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SERGIO QUINZIO (1927-1996)

Il profeta dell’impazienza

di PAOLO PEGORARO
   

   Vita Pastorale n. 12 dicembre 2006 - Home Page

A dieci anni dalla morte, il pensiero di Quinzio rivela molti elementi di attualità: il recupero prioritario dell’escatologia, la riscoperta delle radici bibliche della fede cristiana, il confronto della croce con il nichilismo. E ci mostra il senso più profondo dell’Avvento.
   

Nella schiera dei contestatori fedeli, Sergio Quinzio ha un posto molto particolare: quello dell’irriducibile testimone della speranza, che si spinge nella gola della delusione convinto che la torcia della fede resterà accesa persino lì dentro.

Mentre l’atmosfera natalizia invischia già l’aria di melensaggini assortite, i quesiti di Quinzio fanno risuonare il senso più forte dell’Avvento, quello escatologico. «Se tarda, attendilo»: perché il regno di Dio non è ancora venuto? Ma soprattutto: lo aspettiamo ancora o ci basta il momento presente? Eppure il Padre nostro ci pone quotidianamente questa invocazione sulle labbra: «Venga il tuo Regno». Il "già" non compensa il "non ancora".

A Quinzio il presente non bastava mai. Non era la pienezza. E come potrebbe bastare il presente di un mondo ove opera la morte? Sminuire lo scandalo della sofferenza, subirla come fatto naturale – l’ultima ineluttabile tappa del ciclo vitale – è cosa da pagani: il cristiano sa che la morte non è entrata nel mondo per volontà di Dio (CCC 1006-1008), ed è sciocco sublimare ciò che Gesù stesso ha affrontato con angoscia.

Sergio Quinzio nel suo studio.
Sergio Quinzio nel suo studio. Alle sue esequie il cardinale Achille Silvestrini disse:
«Il martirio è il coraggio di credere in un tempo che irride chi crede» (foto Siciliani).

Il Natale diventa segno di contraddizione: o è una serrata preparazione interiore o è una fuga verso vuote compensazioni materiali. Perché, come ebbe a scrivere Quinzio in Cristianesimo dell’inizio e della fine, «benessere è lo scopo inventato per coloro che non sperano più nella felicità, come nevrosi è la condizione di coloro che non osano più sapere che esiste il dolore». Non era un giudizio, il suo, ma una speranza: quella che l’uomo moderno, messo con le spalle al muro dal proprio desiderio di salvezza frustrato dalla mondanità, lasciasse riaffiorare la sua disperazione, il suo grido di aiuto. Una disperazione kierkegaardiana dunque, una malattia «che non è per la morte, ma per la vita».

Sotto il segno di Giobbe

Sergio Quinzio, nato ad Alassio (Sv) il 5 maggio 1927 e trasferitosi a Roma nel 1945, si formò nella solitudine delle sue letture, tra una facoltà di ingegneria e una di filosofia mai completate, e la carriera militare come ufficiale della Finanza. Il suo primo libro (Diario profetico, del ’58) come poi altri, nacque da un intenso scambio di lettere: gli interrogativi che Quinzio si poneva non erano ipotesi speculative tenute a debita distanza dalla vita personale, ma i quesiti fondamentali della sua esistenza.

Quinzio sorridente insieme con la seconda moglie Anna Giannatiempo.
Quinzio sorridente insieme con la seconda moglie Anna Giannatiempo
(foto Giuliani).

In seguito collaborò con importanti testate nazionali e nel ’63 si sposò con Stefania Barbareschi; poi la scoperta per lei del cancro al seno, gli anni di fatica, la morte; e infine la solitudine, il trasferimento a Isola del Piano con la figlioletta di quattro anni e la madre ottantenne a carico. Nel ’76 si risposò con Anna Giannatiempo, assistente di padre Cornelio Fabro. Furono anni di fervido lavoro, in cui scrisse, tra l’altro, Un commento alla Bibbia (1976), Dalla gola del leone (1980), La croce e il nulla (1984), La sconfitta di Dio (1993) e Mysterium iniquitatis (1995).

I suoi interrogativi si strinsero sempre più intorno a un nucleo: in che modo credere ancora dopo duemila anni di messianismo deluso e di cristianesimo sempre più secolarizzato? Quinzio si fece carico del nonsenso che affligge la contemporaneità, ne patì l’ansia di salvezza senza eludere il carico di angoscia, nel gesto proprio della croce (CCC 603).

Rifiutò con lo sdegno di Giobbe ogni riduzione delle promesse messianiche: se il regno di Dio è il benessere dell’anima ma non la fine dell’ingiustizia, se il paradiso è una condizione psichica ma non la risurrezione dei morti... allora non interessa proprio a nessuno. In questo dispotismo spiritualista Quinzio vedeva prevalere la matrice greca del cristianesimo, cosa che lo portò a recuperare le radici ebraiche della teologia, perché per la Bibbia la salvezza è palpabile e quantificabile, incide sulla materia e sulla storia, sul corpo e sul sangue.

Nel Crocifisso sconfitta e vittoria si uniscono nel mistero della tenerezza.
Nel Crocifisso sconfitta e vittoria si uniscono nel mistero della tenerezza
(foto Ferrari).

Il nulla chiede, la croce risponde

Per questo il male conserva la sua carica di scandalo. La delusione per una salvezza non ancora pienamente compiuta diventò legna per il fuoco paradossale della sua speranza, pungolo per una fede sempre sul punto di intorpidirsi sotto il vento congelante dell’indifferenza. Forse dalla sofferenza può essere tratto del bene, ma questo non la giustifica: il dolore non scomparirà mai definitivamente, proprio come i buchi dei chiodi sul corpo del Risorto (CCC 312).

Allora che salvezza attendere? Quinzio cominciò a pensare a una sconfitta di Dio. Come del popolo eletto sussiste solo un "resto" così, con il progredire dell’autorivelazione divina, anche del Dio onnipotente chiuso nella propria autosufficienza sopravvive solo un "resto": il Crocifisso. Dio sceglie di salvare con la consolazione e la tenerezza, perché «mettere la consolazione al posto del dolore è opera più grande della creazione che ha messo l’essere al posto del nulla». Nella croce sconfitta e vittoria si uniscono nel mistero della tenerezza: «La tenerezza è la rivelazione di Dio [...] primordiale, immediata, incontenibile. Non ha nessun rapporto con un criterio di comportamento morale o sociale, con un formale dovere di benevolenza verso gli altri uomini. Dio – e l’uomo fatto a sua immagine – è tenero proprio nel senso latino tener che i filologi affiancano a tenius: sottile, esile, precario. Sensibilissimo, vulnerabilissimo, e il miracolo di Dio è che questa inerme dolcezza vinca».

Questo è l’avvento di Dio, oggi non meno scandaloso di ieri perché rivoluziona tutte le nostre convinzioni, religiose non meno che umane. In un momento storico in cui anche la fede sembra non vedere alternative al confronto muscolare, proprio la debolezza della fede si mostra capace di ascoltare il bisogno di senso che sta sotto ogni infelicità e sotto ogni indifferenza, anche se inespresso.

Due recenti volumi dedicati all'inquieto e originale pensatore cattolico.
Due recenti volumi dedicati all’inquieto e originale pensatore cattolico.

Il rapporto con la Bibbia

C’è un altro aspetto molto attuale nella figura di Quinzio, ed è il suo rapporto con la Scrittura. Quando la sera, durante il servizio di prima nomina a Gaeta, i suoi commilitoni uscivano a cena o andavano al cinema, l’ufficiale Quinzio si fermava in caserma a leggere la Bibbia. E nonostante di libri, in seguito, Sergio ne macinasse veramente tanti, egli si considerò sempre lector unius libri.

Con la passione di chi scopre un tesoro nascosto Quinzio, nonostante diffidasse degli approcci ermeneutici, seppe trasmettere il fascino del testo biblico a molti dalle colonne dei quotidiani nazionali, alla radio e alla televisione. Scrittori come Guido Ceronetti o Erri De Luca devono alla frequentazione di Quinzio la scoperta della Bibbia. E lo stesso Piero Stefani, noto ebraista e animatore dell’Associazione Biblia (www.biblia.org), ci racconta di essergli debitore.

  • Caro Stefani, com’è avvenuto il suo primo incontro con Quinzio?

«Il merito va a un mio professore di liceo, prematuramente scomparso, Rodolfo Quadrelli. Fu lui a farmelo conoscere a Roma nel 1968. Passò qualche anno di contatti sporadici. Nel 1971 mi giunse a casa L’incoronazione, il libro in cui Sergio parla della moglie Stefania, morta l’anno prima. Fu una svolta; da lì il legame riprese intenso. Entrò in scena anche Gino Girolomoni, giovane sindaco di Isola del Piano, vicino a Urbino. In breve ci trasferimmo anche noi là.

«L’allora diroccato monastero di Montebello che sorge a qualche chilometro dal paese divenne il luogo simbolico di una fede orientata in un senso radicalmente escatologico. Eravamo un manipolo di amici che attendeva il regno di Dio come un evento futuro, prossimo, imminente».

  • Con Quinzio ha condiviso la passione per l’ebraismo...

«È stato Sergio a dirmi: "Tu sei giovane, impara l’ebraico". Lui ne conosceva solo i primi rudimenti. L’interesse per l’ebraismo lo devo a lui; prima avevo letto padri della Chiesa e mistici, non maestri talmudici. Iniziai per "obbedienza", ma in seguito il mondo ebraico fu causa anche di qualche incomprensione. Vidi nell’ebraismo realtà in parte diverse da quelle che vi scorgeva Quinzio.

«In quei frangenti le mie estremizzazioni giovanili non furono certo d’aiuto, ciononostante il nostro scambio di lettere copre un arco di venticinque anni; tuttavia, per un certo periodo, l’ebraismo divenne, in una certa misura, una specie di segno di contraddizione tra noi».

Piero Stefani.
Piero Stefani
(foto Di Monte).

  • Quinzio ha insistito molto sulle radici ebraiche del mondo contemporaneo, anche se talvolta le sue contrapposizioni possono sembrare troppo nette. Nella perdita di memoria oggi in corso, le sue osservazioni sono ancora valide?

«La questione delle radici per Quinzio era legata non alla memoria bensì alla storia. A lui interessava la linearità del tempo propria sia dell’attesa messianica ebraica sia, in veste secolarizzata, della modernità. L’ebraismo era chiamato in causa come fattore dirompente rispetto alla risacralizzazione cristiana medievale che aveva stemperato la sua antica matrice ebraica nei retaggi della cultura greco-romana. Si potrebbe anche parlare di "radici pagane della cristianità medievale". I modi di intendere l’irriducibile vocazione messianica di Israele furono uno dei terreni su cui si evidenziarono alcune nostre diversità.

«Al giorno d’oggi il problema sta nel chiedersi quanto resti del moderno e della sua stravolta, ma in radice appunto messianica, sete di futuro. Per Sergio quando si scolora l’avvenire è inevitabile che irrompa la nostalgia dell’eterno. Da qui il suo severo giudizio sulle tendenze orientaleggianti- misticheggianti della post-modernità».

  • Un commento alla Bibbiaè stata la sua opera più monumentale e, forse, più sofferta; eppure è tra le meno considerate, specie dagli esegeti. Come mai?

«Lo spirito del Commento è lontanissimo da quello degli esegeti. Non c’è nessun interesse storico-critico, testuale, legato alle forme o ai generi letterari. Per comprenderlo bisogna considerare due presupposti: accogliere la Bibbia nella veste in cui ci è giunta all’interno della tradizione – la Bibbia di Quinzio è sem pre stata quella cattolico-tridentina – e accettare di interpretare la Scrittura secondo i parametri propri della "storia sacra" rovesciandoli, però, in senso opposto.

«Al centro resta la croce; ma essa è segno del fatto che la redenzione avviene attraverso uno svuotamento, un fallimento di Dio che si prolunga nei secoli cristiani. Anche la Chiesa, per essere strumento di salvezza, deve morire.

«Negli ultimi anni in Sergio l’attesa del Regno era posta nel cono d’ombra della domanda, sempre più incombente, sul Regno non venuto. Solo la morte stessa della speranza pareva permettergli di accedere a una salvezza povera, l’unica che ci è ancora concesso di attendere; un frammento salvato a stento dalla gola del leone che vale più di tutto il resto. A chi interessa una lettura di questo tipo?

«Per i cultori del nichilismo, e per molti altri, è troppo organicamente legata alla Bibbia; per la maggior parte dei cattolici è troppo sconvolgente; per i biblisti troppo poco esegetica; per i fondamentalisti presenta un volto di Dio troppo povero. È destinata a pochi. Ma ci si può chiedere: questo esito non voluto non è forse un duro sigillo della sua autenticità?

«Posso aggiungere che dal 2 al 5 gennaio 2007 presso il monastero di Montebello si terrà un seminario di studio nel quale si proporrà una lettura globale del Commento. Forse allora, con l’aiuto degli amici, vi coglierò anche altri aspetti. L’incontro è comunque aperto a tutti gli interessati». (Per informazioni scrivere a: fondazione@alcenerocooperativa.it).

Paolo Pegoraro

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