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LA VITA DIVENTA CRISTIANA SE DIVENTA UN PRESEPE

Il Natale di Gesù e le altre nascite

di ANGELO COLACRAI
      

   Vita Pastorale n. 12 dicembre 1999 - Home Page Natale significa appartenere ad altri e insieme una nuova vita. I possibili significati sono tutti incentrati su Dio che si fa uomo, venendo al mondo come tutti noi, salvo l’immacolato concepimento e l’esenzione dal peccato originale. Attraverso le letture dei vangeli dell’infanzia, Gesù è riconosciuto come il vero Dio e vero uomo, mediatore e comunione personale e indissolubile tra cielo e terra, identità tra passato, presente e futuro della nostra storia. La nascita del Figlio di Dio tra noi redime ogni nascita e fa rinascere noi come figli di Dio. Anche quest’anno, la vita diventa cristiana se diventa un presepe, un albero di natale, non solo capace di nascere, vivere, crescere, ma anche di portare frutti.

«Già ai tempi di Agostino si celebrava Natale. Il Festum Nativitatis D.N.J.C – come veniva chiamato in Spagna o il Dies Natalis Domini a Roma (già nell’anno 336) e a Milano – il 25 dicembre indicava l’anniversario reale della nascita di Gesù. Clemente d’Alessandria, tuttavia, fin dall’inizio del terzo secolo, attesta che nella Chiesa non c’è una tradizione stabilita riguardo alla data precisa della nascita di Gesù. Dice anzi che alcuni copti «assegnano alla nascita del Salvatore non soltanto l’anno, ma il giorno; e secondo costoro si tratterebbe dell’anno 28 di Augusto, il 25° giorno del mese di Pachon (corrispondente al nostro 20 maggio) che il felice evento ha avuto luogo» (Stromates I, 21, PG 8,888; cf Dictionnaire de Spiritualité, f. LXXII-LXXIII, Paris 1981, 385).

In Oriente effettivamente si trovano tracce di un ciclo di feste in relazione alla Natività, celebrate in maggio: l’11 maggio i copti festeggiano infatti Giovanni l’Evangelista; il 12 maggio santo Stefano; il 16 Maria, la Madre di Gesù; il 19 l’entrata del Signore in terra d’Egitto. Il 18 maggio i georgiani e gli armeni festeggiano i Santi Innocenti. Epifane di Salamina (che è morto nel 403) ci informa come gli alogi (letteralmente i "negatori del Logos", il Verbo) festeggino la nascita di Gesù il 21 maggio (cf Ch. Mohrmann, Epiphania, RSTP, t. 37, 1953, p. 658). È solo nel IV secolo che in Occidente (grazie a papa Liberio, nel 354) apparve il Natale al 25 dicembre e in Oriente l’Epifania al 6 gennaio.

La scelta della data si giustificava in base a certe speculazioni circa la morte di Cristo e circa la festività pagana per il solstizio d’inverno. Forse, scopo dell’istituzione della festa cristiana era anche quello di cristianizzare il Sol Invictus. Questa festa della luce era diventata popolarissima tra i pagani del terzo e quarto secolo in relazione al culto di Mitra, praticato dall’esercito romano. Diocleziano, e altri imperatori, avevano proclamato Mitra «sostegno del loro potere imperiale». Questa divinità era considerata maestro e agente della creazione, una specie di mediatore tra cielo e terra. Il suo culto comportava la recita di preghiere e di invocazioni al sole. Contemporaneamente, con l’aiuto di pensatori neoplatonici, s’era costruita una teologia in cui il simbolismo della luce godeva un posto privilegiato.

Anche per i cristiani, il sole e la luce sarebbero diventati segni per presentare il Cristo e la sua storia. Ma la festa cristiana non sembra avere come intenzione principale quella di contrastare la solennità pagana del solstizio che era in declino già prima dell’inizio del IV secolo. La spiegazione della scelta del 25 dicembre resta incerta. Tertulliano (se è suo l’Adversus Judaeos) credeva che il Cristo fosse morto un 25 marzo; la sua concezione nel seno della Vergine Maria doveva situarsi lo stesso giorno, perché la perfezione della sua natura umana richiedeva che il numero degli anni dell’Incarnazione si chiudesse senza frazioni. Concepito, quindi, un 25 marzo, Gesù sarebbe nato esattamente nove mesi dopo, appunto il 25 dicembre (AJ 8,11-18, CCL 2, 1954, pp. 1360-1364). Anche questa spiegazione però non è storica.

Fin dal V secolo, comunque, la Natività assunse tale importanza che, nel mondo cristiano, iniziò a segnalare la nascita del nuovo anno liturgico. Si continuò così fino al secolo XI, allorché al ciclo natalizio fu aggiunto l’Avvento, come preparazione della festa. Da allora, la prima domenica di Avvento è divenuta il primo giorno del nuovo anno delle celebrazioni cristiane.


«La nascita del Figlio di Dio tra noi redime ogni nascita
e fa rinascere noi come figli di Dio»

Natale significa appartenere ad altri e insieme una nuova vita. I possibili significati sono tutti incentrati su Dio che si fa uomo, venendo al mondo come tutti noi, salvo l’immacolato concepimento e l’esenzione dal peccato originale. La venuta del Figlio di Dio in carne e ossa nel nostro quotidiano ci rivela la generazione eterna del Verbo, che cioè il Cristo è non solo il figlio di Maria, ma è lo stesso Figlio di Dio, fin dall’eternità. Dio che è anche Figlio.

È un bambino umano, ma è nello stesso tempo la seconda persona della Trinità. Attraverso le letture dei vangeli dell’infanzia (di Luca e di Matteo, ma anche del prologo di Giovanni) Gesù è riconosciuto come il vero Dio e un vero uomo, mediatore e comunione personale e indissolubile tra cielo e terra; identità tra passato, presente e futuro eterno della nostra storia umana (cf Ebrei 13,8).

La nascita del Figlio di Dio tra noi redime ogni nascita e fa rinascere noi come figli di Dio. La festa, infatti, non è soltanto memoria, commemorazione genetliaca, ma mysterium: potenza della venuta di Cristo che ci fa diventare "cristiani". È l’inizio della Chiesa come il corpo di Cristo (cf Rm 7,4; 8,10; 12,5). Ci sono testi sia giovannei che paolini che specificano la filiazione adottiva, la "nuova nascita" cioè, dall’acqua e dallo Spirito.

Nel vangelo di Giovanni si parla di due nascite. La nascita naturale (1,13, da un sangue qualunque) ha costituito il cristiano nella condizione di "carne" (3,6: dalla carne nasce carne), sempre condizionata da debolezza e transitorietà. La creazione della "carne", generata naturalmente, non è completa secondo il progetto di Dio. Per realizzarsi come uomini e donne e poter partecipare al regno di Dio, è necessario «nascere di nuovo, dall’alto» (3,3), da Dio (1,13).

Per Giovanni si ri-nasce in vista di una missione, quella conferita dallo Spirito-unzione (17,17). Gesù descrive la propria come un dovere «rendere testimonianza alla verità» (18,37). Poiché la si esercita in un ambiente ostile (cf 12,25), questa missione porta con sé sforzo e dolore, compensati però dalla gioia del frutto, che è l’uomo nuovo, rinato (16,21). Invece, con la metafora del «nascere da prostituzione» (cf 8,41), proveniente dall’Antico Testamento, è indicata l’idolatria (cf Os 1,2). Di idolatria, Gesù accusa gli stessi dirigenti religiosi del suo tempo, perché avrebbero un padre che non è Dio vero (8,42), ma il "Nemico", un dio minore e assolutamente falso, il principio animato di menzogna e di morte (8,44).

Queste due nascite sono in mortale contrasto: quella di quanti hanno per Padre Dio, e quelli che hanno per padre il Nemico (8,44). In sintesi, per Giovanni vi è una nascita che è comune a tutti, quella della "carne", come prima tappa dell’opera creatrice di Dio. Ma i figli così nati, per il dinamismo del progetto creatore, del quale il loro essere è espressione, tendono alla pienezza della vita che Dio, il Padre, offre a tutti in Gesù (3,16). Questo dono è lo Spirito che ci fa dire, come a Gesù: «Abbà, Padre» (Mc 14,36; Rm 8,15; Gal 4,6). Chi accoglie il Natale di Gesù ne diventa fratello (Gv 20,17; 21,23) e amico (Gv 15,14), uguale come figlio di Dio (Gv 1,12).

"Presepio vivente" di Piobesi d'Alba (foto G. Mollo).
"Presepio vivente" di Piobesi d'Alba (foto G. Mollo).
«Anche quest'anno la vita diventa cristiana se diventa un presepe»

Anche Paolo parla di nascite cristiane dipendenti dalla nascita di Gesù. Paolo stesso si presenta come partoriente, padre e madre e anche nutrice, capace di accompagnare i primi momenti della vita nuova dei credenti in Cristo (grazie a lui), che sono stati battezzati per formare nuove comunità: «Pur potendo essere di peso, come apostoli di Cristo, siamo stati al contrario affabili con voi: come una madre che cura premurosamente i suoi figli» (1 Ts 2,7); «Vi ho dato da bere latte, non cibo, perché non ne eravate capaci. E neanche adesso lo siete; perché siete ancora carnali» (1 Cor 3,2); «Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri; io invece vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo» (1 Cor 4,15); «Figli miei, per i quali soffro di nuovo le doglie del parto, fino a che Cristo non sia formato in voi» (Gal 4,19 ); «Ti supplico per il mio figlio, che ho generato nelle catene, Onesimo, quegli che una volta non ti fu utile, ora invece è utile a te e a me. Te lo rimando, proprio lui, cioè il mio cuore» (Fm 1,10-12).

Da questo Paolo natalizio possiamo imparare a essere padri e madri, capaci di far nascere altri figli e figlie a Dio. Né per Paolo né per Giovanni, la nascita divina di una creatura umana è solo una metafora o un puro simbolo. Essa esprime una realtà che viene dall’alto, similmente al natale di Gesù. È la vita nuova, che è insieme umana e divina. È la nascita del credente a una vita non più soltanto secondo Dio, o secondo la sua volontà, ma già di Dio e in Dio. È la vita di un "figlio di Dio", che ha ricevuto il "potere" di divenire tale dal Verbo che si è incarnato (Gv 1,12-14), ed è ora animato dallo Spirito che gli fa dire con la spontaneità della fede: "Padre". In tal modo il Natale di Gesù è la possibilità o vocazione di ogni bambino o bambina che viene al mondo di diventare figli del Padre, e d’essere per questa via inseriti nella Trinità. Un altro significato della nascita di Gesù è infatti quello di una sua continua venuta spirituale nell’esistenza della sua famiglia, la Chiesa, e nei suoi singoli membri, con buone ispirazioni e la forza di seguirle. Gesù neonato, mentre diventa, come noi, di "carne", lontano da Dio che è Spirito, si fa vicino, ospite e tenero fratello nella gioia e nel dolore.

Nel primo discorso registrato nella storia della Chiesa sul Natale, san Leone Magno predicava: «Oggi, dilettissimi, è nato il nostro Salvatore: rallegriamoci! Non è bene che vi sia tristezza nel giorno in cui si nasce alla vita, che, avendo distrutto il timore della morte, ci presenta la gioiosa promessa dell’eternità. Nessuno è escluso dal prendere parte a questa gioia, perché il motivo del gaudio è unico e a tutti comune: il nostro Signore, distruttore del peccato e della morte, è venuto per liberare tutti, senza eccezione, non avendo trovato alcuno libero dal peccato. Esulti il santo, perché si avvicina al premio. Gioisca il peccatore, perché è invitato al perdono. Si rianimi il pagano, perché è chiamato alla vita».

Ma l’antico Papa (consacrato vescovo il 29 settembre 440) accennava anche alla «partecipazione alla generazione di Cristo» e alla rinuncia alle opere della carne; soprattutto si riferiva alla "dignità" del cristiano perché è «reso consorte della natura divina». Il cristiano è «liberato dalla potestà delle tenebre, trasportato nella luce e nel regno di Dio. Per il sacramento del battesimo sei diventato tempio dello Spirito santo: non scacciare da te con azioni cattive un sì nobile ospite e non ti sottomettere di nuovo alla schiavitù del diavolo, perché ti giudicherà secondo verità chi ti ha redento nella misericordia, egli che vive e regna col Padre e lo Spirito santo nei secoli dei secoli. Amen».

A. Telesa, "Adorazione dei pastori", plastico in gesso su piatto di terracotta.
A. Telesa, "Adorazione dei pastori", plastico in gesso su piatto di terracotta.

Anche quest’anno la vita diventa cristiana se diventa un presepe, o un albero di Natale, non solo capace di nascere, vivere e crescere, ma anche di portare frutti e di far rinascere altri. Ci sembra utile a questo punto un suggerimento per meglio vivere la nascita di Gesù, come si fa, ormai da molte persone, specialmente in America, raccontando in circoli o in rete Internet, la nascita del proprio figlio; dicendo del prima, del durante e del dopo parto, sia da un punto di vista familiare, che medico e psicologico, o come si preferisce. Potremmo visitare, per esempio, un sito che collega tra loro tante storie di nascite diverse, come www.thelaboroflove.com/birthstories. Questo narrare natalizio, facendo la storia di un bambino che viene alla luce, potrebbe estendersi anche in Italia e le "storie di nascite" potrebbero raccogliersi in consultori familiari o in gruppi organizzati della parrocchia per la difesa della natalità (scarsa forse perché scarsa è diventata la gioia di vivere e di far vivere).

Anche un prete potrebbe imparare a raccontare il Natale di Gesù, ascoltando nei dettagli di "carne e sangue" o leggendole, storie di nascite, fatte da giovani genitori che hanno vissuto l’evento con un misto di intense emozioni. Le stesse tenerezze e palpitazioni che potremmo sentire e insieme suscitare narrando la nascita di Gesù in chiesa o per le case. L’atto di nascita è sempre un atto di esistenza, il primo, come una ri-creazione del mondo intero; e perciò, per il credente, la nascita di ogni bambino è atto di Dio Creatore, di Dio Padre. Un atto che rivela la paterna e materna bontà di Dio. Rivela Dio anche come Madre. Del resto, chi fisicamente rappresenta meglio Dio nella nascita di Gesù è la "donna" – come Paolo stesso ammette (Gal 4,4) – e non Giuseppe, il cui contributo alla nascita di Gesù non è quello normale. L’atto di nascita è un atto di fede nell’esistenza di Dio. Non si nasce senza Dio. Però non esiste Cristo senza Maria, la donna.

L’atto di nascita ci rende unici. A parte la sua utilità pubblica, anche il solo certificato di nascita, come quello che tenta di ricostruire Lc in 2,2-7 per Gesù, durante il censimento di Quirino, a Betlemme, serve a stabilire l’identità della persona attraverso la conoscenza delle proprie radici od origini in un posto e non in un altro, in un giorno e anno particolari. Certificare la nascita con il nome dei genitori, data e luogo non ci fa sentire "figli della prostituzione" o di NN.

Restando in Internet, si visiti per esempio il sito http://hometown.aol.com/femmine/Nascita.html che riporta solo il certificato di nascita (uno con quello di battesimo), con brevissime spiegazioni in inglese di un lontano ascendente di un cittadino americano. Si tratta in verità di Giuseppe Giambona, nato l’11 novembre del 1849 da Caterina Scalici, di 25 anni, e da Paolo Giambona, di 28 anni, bracciante. Caterina Battaglia era l’ostetrica, si registra nel testo, e si aggiunge che "questo certificato è stato emesso dal Comune di Capaci, in provincia di Palermo", nel secolo scorso. Che interessa al lettore? Forse poco. Però anche solo trovare su Internet un documento del genere fa percepire quella carica emotiva, personale, del discendente di quell’antenato rintracciato in un archivio parrocchiale del Comune di Capaci. È la riscoperta di un mondo di appartenenza, antico quanto affascinante, perché proprio. Anche il sottoscritto, del resto, riconosciuto attraverso Internet, è stato recentemente invitato da parenti americani da generazioni a ricostituire in rete la famiglia dei comuni antenati, con scambio dell’albero genealogico, di foto antiche, di notizie più recenti, del calendario familiare.

Betlemme, "Grotta della Natività".
Betlemme, "Grotta della Natività".
«La mescolanza di religioso e di "laico" è il modo migliore
per celebrare la nascita di Gesù che è allo stesso tempo uomo e Dio»

Chissà allora che non sia possibile vivere il Natale di quest’anno ricostruendo il proprio albero genealogico nel modo il più accurato possibile? Perché siamo tutti nobili di nascita, come sosteneva Nelson Mandela nel suo discorso inaugurale come presidente del Sud Africa. Siamo figli di Dio. Scoprire poi di avere tutti una radice comune significa che la nostra famiglia è più estesa di quello che percepiamo quotidianamente, nel nostro piccolo ambiente d’esistenza. La nostra famiglia è come un antico albero di Natale, con molte nascite per radici. Abbiamo bisogno di storia e di metafore, come dell’albero e del presepio, per rivivere come nostro il Natale di Gesù?

Per festeggiare l’evento che realmente nella nascita riunisce l’umanità, dal Nord Europa ci è arrivato l’albero di Natale, che non è pagano, se per pagano si intende ateo. È solo una bellissima metafora della natura. Dall’Italia e per il mondo parte il presepio, costruito, con tutte le sue seguenti manifestazioni artistiche, pittoriche e scultoree. Anche con l’albero quindi e soprattutto costruendo un presepio tradizionale ci si aiuta a ripristinare l’ambiente della nascita di Gesù, che di vita sulla terra, tra noi, celebra i 2000 anni. Un bambino molto antico e sempre nuovo.

Introducendosi a una narrazione sul "Natale delle Madonie" di un popolo montanaro siciliano, Vincenzo Piccione d’Avola sostiene che «nella rappresentazione delle storie evangeliche, quella della nascita di Gesù è forse la più idonea ad esprimere un contenuto altamente umano oltre che religioso. Appunto per questo suo contenuto umano, la storia evangelica della Natività si presta al più immediato colloquio con il popolo che, in questa rappresentazione trasfonde, sì, la sua religiosità, ma soprattutto le sue aspirazioni, le sue gioie, le sue angustie, in una partecipazione appassionata e corale». Il presepio diventa mezzo privilegiato dai semplici per «far memoria della propria storia», anzi, in questa sua intima connessione con il quotidiano e il sociale, le tante immagini presepiali diventano specchio di una realtà viva. Rivivere la nascita di Gesù può simbolizzarsi per tutta la comunità in un implicito, quando non dichiarato desiderio di ricominciare da capo, a casa, in parrocchia, nella società, una vita più d’insieme, più liturgica o celebrativa, più ecclesiale. Appunto come i personaggi di un presepio, orientati tutti al Bambino (cf Mt 2,11). A diventare piccoli, nell’acqua e nello Spirito, per entrare nel regno (cf Gv 3,5; Mc 10,14).

Dai primi secoli del cristianesimo e fino al XIII non ci è giunto alcun reperto o testimonianza scritta circa l’esistenza di presepi in chiese o altrove. Però è storicamente certo che in alcune chiese, nella notte di Natale, si celebravano le Messe davanti a un simulacro di mangiatoia o culla – per esempio a Roma, nella Chiesa di S. Maria Maggiore detta, appunto, "S. Maria ad presepe". Lo riferisce uno scritto del 1205. Il più antico presepe in pietra scolpita pervenutoci risale al 1289 ed è opera di Arnolfo di Cambio, a cui lo commissionò il papa Onorio IV. A Napoli, che è diventata la città del presepio, nel 1400 appaiono le prime figure lignee dei fratelli Alemanno, figure un tempo presenti nella chiesa di San Giovanni a Carbonara e che erano state commissionate a Pietro e Giovanni Alemanno, mentre alla metà dello stesso secolo risale il presepio in marmo di Antonio Rossellino nella chiesa di Sant’Anna dei Lombardi.

Nella prima metà del XVI secolo in città era arrivato Gaetano da Thiene. Questo santo aveva il culto della rappresentazione del Mistero della natività e con i confratelli dell’ordine religioso da lui fondato incrementò l’arte del presepio e ne costruì uno nella chiesetta di S. Maria della Stalletta (che era costruita in una stalla nei pressi dello storico ospedale di S. Maria del Popolo, successivamente detto degli "Incurabili"). A seguito di questa iniziativa in molti monasteri, specialmente femminili, si faceva a gara per costruire il più bel presepe. Il ’700 sarà il secolo d’oro dell’arte del presepe. Napoli, in quello che fu il secolo dei lumi per il fiorire delle arti, della filosofia, dell’economia, del diritto, della cultura, fu una delle città europee più brillanti, ma proprio mentre l’Illuminismo cercava di abbattere tutti i principi cristiani, fiorì l’arte del presepe che, ampliandone la scena, si laicizza, arricchendosi di personaggi ed elementi di attualità. Così, il gruppo del Mistero è ambientato in una grotta arricchita da resti in rovina di un tempio pagano, i personaggi indossano i costumi delle province del regno, siano pastori, poveri o patrizi. Il presepe diventa specchio della vita quotidiana, con le miserie del popolo minuto e il fasto e lo splendore della nobiltà.

La mescolanza di religioso e di "laico" è il modo migliore per celebrare la nascita di Gesù che è uomo e Dio, e insieme affermare, emblematicamente, la propria volontà di vivere in una città dai mille volti e dagli endemici problemi di sopravvivenza. Ma la città stessa diventa presepe, sacra rappresentazione di un mondo problematico che però fa da sfondo a una speranza piccola ma reale, almeno com’è vero il Bambino che viene anche quest’anno.

Nella sua lettera ai fedeli in occasione del Natale del 1995, il vescovo di Grosseto, mons. Giacomo Babini scriveva: «La nascita di Cristo nel mondo diffonde in tutta l’umanità un’onda rigeneratrice. Tutta la vita umana è toccata da questa presenza anche sul piano naturale, perché un tale fratello illumina il volto di tutti gli altri. Ogni uomo riflette la faccia di Cristo. È la festa della famiglia perché in ogni famiglia si può ripetere il dono della nascita di un figlio di Dio». Nascita significa che prima del bambino esistono altre persone, i grandi, i genitori. Come prima del Cristo esistono altri, uomini e donne, che lo attendono e lo fanno nascere. Così, prima del mondo esiste chi lo fa nascere.

La risonanza della Natività, i sentimenti che fa scaturire da ogni coscienza, la nascita come appartenenza a Dio e alla gente ci fanno cittadini del mondo, ma dicono anche che il modello affidabile sul quale muoversi in un cammino di ricostruzione globale della società come della nostra parrocchia non può essere oggi diverso da quello offerto dalla famiglia di Betlemme. O di Nazaret. Cioè una trinità di carne e sangue, immagine e somiglianza della Trinità di Dio. Il nuovo della vita degli uomini e delle donne che incontriamo ha un’origine divina e inizia oggi. Qui, in questo momento.

Angelo Colacrai

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