. Esponiamo solennemente Gesù Signore, vivo nell’Eucaristia e dovremmo rivolgerci a lui con espressioni di preghiera vocali e mentali, con canti e lodi, che lo riguardano direttamente. O la nostra fede, che ce lo presenta lì, che ci guarda e che quando tacciamo noi, ci parla nel cuore, non sa suggerirci proprio nulla da dirgli? Ma se bastano alcuni versetti d’un salmo per riempire le ore. C’è proprio bisogno di trascurare Lui per rivolgerci alla sua Mamma con la recita del Rosario? La quale recita del rosario, che pensiamo graditissima a Maria SS., sta bene detta davanti a una sua immagine, oppure nella celebrazione di feste mariane.

Così penso io e così ho cercato di fare con la mia gente, che l’ha capito a meraviglia.

don Pino Sabaini
Vigevano (Pv)
    

Risponde p. Riccardo Barile.
Lo dico senza ironia: come sarebbe bello se gli estensori di documenti e di risposte autorevoli si consigliassero con persone come lei! Ma la realtà è un’altra: il quesito è stato posto da un vescovo e la risposta è qualificata. Di nuovo senza ironia: beato lei per quello che pensa e beata la sua gente che ha capito a meraviglia. Ma non dappertutto è così e allora ben venga qualche "contorsione dialettica" per volgere al meglio (o al meno peggio) una prassi esistente. I documenti ai quali ci si riferiva e l’articolo stesso sono strumenti per far evolvere una situazione e non la giustificazione della "normalità" del Rosario organizzato durante l’adorazione eucaristica.
   

freccia2.GIF (131 byte) LA LINGUA NELLE CELEBRAZIONI INTERNAZIONALI DEL PAPA

Ho sottomano il n. 5/99 di VP che riporta in copertina Padre Pio e il vostro santo fondatore e ho sottocchio anche l’ottimo opuscolo della Beatificazione di Padre Pio redatto a cura dell’ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice. Il problema liturgico è legato a questo e ai "lamenti" raccolti sulla stessa piazza San Pietro. Certo, non si può, ora come ora, accontentare una assemblea liturgica "internazionale" con l’usare tutte le lingue dei possibili fedeli presenti. Tuttavia il problema della lingua comune e neutrale nelle liturgie con assemblee plurinazionali c’è e dovrà pure affrontarlo la santa madre Chiesa. Ai liturgisti di VP, dunque, pongo la questione in questi termini:

1) Si ritiene che le liturgie con assemblee plurinazionali siano in sintonia con quanto recita il n. 1935 del Catechismo della Chiesa cattolica e quindi con i Diritti umani?

2) Non ritengono i liturgisti che nell’era della globalizzazione anche il problema della lingua mondiale debba rispondere a criteri etici, così come la Chiesa lo ritiene necessario per tutti gli altri aspetti della globalizzazione (politica, economia, comunicazione ecc.)?

3) Anche se la scelta di una lingua comune e neutrale per la globalizzazione è competenza degli Stati (i quali però, purtroppo, sono ancora legati a lingue nazionali, quelle dei più forti, come fu per 50 anni la Comunità europea alle monete dominanti!) più che della Chiesa, tuttavia non avvertono i liturgisti la stonatura, anzi il peccato di discriminazione linguistica (anche il popolino lo dice!) nelle liturgie di piazza San Pietro e similari?

4) Penso che sia compito della Sacra Congregazione del culto divino e dei sacramenti sollevare, affrontare e risolvere il problema, e quindi esperimentare altre soluzioni linguistiche al posto della soluzione discriminatoria imperante. Ma i liturgisti che ne pensano e quali orientamenti prendono a questo proposito? Dalle mie impressioni sembra che abbiano paura di affrontare nei loro congressi detto problema. Forse si sentono impotenti e incapaci, o forse non sono aggiornati sulla nuova esperienza della lingua pianificata, l’Esperanto, che pur si fa da tempo nella Chiesa stessa di Dio!

5) La liturgia in Esperanto che la Sacra Congregazione del culto divino e dei sacramenti ha approvato, sia pure nei limiti stabiliti dall’apposito Decreto (prot. CD 181/90 e prot. CD 149/90), non potrebbe essere una proposta da far conoscere e da dibattere nei convegni di liturgia oltre che da esperimentare in comunità religiose, internazionali e ristrette, al di fuori della cerchia degli esperantisti?

don Duilio Magnani
Rimini
    

Risponde p. Rinaldo Falsini.
La sua domanda, ben articolata, non riguarda la nostra pastorale quotidiana e nemmeno straordinaria ma un aspetto particolare delle celebrazioni papali internazionali, alle quali presiede un apposito Ufficio, che per la circostanza abbiamo consultato. Non è quindi un argomento di discussione tra i liturgisti nemmeno nei convegni di studio e nelle stesse riviste. Ricordo una riunione dei consultori della Congregazione per il culto divino sull’"opportunità" del fatto stesso delle trasmissioni – come si dice – delle Messe televisive per il pericolo di stravolgimento del suo significato ben preciso, teologico e rituale, da non confondere con altre manifestazioni non sacramentali. Noi a volte diamo per scontato o per ovvio quello che non lo è, arrivando a delle conclusioni senza le premesse. Nessuno sogna di ritornare alla legge dell’arcano ma oggi ci siamo trovati di fronte a situazioni impensate, che contrastano con il senso della "partecipazione" effettiva.

Ritornando alla questione linguistica, va precisato che non ha nulla a che vedere con l’uguaglianza tra gli uomini e relativi diritti (CCC 1935), che vale solo per l’accesso alla fede cristiana per l’evangelizzazione ma non per la sacramentalizzazione strettamente detta, in particolare per l’Eucaristia che non è un fatto spettacolare o di massa, in via ordinaria. Da taluni la discriminazione viene riscontrata nel divieto alle donne dai ministeri liturgici, a cominciare da quelli istituiti.

Circa le celebrazioni papali internazionali, l’Ufficio competente informa che nelle manifestazioni che si svolgono a Roma, nelle quali convengono da tutte le parti del mondo, in base alla segnalazione della Prefettura apostolica, si usa la lingua italiana, essendo quella della diocesi di cui il Papa è vescovo, con l’aggiunta di un’altra del gruppo più numeroso, con a lato altre versioni delle parti più importanti. Meno facile diventa la scelta dei canti e ugualmente una partecipazione al di fuori della piazza San Pietro. Nelle celebrazioni in altri paesi ci si attiene alla lingua o lingue del luogo. In genere, come seconda lingua, si tiene presente lo spagnolo che è la lingua dei paesi a maggioranza cattolica. Per le celebrazioni con la presenza degli orientali (le grandi solennità) viene cantato il vangelo in latino e in greco per ragioni ecumeniche e storiche. Infine circa l’esperanto (che nella città di Rimini – dove risiede il nostro lettore – ha la sua "sede" naturale e promozionale) si fa notare che ancora è una lingua di "minoranza". E qui ci fermiamo.

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