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Capire appieno il loro viaggio a distanza di due millenni

I Magi videro perché credettero

di CARLA GUGLIELMI
      

   Vita Pastorale n. 12 dicembre 1999 - Home Page Che siano giunti a Betlemme è narrato da Matteo come inconfutabile evento storico, ma la provenienza, i percorsi, le stesse motivazioni del loro periglioso e fascinoso andare si perdono in una indeterminatezza dai contorni di leggenda. Oriente, si dice: e subito ti si parano dinanzi tutte le regioni di là del Giordano, immense ed estreme nei colori, negli spazi, nel sortilegio sottile di un mistero che ti sovrasta e ti ingloba, fatto una cosa sola con il tutto. A cominciare, procedendo verso levante, dal deserto siro-arabico, desolata vastità senza confini, poi la terra tra i fiumi, la Mesopotamia con Babilonia, e infine, lontanissima, la Persia, regione, secondo l’immaginario collettivo, di ogni possibile magia. Tre realtà geografiche per altro designate come Oriente anche nell’Antico Testamento.

E proprio alla Persia ci riconduce il termine Magi, a sua volta vago e aperto a molti possibili. Mentre infatti la tradizione cristiana identifica questi personaggi in sovrani orientali, fissa il loro numero in tre ispirandosi ai doni da essi recati e li designa a incarnare l’orizzonte universale dell’umanità, non mancano storici che in tempi diversi hanno tentato di scavare in essi una identità più particolareggiata che concretasse ai nostri occhi la loro figura.

Furono così presentati in momenti diversi come astrologi e stregoni e confusi perciò in parte con i Caldei babilonesi e in parte con i maghi egiziani, mentre in realtà appartennero a una casta di sapienti certo non estranea, secondo la cultura del tempo, al corso degli astri, ma ancorata ad una filosofia «chiarissima e utilissima» secondo quanto insegna lo storico Erodoto. Si tratta della dottrina di Zoroastro, loro maestro, della quale furono seguaci, custodi e trasmettitori. Il sistema teologico di tale dottrina è imperniato sull’eterna lotta tra il Bene e il Male, fra il "Saggio Signore" e lo "Spirito delle Tenebre", nella quale lotta giganteggia il "Soccorritore", ravvisato dapprima come personaggio storico e poi escatologico, grazie al cui intervento la lotta terminerà con il trionfo del Bene, e l’umanità sarà ricondotta alla sua primitiva condizione felice.

Questi concetti fanno risalire a una profezia di Zoroastro preannunziante il Messia ebraico, ma già in precedenza scrittori giudei mostrarono la tendenza a intrecciare insegnamenti della Bibbia con idee persiane. Storicamente, dunque, è del tutto verosimile che verso l’inizio dell’Era cristiana fosse diffusa nella casta dei Magi in Persia la conoscenza dell’aspettativa giudaica di un Re-Messia; che questa aspettativa straniera fosse identificata con l’aspettativa persiana di un "Soccorritore"; ed è verosimile che taluni di loro si interessassero, in qualche maniera, della comparsa di questa grande figura. Sulla scorta di tali approfondimenti, l’"evento stella" ridimensiona i suoi contorni di fiaba per iscriversi nel miracoloso inteso da Matteo, rispettoso anche della tradizione giudaica che la reputava un segno messianico. Questa luce che a guisa di fiaccola precede i Magi indicando loro la strada, per fermarsi proprio sopra il luogo dove si trova il Bambino. E che non ricerca né spiega, come fenomeno astrofisico, la sua ragion d’essere.

Due, dodici... Quanti erano i Magi? Impossibile precisarlo. Tra i nomi conosciuti: Gaspare, Melchiorre, Baldassarre. Tre i doni recati, secondo l’etichetta orientale da un lato e in conformità al cerimoniale delle grandi corti dall’altro, nel riconoscimento preciso della dignità regale del neonato: oro, incenso e quella resina profumata che gli sciiti chiamavano mör, da cui il nostro nome di mirra. Non avevano mai visto loro, i Magi, la reggia di Erode, in Gerusalemme, rutilante di ori, né avevano aspirato lungo i suoi ambulacri gli stordenti vapori odoriferi esalati dai bruciaprofumi. Nulla sapevano del sontuoso Herodium, alto sulla collinetta poco lontana da Betlemme, dove il re avrebbe trovato sepoltura. Ma il neonato è un re, il re dei Giudei, e tanto basta per loro. Capire il viaggio dei Magi a distanza di millenni, in un mondo totalmente altro quale il nostro dove lo spazio per il mistero è così risicato da vanificarsi, non è facile. Ma non lo era neanche allora. Capire le intenzioni, la determinazione, la scelta.

I richiami che "parlano dentro" che "dettano dentro", che talora ti aggrediscono a ogni crocevia della giornata, in agguato, impietosi, e assumono la voce del sangue e dei sogni, e si fanno respiro e vita e carezza e urlo, e ti assorbono il presente e il futuro, la chiamata, insomma, non è facile da accogliere anche se è titanico respingerla. Ieri come oggi. Perché le forme in cui ci appare sono marosi che si infrangono contro la roccia del comune sentire, contro il giudizio del comune pensare. Perché frequentemente sono brezze che soltanto un orecchio educato all’ascolto – pochi – può captare.

B. Gozzoli, "Il viaggio dei Magi", particolare. Firenze Palazzo Medici-Riccardi.
B. Gozzoli, "Il viaggio dei Magi", particolare.
Firenze Palazzo Medici-Riccardi.

Lasciare la propria reggia alla ricerca di un fantomatico neonato da cui nulla di ciò che conta – prestigio, potenza, alleanze – ti può venire? Correre i rischi estremi, d’obbligo sulle strade carovaniere poco frequentate? Muoverti alla ventura non sai per dove, non sai perché, non sai per chi se non per quel gemito che ti piange dentro accorato, dirompente? E in suo nome metterti contro tutti e partire? Sì, la fede è questo e più ancora: è essere inabitato da un Altro sul quale accordare i tuoi passi. Dovunque voglia condurti. Guardando con il suo sguardo, giudicando con il suo cuore. Quando ti abbaglia come sole meridiano e quando lo indovini a palpebre abbassate per la paura di non rivederlo mai più. Ma non era irragionevole per i Magi questo partire: il Re-Messia in fondo si era storicamente profilato, e l’ossequio razionale a un disegno incomprensibile era integro. Ma anche lo spazio per l’ignoto, per la fede, era integro.

Perché se una stella che solca il cielo e si arresta sulle tue soste e sul tuo riposo, che ti guida per impervie sconosciute strade che immancabilmente sfociano nella salvezza, è evento certo inusitato, più miracolosa ancora è quella "stella" che ti si struttura dentro giorno dopo giorno, cammino dopo cammino, per i Magi come per te – la fede è raramente rivelazione abbagliante acquisita una volta per tutte, ma scoperta quotidiana sofferta e magari precaria, suscettibile di arresti e di obnubilamenti –, facendoti accorto di un disegno che ti travalica e ti chiede di compiersi. Poi, folgorante e corrosivo, il dubbio: quello insinuato dai tuoi, dalla gente, dall’opinione pubblica: ma ne valeva la pena? Non è utopia da adolescente rincorrere una stella? Quel dubbio che aggredisce anche gli altri tuoi compagni di viaggio, che null’altro ti appaiono ora che visionari come te.

Ma proseguono, i Magi. Non è più importante capire ogni cosa che aderire a quanto hai con certezza capito un giorno. C’è chi, a giudicare con i miopi occhi del tempo, addirittura non è mai giunto alla gioia della fede: ma per certo sappiamo che colui che l’ha invocata non è esente dal merito del credere. E lo trovano. Lì, in una casetta bianca dove la santa Famiglia si era rifugiata dopo l’evento della grotta. E credono che quel bambino, simile in tutto a ogni neonato, quel bambino che nulla rivela se non la fragilità e il bisogno – povera l’abitazione, poveri i suoi, povera la rilevanza storica del luogo e del tempo in cui compare –, quel bambino rifiutato dal caravanserraglio e apparso a metà della notte in un rifugio per animali, non è tanto il "Soccorritore" ipotizzato da Zoroastro, non solo il Re dei Giudei, ma il Messia che salverà il mondo. Il trasalimento beatificante che hanno provato nell’incontrarne gli occhi, l’abisso di pace nel quale si trovano immersi alla sua presenza, li fanno accorti, contro tutti gli inganni dei sensi e al di sopra dei sillogismi della logica, che quel bimbo è il Figlio di Dio. Per fede ma anche per esperienza. E, adoratolo, se ne torneranno per le fortunose strade del deserto, a recare alle regge, ai sudditi, ai poveri, il messaggio di gioia cantato dagli angeli. Loro, e non importa il numero, giganteschi personaggi della fede.

Carla Guglielmi

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