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DAL CONCILIO VATICANO II IN ATTESA DEL GIUBILEO - Le provocazioni del Concilio al nuovo Millennio

Una Chiesa che si fa tutta a tutti

di SEVERINO DIANICH
      

   Vita Pastorale n. 12 dicembre 1999 - Home Page Dal concilio Vaticano II a oggi è passato quasi mezzo secolo. È mutata profondamente la situazione mondiale: sia dal punto di vista culturale che da quello religioso si va verso una generale laicizzazione in ossequio all’idea di una società liberale e democratica, plurietnica e plurireligiosa, nella quale solo l’assenza di certezze dovrebbe garantire la pacifica convivenza civile. L’eredità del Concilio? Il ritorno convinto e diffuso alla parola di Dio; l’espansione dell’istruzione teologica presso i laici; l’apertura della Chiesa alla società; la riforma liturgica; il mutamento di clima nei confronti delle altre confessioni religiose, il dialogo con i non credenti. Qualche interrogativo sul futuro dell’evangelizzazione.

Questo nostro mezzo secolo. Il gioco convenzionale dei numeri del calendario, che ci sta conducendo inesorabilmente alla sostituzione dell’1 con il 2 e all’introduzione dei tre zeri nel segno grafico che identifica l’anno, sta scatenando la fantasia e la voglia di fare previsioni sul nuovo millennio. Con un pizzico di ironia cristiana si potrebbe dire che in realtà nessuno sa se davvero l’umanità abbia davanti a sé un terzo millennio di storia, giacché Gesù, interrogato sui tempi della fine, aveva dichiarato che «neppure il Figlio dell’uomo» li conosce. Comunque sia, dal bisogno istintivo di fare bilanci in queste occasioni e di tracciare previsioni non ci si salva.

Dal concilio Vaticano II a oggi è passato quasi mezzo secolo e la situazione in cui viviamo è profondamente mutata. Nel quadro politico mondiale il cambiamento più macroscopico è costituito senza dubbio dalla fine di un equilibrio che si reggeva in forza della divisione del mondo nei tre blocchi del comunismo, del capitalismo e dei Paesi non allineati. Il concilio Vaticano II si era celebrato e si era mosso nella forte sensazione che un processo in questa direzione stava incominciando. La più appariscente aspirazione della Chiesa cattolica fu allora quella di aprire un dialogo con il mondo, contribuendo così alla realizzazione del sogno di una riconciliazione universale. E se oggi il Papa può fare le sue visite pastorali praticamente dovunque, se la Chiesa può dialogare con buddhisti e musulmani, se si può pregare insieme per la pace del mondo con tutte le confessioni cristiane e con le altre religioni, tutto questo lo dobbiamo allo spirito e ai documenti del Concilio.

Altra cosa è se il mondo davvero abbia camminato sulla via della riconciliazione e della pace oppure no: osservando lo spettacolo che oggi l’umanità ci offre, molti saranno tentati di giudicare quella del Concilio un’illusione. Non è in potere della Chiesa determinare le sorti dei popoli: ma è potere e dovere della Chiesa porsi in mezzo ai conflitti che dividono gli uomini con il suo "ministero di riconciliazione"; e questo oggi la Chiesa indubbiamente lo fa, più e meglio che in molte altre epoche della sua storia. A questo enorme allargamento dell’audience di cui oggi la Chiesa gode nel mondo non corrisponde però un’estensione degli spazi della fede. Nell’ambito della cultura occidentale è facile osservare come la frammentazione del sapere abbia portato con sé una grande ondata di nichilismo, che apre gli animi a ricevere e ospitare tranquillamente gli esoterismi più vistosi, mentre li chiude a una proposta di fede che appella a una decisione della totalità della persona.

È su questo terreno che si sta verificando uno strano revival religioso, il quale impedisce alla nostra società di piegare verso l’ateismo, ma non significa affatto un ritorno alla fede cristiana. Si tratta fondamentalmente di una religiosità individualistica, priva di ogni decisione di fede, proclive all’occulto e alla magia, non certo capace di creare forze istituzionali in grado di influire sull’andamento della vita sociale. Per cui non è vero – come a volte si sente dire – che la secolarizzazione, già proclamata vincente dai sociologi, ora sia stata sconfitta. Essa è fenomeno imponente che avanza ancora, in quanto le istituzioni si laicizzano sempre di più in obbedienza all’ideale di una società liberale e democratica, plurietnica e plurireligiosa, nella quale solo l’assenza di certezze dovrebbe garantire la pacifica convivenza civile.

Giovanni Paolo II all'incontro ecumenico di Assisi del 1986.
Giovanni Paolo II all'incontro ecumenico di Assisi del 1986.

L'eredità del Concilio. Avendo avuto il Concilio i suoi fans e non pochi nemici, accade che al giudizio negativo di chi gli imputa tutte le difficoltà che oggi la Chiesa incontra nella sua missione si aggiunge il giudizio negativo di chi, avendone esasperato nel suo entusiasmo le attese, ora ne deplora il fallimento. In realtà, solo chi si attendeva una sorta di palingenesi del mondo o solo chi ha memoria corta può ritenere che il Vaticano II nulla abbia cambiato nella Chiesa di questa seconda metà del secolo. Tutti gli osservatori più attenti ai valori della fede hanno unanimemente osservato che il ritorno al centro della parola di Dio è un avvenimento che qualifica positivamente la Chiesa cattolica delle nostre generazioni. La cultura biblica dei credenti, anche se ancora piuttosto povera, è grandemente cresciuta. La sola fruizione di cicli di letture bibliche più ricchi nella liturgia ha portato con sé una conoscenza dei testi molto più vasta e approfondita.

A questo va aggiunto il fenomeno dei cosiddetti "centri di ascolto" della parola di Dio, che si vanno moltiplicando nelle parrocchie, e la costante meditazione della Scrittura che caratterizza molti dei movimenti ecclesiali oggi esistenti. A tutto questo si aggiunga l’espansione dell’istruzione teologica presso i laici. Da una teologia totalmente riservata al clero si è passati in Italia, attraverso l’istituzione delle nuove facoltà teologiche, aperte a chierici e laici, uomini e donne, e la creazione degli Istituti di Scienze Religiose e delle Scuole di formazione teologica, a una presenza numerosa e qualificata di cristiani laici dotati di una competenza teologica, in molti casi, di alto livello. È questo un fenomeno che si rivelerà in futuro sempre più determinante per un nuovo equilibrio fra le diverse componenti della Chiesa e un importante antidoto al clericalismo.

Rispetto alla posizione di arroccamento della Chiesa in un atteggiamento costantemente difensivo nei confronti delle istituzioni della società civile, che l’ha caratterizzata soprattutto nel secolo scorso e nella prima metà del ’900, il Concilio indubbiamente ha portato con sé un rasserenamento nei rapporti fra quello che si usa chiamare il mondo cattolico e il mondo laico. Si sono aperte vie nuove di cooperazione delle iniziative di solidarietà e di carità che si sviluppano nelle comunità cristiane sia con le istituzioni civili e sia con le libere intraprese di gruppi e associazioni esterne alla Chiesa. Il fenomeno non è di poco conto, perché permette un migliore inserimento della Chiesa nel suo contesto umano, sì da farle vivere la sua vocazione di servizio all’uomo nella logica dell’incarnazione. La prassi prima dominante di una voluta e costante contrapposizione alle istituzioni e alle intraprese della società civile isolava la Chiesa dal mondo e interrompeva i sentieri attraverso i quali avrebbe potuto compiere la sua opera di evangelizzazione.

La riforma più organica e più vistosa disposta dal Concilio fu senza dubbio la riforma liturgica. Per ciò che è dipeso dagli organismi deputati a disporre i nuovi libri liturgici e a emanare i nuovi ordinamenti, tutto è stato compiuto secondo la volontà del Concilio. Quanto poi alle mete ideali che il Concilio si era proposte, quella di una liturgia nella quale il popolo di Dio fosse il soggetto consapevole e attivo, bisognerà pur dire che si è in parte realizzata. Ma bisognerà anche aggiungere che questo non è accaduto né dappertutto né sempre, e soprattutto che l’esperienza successiva ha messo in luce difficoltà profonde e difficilmente superabili.

In realtà, l’esperienza rituale dell’uomo vive e respira sempre all’interno di una sua tradizione che ne costituisce l’habitat vitale: ora quella certa sclerosi che si era verificata nella tradizione non può essere efficacemente curata con la pura e semplice traduzione dei testi o con l’introduzione di nuove "rubriche" volte a determinare qua e là questo o quell’intervento dei fedeli, dentro un quadro rituale che resta fondamentalmente ingessato all’interno della vecchia tradizione e della nuova normativa. Resta l’aspirazione quindi all’invenzione di una simbolica nuova in cui i segni antichi possano ritrovare freschezza e capacità comunicativa.

Per il progettato cammino ecumenico bisognerà notare un mutamento di clima nei rapporti dei cattolici con i cristiani delle altre confessioni: stiamo ritrovando effettivamente la gioia della frequentazione reciproca nel vasto comune sentire della medesima fede. Così in alcune questioni prettamente dottrinali i dialoghi hanno raggiunto risultati di tutto rispetto. La questione istituzionale di fondo sembra però restare fondamentalmente bloccata: nessuna Chiesa, quella cattolica romana per prima, sembra ancora disposta a riformare le sue istituzioni per dare spazio, nei limiti permessi dai consensi raggiunti, a istituzioni nuove nelle quali si possano realizzare forme di responsabilità, davvero assunte in comune, nel nome del medesimo Signore nel quale tutti crediamo.

Anche per altre questioni, è proprio al livello istituzionale che la dinamica conciliare ha subito i suoi arresti più notevoli. In primo luogo va notata l’impasse nella quale sono cadute le speranze che i padri conciliari avevano riposto nella riaffermazione della collegialità episcopale. Si pensava a una possibilità importante di superare il centralismo, senza che questo significasse la dispersione della Chiesa in espressioni parziali e localizzate, magari in contraddizione le une con le altre. A dire il vero il Concilio non aveva proposto alcuna determinazione sufficientemente articolata delle possibili istanze nelle quali il collegio episcopale si sarebbe potuto esprimere. Tutto è rimasto in qualche maniera legato alla classica forma del Concilio ecumenico, che rappresenta un’occasione di per sé eccezionale e la cui convocazione, nella sua forma tradizionale, si sta facendo sempre più difficile a causa del numero sempre più alto delle persone da convocare: oggi sono 4.257 i vescovi viventi nella Chiesa cattolica. D’altra parte sinodi e conferenze episcopali non sono stati legittimati dall’ordinamento canonico come momenti di vero esercizio della collegialità episcopale.

Giovanni Paolo II al tavolo della presidenza durante un Sinodo dei vescovi.
Giovanni Paolo II al tavolo della presidenza durante un Sinodo dei vescovi.

Prospettive. Il compito dell’evangelizzazione, sia nei Paesi di antica tradizione cristiana, sia presso nuovi popoli, preme sulla coscienza ecclesiale. Quanto più l’umanità si ritrova unita nell’intreccio delle sue infinite diversità, ormai tutte comunicanti fra di loro, tanto più cresce il debito che la Chiesa sa di avere nei confronti del mondo, di offrire a tutti quel "vangelo" che è stato pronunciato da Gesù per la salvezza di tutti. Siamo nel cuore della missione della Chiesa e l’evangelizzazione resta un’opera imponente, alla quale tutte le comunità cattoliche del mondo, in un modo o nell’altro, danno il loro contributo.

Sul piano dei risultati statistici, il numero dei cattolici sta crescendo, ma, dato l’enorme sviluppo demografico di tante popolazioni di altra religione, in percentuale sta calando. Non è che lo scopo del Concilio fosse quello di convertire il mondo, però è vero che da quella "nuova Pentecoste" – come l’aveva chiamata papa Giovanni – tutti si aspettavano un brillante rilancio della fede cristiana. In realtà, è avvenuto che ci si è resi conto, una volta raggiunta la possibilità della comunicazione universale e dopo aver misurato davvero la dimensione della famiglia umana con le sue innumerevoli diversità, che la cristianizzazione di tutti i popoli non è un’impresa programmabile in tempi storicamente computabili, come una volta si pensava. Il "ministero di riconciliazione" della Chiesa non si affida all’aspettativa che un giorno tutto il mondo diventi cristiano, ma alla sua capacità di porsi in mezzo all’umanità come uno strumento di dialogo e di pacificazione fra i popoli, le culture e le religioni.

Questo nuovo e più ampio modo di sentire la missione è stato indubbiamente propiziato alla Chiesa dalle aperture della comunità cristiana, che il Concilio ha voluto ed effettuato, verso gli uomini di altro sentire e di altre religioni, ma ha anche portato con sé molti problemi nuovi. Oltre alle questioni di carattere strutturale, pratico e metodologico, al centro della problematica dell’evangelizzazione sta emergendo un imponente interrogativo teologico, quello sulla unicità di Cristo come salvatore universale. Tanto quanto la coscienza cristiana si apre fiduciosa a pensare presenti in tutte le religioni provvidenziali vie di salvezza, tanto urge la domanda su come si possa e si debba predicare che Gesù e lui solo è il salvatore di tutti gli uomini.

L’evangelizzazione è nella sua essenza la proposta della fede in Gesù morto, risorto, salvatore del mondo. Questa proposta di salvezza, però, vive dentro la logica dell’incarnazione e quindi si muove all’interno di tutti i problemi che agitano la coscienza dell’uomo e l’assetto della società. In questo quadro avanza sul proscenio primo fra tutti il dramma della fame, dell’oppressione e dello sfruttamento, della povertà e dell’ingiustizia. Nell’affrontamento di questi problemi la nostra Chiesa è notevolmente bene attrezzata e operosa. Essa si ritrova, invece, in grande difficoltà di fronte a eventi che stanno sconvolgendo gli assetti dei rapporti umani che sembravano costanti da millenni in quasi tutte le civiltà: la rivoluzione sessuale. Sembra che si stia spezzando il nesso fondamentale fra sesso e procreazione, nella diffusa possibilità di attività sessuale senza procreazione e, grazie alla bioingegneria, di procreazione senza attività sessuale. Come la Chiesa possa in questo incredibile sconvolgimento dell’ethos proporre i valori evangelici, difendere i nascituri, operare per salvare la dignità della persona umana, il supremo valore dell’amore è problema di carattere epocale che sta turbando e, probabilmente, turberà ancora a lungo la coscienza ecclesiale.

Per quel che riguarda la vita interna della Chiesa è cruciale il problema dell’ingente calo numerico dei preti. Il grave fenomeno di comunità cristiane senza eucaristia, che in passato era tipico di alcuni Paesi dell’America Latina, ora sta dilagando dappertutto. Per quanto siano sagge e preziose le condizioni stabilite per ordinare un cristiano, è inevitabile domandarsi se a lungo andare sia giusto lasciare le comunità senza prete piuttosto che derogare ad alcune di esse per ordinare uomini sposati, scegliendoli fra i laici che già hanno una buona preparazione teologica o, altrimenti, senza pretendere da loro un lungo curriculum di studi, e comunque dando loro un ministero a tempo parziale.

Naturalmente la proposta non ha molto senso presa in maniera isolata: essa comporterebbe una reimpostazione di tutta la struttura del presbiterio, l’articolazione del ministero in figure diversificate di preti con responsabilità graduate. Analogamente, solo il ripristino delle antiche forme di esercizio della collegialità episcopale a livello locale, sul modello dei concili particolari, delle metropolie e dei patriarcati, permetterebbe dei correttivi all’impostazione centralistica della guida della Chiesa, sempre più difficile man mano che essa si estende in Paesi diversi e nelle differenti culture.

Anche questo è un problema che porterebbe con sé la ristrutturazione del corpo episcopale, recuperando dalla tradizione antica la diversificazione delle figure dei vescovi e la prassi della loro convergenza collegiale nell’affrontamento dei problemi comuni di un territorio, una nazione, un continente. Queste e molte altre sono le prospettive nuove di fronte alle quali la Chiesa si trova e per le quali ha bisogno di rendersi disponibile alla vocazione che Dio le assegna in questo tornante della storia umana.

Severino Dianich

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