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Il mistero dell’Incarnazione e il Giubileo del 2000

Natale ci apre la "porta vera" che è Cristo

di AUGUSTO BERGAMINI
      

   Vita Pastorale n. 12 dicembre 1999 - Home Page Con il Natale di quest’anno avrà inizio il Grande Giubileo del 2000. Nella notte della Natività il Papa aprirà nella Basilica di San Pietro la Porta santa. Un Natale veramente eccezionale: segna il compiersi di due millenni dalla nascita di Cristo. La celebrazione natalizia è molto popolare e suggestiva di riti, ma rischia sempre di non essere colta nel suo pieno e autentico significato teologico-salvifico. L’inizio dell’anno giubilare nel giorno di Natale ci porta al cuore del mistero dell’Incarnazione che si intende celebrare col Grande Giubileo.

La nascita di Cristo è la manifestazione di Dio nella nostra carne mortale: «Il Verbo si è fatto uomo ed è venuto ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria; gloria come dell’unico Figlio che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). Ecco l’oggetto vero e primario della celebrazione natalizia e del Grande Giubileo.

Non siamo di fronte a un puro ricordo storico. Il mistero dell’Incarnazione non è una realtà finita e chiusa di cui conserviamo soltanto un pio ricordo. L’Incarnazione, quindi il Cristo, è l’Uomo-Dio che ha assunto una concreta natura umana nel grembo di Maria, ma il mistero si è compiuto per assumere in altro modo, non meno reale, la natura umana di ogni uomo. Ecco la finalità salvifica del mistero dell’Incarnazione: formare il Corpo mistico di Cristo. Lo scopo dell’Incarnazione non è che ci sia un uomo di più tra gli uomini, fosse pure perfetto, cioè l’Uomo-Dio, ma che sia costituito un Uomo-Dio che ricapitoli l’umanità.

Il Verbo Incarnato non è un uomo nell’umanità, ma l’uomo che porta l’umanità; non è un’unità nella folla, ma l’unità della folla (cf G. Salet, Le Christ notre vie). San Leone Magno afferma che «la generazione di Cristo è l’origine del popolo cristiano e il Natale del Capo è il natale del Corpo» (Sermo 26, 2). Il Salvatore e i redenti fin dall’Incarnazione costituiscono una sola persona mistica (cf Summa Theologiae, III, q. 19, e 4). Di conseguenza dopo il mistero dell’Incarnazione ogni uomo non è soltanto immagine di Dio, ma segno della presenza di Cristo.

Giovanni Paolo II apre la Porta santa nell'Anno santo straordinario del 1983.
Giovanni Paolo II apre la Porta santa nell'Anno santo straordinario del 1983.

Conseguenze sul piano di vita. Volentieri facciamo del Cristo uno spirito, isolato in cielo o isolato nell’ostia consacrata. Facciamo assai fatica, al contrario, ad accettare Cristo nell’uomo che abbiamo vicino in carne e ossa, soprattutto se ci crea qualche problema di rapporto. Eppure questa è la novità che si è inaugurata con il Natale di Gesù e che sarà materia dell’esame finale al concludersi della storia nel Giudizio universale (cf Mt 25,31-46). Il Grande Giubileo che inizia a Natale costituisce un solenne invito alla fede-conversione. Un punto di fondamentale verifica – proprio perché costituirà la materia dell’esame nel Giudizio finale – è costituito dal dato di fede che il Cristo da servire e da amare lo incontriamo nel "fatto" quotidiano.

Noi credenti finiamo per essere dei grandi increduli se avanzassimo la pretesa, come gli scribi e i farisei, di vedere Dio soltanto sotto apparenze straordinarie. No. Da quando il Verbo si è fatto carne, nostro fratello, uomo come noi, bisognoso come noi, non c’è altro modo di raggiungerlo e di amarlo. L’apostolo Giovanni è esplicito: «Se uno dice: "Io amo Dio", e odia il suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1 Gv 4,20-21).

La prova concreta della fede nell’Incarnazione. Lo scandalo del secolo che si chiude è costituito certamente dal fatto che tanti hanno creduto di dover abbandonare il cristianesimo per salvaguardare la libertà, la giustizia, la dignità, il potere creatore dell’uomo: se si è per l’uomo si è contro Dio; se si è per Dio si è contro l’uomo. Diabolico equivoco determinato dalle filosofie razionaliste e positiviste, ma anche dal comportamento incoerente dei cristiani che hanno dimenticato la grande verità di Dio che si è fatto uomo per l’uomo. Come, allora, possiamo dare testimonianza di fronte al mondo che il Bambino di Betlemme è il nostro Dio Salvatore, il Crocifisso risorto, quindi il vivente? Con una sola prova concreta: la nostra fede in lui ci muove e si fa amore verso i fratelli, soprattutto se questi sono nel bisogno. È la consegna di Gesù per chi vuole essere suo discepolo: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

Un saggio indù ha detto che i cristiani finora hanno compreso soltanto la metà del cristianesimo. Essi hanno capito che Dio e Cristo sono la stessa cosa; ma non hanno ancora capito che Cristo e l’uomo sono la stessa cosa, cioè Cristo è uomo anche oggi ed è presente in ogni uomo. Costatiamo umilmente di non avere pienamente compreso l’estensione del mistero dell’Incarnazione: è il mistero che tocca tutta l’umanità. Ammettiamo sinceramente: è inutile essere ortodossi nella fede sul piano concettuale e poi lasciare che Dio ci passi accanto nel fratello senza che lo riconosciamo. Il cristiano è un uomo che ha dei fratelli. Il cristiano è uno che per fede deve sapere questo: ogni debole, ogni piccolo, ogni povero è «un fratello per il quale Cristo è morto» (1 Cor 8,11). La legge dell’Incarnazione è esigente nelle sue conseguenze.

Santa Teresa di Gesù Bambino come appare in un ritratto.

Santa Teresa di Gesù Bambino 
come appare in un ritratto.

Saremo giudicati sull’amore per l’uomo. Non saremo giudicati tanto sui nostri esercizi di pietà, ma sui nostri atti di carità concreta. L’uomo, rigorosamente parlando, può salvarsi senza un certo tipo di atti cultuali, ma non può salvarsi senza atti concreti di amore verso i fratelli. Il testo di Matteo (25,31-46) dice praticamente che buoni e cattivi rimangono sorpresi e stupiti di sentirsi messi in causa per aver fatto o non fatto a Dio ciò che hanno fatto o non fatto all’uomo che hanno incontrato bisognoso di aiuto. Non si aspettavano un giudizio di questo genere.

Pensiamo a coloro che hanno rifiutato di dare ospitalità a Maria e a Giuseppe a Betlemme. Se avessero saputo che si trattava del Figlio di Dio, avrebbero accolto quei forestieri che chiedevano alloggio. Ma poiché li ritenevano soltanto persone che venivano a importunare, la loro porta rimase chiusa. Loro malgrado sono giudicati come avessero allontanato Dio! Non si tratta, allora, tanto di "sapere", ma di "amare" concretamente. Qualcuno ha denominato in modo provocante la pagina del Giudizio in Matteo "la parabola degli atei".

Concludiamo la nostra riflessione ricordando la notte del Natale 1886 della piccola grande Teresa di Lisieux. Fu la notte in cui iniziò il terzo periodo della sua vita, il più bello di tutti e il più abbondante di grazie celesti come lei stessa scrisse. Fu la notte della sua grande conversione. «In un solo istante Gesù compì quell’opera che io non avevo potuto compiere in lunghi anni. (...) La carità entrò nel mio cuore insieme al desiderio di dimenticare me stessa per sempre, e allora diventai felice». Auguriamoci che il Natale, che apre la Porta santa del Grande Giubileo del 2000, sia il Natale che ci fa passare attraverso la Porta vera che è Cristo (cf Gv 10,7) per entrare a rendergli culto d’amore in quel tempio vivo che è ogni uomo, per il quale lui è venuto in questo mondo.

Augusto Bergamini

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